Salvini, la Tunisia e Orban: come tirarci la zappa sui piedi

Che non avessi grandi simpatie per il neo-insediato Governo Conte era cosa nota, sia per la lontananza di visione che per i forti dubbi sul fatto che a capo dell’esecutivo ci sia davvero il Presidente del Consiglio. Però sono italiano e come cittadino gli riconosco il dovuto rispetto istituzionale, augurandomi che riesca ad operare nell’interesse dell’Italia. Perché Conte ed i suoi ministri hanno giurato di agire per il bene del Paese, ma le mosse di alcuni lasciano presagire l’esatto contrario prima ancora di ricevere la fiducia dal Parlamento. In particolare Salvini in soli due giorni è riuscito a fare di tutto per danneggiare l’Italia sul fronte dell’immigrazione.

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Governo Conte, verso la Repubblica post-costituzionale

L’ultima notizia sulla travagliata nascita del sessantacinquesimo esecutivo della storia repubblicana italiana è la convocazione di Giuseppe Conte, premier designato da Lega e 5 Stelle, al Quirinale, presumibilmente per l’affidamento formale dell’incarico. Sembra così avviarsi alla conclusione il periodo di instabilità che aveva seguito le elezioni del 4 marzo, con la formazione dell’unica maggioranza possibile dopo il voto. L’unica possibile perchè tra le due uniche forze che possiedono una retorica simile e hanno punti comuni su diversi atteggiamenti, primo tra tutti la straordinaria capacità di cambiare opinione su qualsiasi tema in un paio di giorni (la flat-tax ha già due aliquote e quindi non è più flat o le varie giravolte grilline su UE e moneta unica), ma sopratutto l’unica possibile perchè l’unica coerente con la volontà espressa nel voto di cambiare strada rispetto alle esperienze precedenti. La rottura con il passato, e questa volta con tutto il passato repubblicano italiano, sta però anche nella scelta del Presidente del Consiglio e nel ruolo che rivestirà all’interno dell’alleanza al governo del Paese.

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Welcome to Weimar

Lo scrutinio dei risultati di queste elezioni politiche è ancora in corso, ma dai primi risultati e dalle proiezioni emerge già un quadro piuttosto netto, ovvero l’assenza di una forza politica maggioritaria. Nonostante la netta virata a destra del Paese – con il centrodestra che ottiene un importante risultato di coalizione e la Lega che batte Forza Italia – ed il Movimento 5 Stelle che aumenta il proprio seguito fino a superare il 30%, al momento nessuno ha inumeri per poter sperare di governare da solo ed il compito che si prospetta per Mattarella sarà oltremodo gravoso. Individuare infatti una figura cui affidare l’incarico di guidare il prossimo esecutivo vorrebbe dire riuscire a trovare la quadratura del cerchio di una situazione davvero complessa. Da questi dati si possono però già trarre alcuni importanti spunti di riflessione.

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Racconti persiani: l’Iran dopo Khamenei

Ali Khamenei sta morendo.
Le informazioni sulla sua salute sono trattate con la massima riservatezza, ma ormai in Iran pochi si fanno illusioni: la Guida Suprema si sta lentamente avviando verso la tomba. La Repubblica Islamica in sordina si prepara a dare l’addio al successore del fondatore Khomeini, figura ormai mitologica nel pantheon iraniano. Difficile che l’ayatollah Khamenei godrà della stessa mistica considerazione, ma il suo impatto sulla politica iraniana è stato indubbiamente enorme. Ha rafforzato di molto il ruolo della sua figura politica, ha creato un’imponente serie di reti tramite le quali indirizzare molte decisioni politiche prima che gli venissero sottoposte e soprattutto ha creato uno stato nello stato dalle milizie rivoluzionarie. Il corpo dei Pasdaran è stato infatti il grande beneficiario delle riforme di Khamenei, arrivando, grazie alle privatizzazioni del suo mandato, ad ottnere un immenso potere economico con il quale sostenere la propria forza militare.

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22 ottobre, un voto sul nulla

La prossima domenica in Lombardia ed in Veneto si terrà l’ormai noto referendum sull’autonomia. Ovvero, in un quadro consultivo le Regioni chiederanno ai cittadini se essi sono favorevoli a cominciare una trattativa con lo Stato centrale per ottenere maggiori condizioni di autonomia nel quadro delle materie di competenza concorrente o di alcune, ridotte, spettanti allo Stato (art. 117). Sulla carta sembra tutto molto bello, sopratutto per chi vorrebbe, da qualunque parte politica, un ruolo maggiore degli enti locali nell’amministrazione, in un percorso che tende ad allontanarsi dal potere centrale visto spesso come mastodontico, inefficiente e lontano dalle necessità dei cittadini.
In realtà le cose stanno diversamente.

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Kurdistan, il difficile inizia ora

La popolazione del Kurdistan iracheno ha scelto l’indipendenza: i risultati del referendum svoltosi all’inizio di questa settimana non lasciano adito a dubbi. Circa il 92% dei votanti ha deciso per andarsene dall’Iraq e l’affluenza, superiore al 70%, conferma come il desiderio di un Kurdistan libero sia davvero forte e radicato. L’esito, quasi plebiscitario, è stato annunciato con notevole soddisfazione da Massoud Barzani, presidente curdo e leader della nuova nazione che potrebbe nascere. Già, potrebbe: il condizionale è d’obbligo perchè nonostante tutto per il popolo curdo la salita inizia proprio adesso.

 

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Varsavia ’44, la resistenza tradita

Oggi, 1 agosto, ricorre l’anniversario dell’inizio di una delle più grandi operazioni militari condotte da forze di partigiani durante la seconda guerra mondiale, la rivolta di Varsavia. Per noi europei occidentali la Resistenza è spesso divenuta terreno di scontro ideologico-politico e tendiamo a considerarla come un fenomeno limitato a Francia, Italia e Jugoslavia. In realtà il movimento di resistenza clandestino più grande d’Europa fu probabilmente quello polacco, rappresentato dall’Esercito Nazionale, che contò circa 400000 combattenti. Costituito ufficialmente nel 1942 (ma presente già dal 1940) e fedele al governo in esilio a Londra esso rappresentò per tutta la durata del conflitto la continuità delle istituzioni statali sul territorio occupato, ma contemporaneamente incarnò il fortissimo desiderio di indipendenza della popolazione della Polonia.

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Chi dorme non piglia Libia

Nei giorni scorsi, a seguito della scelta di Emmanuel Macron di convocare a Parigi per il 25 luglio un vertice sulla Libia con al-Sarraj ed Haftar, su quasi tutti i giornali italiani sono comparsi pesanti attacchi al Presidente francese. Eugenio Scalfari su Repubblica e molti altri hanno accusato l’inquilino dell’Eliseo di rappresentare un grave pericolo per il nostro Paese in quanto reo di aver deciso, senza chiederci il permesso, di intromettersi nella gestione della Libia. Macron è stato trattato da buona parte dell’opinione pubblica come un tiranno nemico desideroso di vanificare i nostri sforzi in Libia e di volerci estromettere da una zona che fa parte della nostra sfera di influenza.

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Una lezione cubana per Trump

In questi giorni sta circolando la notizia, ripresa da diverse fonti autorevoli (tra cui Reuters e The Hill) secondo cui Donald Trump sarebbe pronto a cancellare le concessioni fatte a Cuba dalla precedente amministrazione. Nonostante il Segretario di Stato Tillerson sostenga che l’inversione di rotta nei rapporti con L’Avana sia dovuta alla mancanza di cambiamenti nel comportamento del regime, vi sono altri fattori che spingono la Casa Bianca in questa direzione. Durante la campagna elettorale Trump si era scagliato infatti contro le aperture fatte da Obama al regime castrista, che avevano portato alla fine di un’ostilità durata oltre 50 anni e ad un primo ritorno delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Aperture che non erano certo piaciute ai tanti Cubani che risiedono negli USA, in particolare a Miami, ed i cui voti sono stati assai importanti nella conquista della Florida, the swingiest swing state, da parte di Trump nelle scorse elezioni presidenziali.

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Il coraggio di restare noi stessi

L’attacco terroristico della scorsa notte a Manchester è probabilmente uno dei peggiori che l’Europa abbia mai subito. Il numero delle vittime sembra ridotto rispetto alle grandi stragi della metropolitana di Londra, del Bataclan a Parigi o della Promenade des Anglais a Nizza. Eppure la scelta dei bersagli è stata quanto di più riprovevole si possa compiere. Ad essere colpito è stato un concerto frequentato in larghissima parte da ragazzini. Quello che avrebbe dovuto essere un momento di festa per i più deboli ed innocenti si è trasformato in un disgustoso massacro.

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