Racconti persiani: l’Iran dopo Khamenei

Ali Khamenei sta morendo.
Le informazioni sulla sua salute sono trattate con la massima riservatezza, ma ormai in Iran pochi si fanno illusioni: la Guida Suprema si sta lentamente avviando verso la tomba. La Repubblica Islamica in sordina si prepara a dare l’addio al successore del fondatore Khomeini, figura ormai mitologica nel pantheon iraniano. Difficile che l’ayatollah Khamenei godrà della stessa mistica considerazione, ma il suo impatto sulla politica iraniana è stato indubbiamente enorme. Ha rafforzato di molto il ruolo della sua figura politica, ha creato un’imponente serie di reti tramite le quali indirizzare molte decisioni politiche prima che gli venissero sottoposte e soprattutto ha creato uno stato nello stato dalle milizie rivoluzionarie. Il corpo dei Pasdaran è stato infatti il grande beneficiario delle riforme di Khamenei, arrivando, grazie alle privatizzazioni del suo mandato, ad ottnere un immenso potere economico con il quale sostenere la propria froza militare.

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22 ottobre, un voto sul nulla

La prossima domenica in Lombardia ed in Veneto si terrà l’ormai noto referendum sull’autonomia. Ovvero, in un quadro consultivo le Regioni chiederanno ai cittadini se essi sono favorevoli a cominciare una trattativa con lo Stato centrale per ottenere maggiori condizioni di autonomia nel quadro delle materie di competenza concorrente o di alcune, ridotte, spettanti allo Stato (art. 117). Sulla carta sembra tutto molto bello, sopratutto per chi vorrebbe, da qualunque parte politica, un ruolo maggiore degli enti locali nell’amministrazione, in un percorso che tende ad allontanarsi dal potere centrale visto spesso come mastodontico, inefficiente e lontano dalle necessità dei cittadini.
In realtà le cose stanno diversamente.

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Kurdistan, il difficile inizia ora

La popolazione del Kurdistan iracheno ha scelto l’indipendenza: i risultati del referendum svoltosi all’inizio di questa settimana non lasciano adito a dubbi. Circa il 92% dei votanti ha deciso per andarsene dall’Iraq e l’affluenza, superiore al 70%, conferma come il desiderio di un Kurdistan libero sia davvero forte e radicato. L’esito, quasi plebiscitario, è stato annunciato con notevole soddisfazione da Massoud Barzani, presidente curdo e leader della nuova nazione che potrebbe nascere. Già, potrebbe: il condizionale è d’obbligo perchè nonostante tutto per il popolo curdo la salita inizia proprio adesso.

 

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Varsavia ’44, la resistenza tradita

Oggi, 1 agosto, ricorre l’anniversario dell’inizio di una delle più grandi operazioni militari condotte da forze di partigiani durante la seconda guerra mondiale, la rivolta di Varsavia. Per noi europei occidentali la Resistenza è spesso divenuta terreno di scontro ideologico-politico e tendiamo a considerarla come un fenomeno limitato a Francia, Italia e Jugoslavia. In realtà il movimento di resistenza clandestino più grande d’Europa fu probabilmente quello polacco, rappresentato dall’Esercito Nazionale, che contò circa 400000 combattenti. Costituito ufficialmente nel 1942 (ma presente già dal 1940) e fedele al governo in esilio a Londra esso rappresentò per tutta la durata del conflitto la continuità delle istituzioni statali sul territorio occupato, ma contemporaneamente incarnò il fortissimo desiderio di indipendenza della popolazione della Polonia.

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Chi dorme non piglia Libia

Nei giorni scorsi, a seguito della scelta di Emmanuel Macron di convocare a Parigi per il 25 luglio un vertice sulla Libia con al-Sarraj ed Haftar, su quasi tutti i giornali italiani sono comparsi pesanti attacchi al Presidente francese. Eugenio Scalfari su Repubblica e molti altri hanno accusato l’inquilino dell’Eliseo di rappresentare un grave pericolo per il nostro Paese in quanto reo di aver deciso, senza chiederci il permesso, di intromettersi nella gestione della Libia. Macron è stato trattato da buona parte dell’opinione pubblica come un tiranno nemico desideroso di vanificare i nostri sforzi in Libia e di volerci estromettere da una zona che fa parte della nostra sfera di influenza.

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Una lezione cubana per Trump

In questi giorni sta circolando la notizia, ripresa da diverse fonti autorevoli (tra cui Reuters e The Hill) secondo cui Donald Trump sarebbe pronto a cancellare le concessioni fatte a Cuba dalla precedente amministrazione. Nonostante il Segretario di Stato Tillerson sostenga che l’inversione di rotta nei rapporti con L’Avana sia dovuta alla mancanza di cambiamenti nel comportamento del regime, vi sono altri fattori che spingono la Casa Bianca in questa direzione. Durante la campagna elettorale Trump si era scagliato infatti contro le aperture fatte da Obama al regime castrista, che avevano portato alla fine di un’ostilità durata oltre 50 anni e ad un primo ritorno delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Aperture che non erano certo piaciute ai tanti Cubani che risiedono negli USA, in particolare a Miami, ed i cui voti sono stati assai importanti nella conquista della Florida, the swingiest swing state, da parte di Trump nelle scorse elezioni presidenziali.

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Il coraggio di restare noi stessi

L’attacco terroristico della scorsa notte a Manchester è probabilmente uno dei peggiori che l’Europa abbia mai subito. Il numero delle vittime sembra ridotto rispetto alle grandi stragi della metropolitana di Londra, del Bataclan a Parigi o della Promenade des Anglais a Nizza. Eppure la scelta dei bersagli è stata quanto di più riprovevole si possa compiere. Ad essere colpito è stato un concerto frequentato in larghissima parte da ragazzini. Quello che avrebbe dovuto essere un momento di festa per i più deboli ed innocenti si è trasformato in un disgustoso massacro.

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Vincitori e vinti del primo turno in Francia

Lo spoglio dei voti del primo turno delle presidenziali francesi è terminato e i dati recitano: Macron 23.9%, Le Pen 21.4%, Fillon 19.9%, Melenchon 19.6% e Hamon 6.3%. Sarà dunque ballottaggio tra il giovane fondatore di En Marche! e la leader del Front National, appuntamento alle urne il 7 di maggio. Sfida che sembra favorire il primo, sia secondo i primi sondaggi effettuati sia dopo che Hamon e Fillon hanno dichiarato di votare per lui contro Marine Le Pen. L’unico tra i principali candidati a non aver dato indicazioni di voto è stato Melenchon, scelta dovuta da un lato al fatto che entrambi i contendenti del ballottaggio sono agli antipodi rispetto al suo movimento e dall’altro al timore che una scelta di campo lo possa fortemente penalizzare alle legislative di giugno. Ora però, placate le emozioni del post-voto, è tempo di analizzare i risultati e vedere come se la sono cavata i diversi candidati rispetto a pronostici ed aspettative in questo primo round della corsa all’Eliseo.

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4 falsi miti sul terrorismo

Il terrorismo è prepotentemente diventato uno dei temi dominanti della discussione politica contemporanea. Di terrorismo discutono i think tank, i consiglieri alla sicurezza dei vari governi, i giornalisti su riviste e giornali ed infine una moltitudine di persone sul web. Nel secolo delle fake news e del post-truth tuttavia è molto facile imbattersi in narrazioni approssimative, imprecise o addirittura distorte sul tema, con il rischio di costruirsi dei luoghi comuni che non corrispondono affatto allo stato reale della situazione. In particolare si stanno radicando nella coscienza comune quattro erronee e pericolose convinzioni riguardo al terrorismo.

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Macron vs. Le Pen e la fine della divisione destra-sinistra

Tra poco più di un mese, il 23 aprile, inizieranno le elezioni francesi. Si tratta di un evento di portata storica non solo per il particolare contesto politico europeo e globale in cui questa sfida elettorale si svolgerà, ma soprattutto perchè per la prima volta nella storia della quinta repubblica francese (iniziata il 5 ottobre 1958) i due partiti che si sono alternati alla guida della République faranno da spettatori non paganti. Né i gollisti né i socialisti hanno infatti alcuna ragionevole speranza di vedere i propri candidati raggiungere il secondo turno e, sebbene la corsa all’Eliseo preveda ben 11 partecipanti, la gara di fatto è solo tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen. Il distacco che i due hanno sugli altri candidati, secondo gli ultimi sondaggi (entrambi attorno al 26%, con Fillon che non arriverebbe neppure al 20%), appare incolmabile a meno di notevoli sorprese dell’ultimo minuto. A sfidarsi nel secondo turno non saranno dunque destra e sinistra, ma populismo estremista e centrismo riformista. Continua a leggere “Macron vs. Le Pen e la fine della divisione destra-sinistra”