Ma che cazzo è successo?

Quando alle 4:40 ti sveglia un messaggio dicendoti: “qui la situazione si mette male!”. Quando di corsa apri Twitter e vedi i (pochi) commentatori conservatori che segui che gongolano, le persone normali attonite o disperate e Trump che vince l’impossibile. Ecco, quando ti rendi conto che solo due ore prima ti eri addormentato e la gara procedeva come doveva procedere, serrata si, ma tutto sommato senza grandi sorprese e ora una valanga repubblicana sta sommergendo stati che in teoria non avrebbe dovuto neanche toccare, Michigan, Wisconsin, Minnesota, cosa puoi pensare se non: “Ma che cazzo sta succedendo?”.

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Trumpapocalipse now

Se l’apocalisse trumpiana dovesse in futuro compiersi, inizierà proprio dopodomani.

Dopodomani, infatti, cominciano le primarie più scoppiettanti del mondo (no, non sono quelle liguri). Negli USA, si vota Stato per Stato in un arco di tempo di circa quattro mesi, per assegnare i delegati che ciascun candidato, nei due partiti, Democratico e Repubblicano, porterà alle rispettive convention, che si terranno in estate. Continua a leggere “Trumpapocalipse now”

Taccuino da Washington, settima puntata. Senatores boni viri?

Scrive Michael Dobbs in “House of Cards”, il romanzo più formativo che un Liberale da Strapazzo potrebbe mai leggere: ”[il question time] è un test di sopravvivenza, che deve più alle arene romane di Nerone e Claudio che agli ideali della democrazia parlamentare. Nel porre domande, i membri dell’opposizione in genere non fingono nemmeno di chiedere spiegazioni, ma cercano soltanto di criticare, di infliggere danni”.

Ora, House of Card originale è ambientato a Westminster, nel parlamento britannico. Lì non ci sono mai stato, e non saprei quindi dire se questa affermazione sia vera. Tuttavia, seppure in un altro paese, mu sono comunque fatto un’idea di cosa Dobbs intendesse nel descrivere le relazioni esecutivo-legislativo.

Ho assistito a un’audizione, stile House of Cards (telefillm), della commissioni esteri del senato statunitense.

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Taccuino da Washington. Prima Puntata: Liberale è bello.

Quando fai notare come si vive bene negli USA, forse in parte anche per la loro natura liberale, che incentiva la concorrenza, abbassa la tassazione e migliora I servizi, la critica è sempre una: e se mi ammalo?

Detto tra noi, in quanto in coerenza con il resto del discorso, nella stra-grande maggioranza dei casi tale intervento è molto simile al classico “E allora i Marò?”. Tuttavia questa espressione, appannaggio esclusivo della destra più becera e nazionalista, non può essere usata anche dai compagni di sinistra, che devono quindi ripiegare su altro.

Bene, è successo che un presidente democratico, eletto con un sistema maggioritario, abbia provveduto a ovviare a tale problema. Come? Con l’Obama-Care, una riforma che obbliga i cittadini a stipulare una polizza sanitaria, con tanto di agevolazioni per i non abbienti. In una democrazia matura, in cui la destra fa la destra chiedendo meno tasse e non, o perlomeno non soltanto, meno diritti, c’è stata una lunga battaglia parlamentare (o meglio, congressuale), senza lumini, cagnare varie, gente che lasciava partiti ecc.Esaurita l’opzione parlamentare, il partito Repubblicano si è quindi rivolto alla Corte Suprema, sperando in qualche parvenza di incostituzionalità della riforma stessa.

È notizia di oggi che la corte ha stabilito, con una sentenza storica (seppure non la prima su questo tema) che di incostituzionale l’Obama-Care non ha proprio nulla, permettendo quindi, anche ai più bisognosi di accedere a cure mediche decenti. Insomma, grazie Obama per avere dimostrato, se mai si fosse sentito il bisogno che il capitalismo dal volto umano esiste (applauso) e che liberale è bello!