E’ tutto assurdo

“L’ideologo no-euro”. Così il Corriere della Sera, con un atteggiamento condiviso da gran parte della cosiddetta elite benpesante e istituzionale italiana, definiva venerdì l’ormai ex candidato ministro dell’economia, Paolo Savona.

Il sillogismo di chi scrive una didascalia simile, chiaramente condiviso da buona parte delle istituzioni, è il seguente: i Cinque Stelle e la Lega sono movimenti ideologici; essi propongono Savona come ministro dell’Economia; Savona è un ideologo.

Tuttavia, quel sostantivo “ideologo” circa le qualità intellettive della persona e la validità del suo pensiero rende un giudizio negativo, a priori, lapidario e senza appello; esattamente quello che persone neutrali, ma soprattutto razionali e dotate di giudizio critico, non dovrebbero fare nel modo più assoluto.

Quale sarebbe quindi la colpa a fare di quest’uomo un ideologo, ovvero uno che esprime pareri immotivati e assurdi? Il convincimento che l’Euro sia un fallimento totale e la proposta di ridurre il nostro astronomico debito pubblico con misure diverse dall’austerità.

Sulla base di questo, si è deciso che Savona non solo non potesse essere messo alla guida di un ministero chiave, ma neppure incontrato per sapere cosa effettivamente pensasse.

Al contrario, quello che una persona imparziale avrebbe il dovere di fare è quanto segue: incontrare l’altro e constatare se le sue affermazioni sono veramente immotivate oppure no; qualora la risposta sia la seconda, vagliare le ragioni apportate da chi le esprime, a prescindere dal fatto che quelle affermazioni possano piacere o meno.

Dunque, facciamola questa analisi critica.

In primo luogo, l’Italia deve i suoi mali alla classe politica della prima repubblica, economicamente analfabeta, che dalla fine degli anni ’70 ai primi anni ’90 ha risposto alla fine del processo di convergenza del dopoguerra con meri stimoli alla domanda (ad esempio attraverso pensioni anticipate col retributivo e un’evasione fiscale ampiamente tollerata, che è un implicito taglio delle tasse) finanziati con l’accumulazione di debito pubblico, un processo che nel lungo termine non può portare a una crescita strutturale, ma soltanto a quella dei prezzi (leggi inflazione).

All’opposto, quello che sarebbe servito per ritrovare una crescita sostenibile è l’investimento pubblico nell’innovazione e nella conoscenza. Infatti, lo sviluppo tecnologico che ne deriva è l’elemento determinante per raggiungere una maggiore produzione a parità di prezzo, quindi una crescita reale e strutturale dell’economia. Servivano, in sostanza, politiche rivolte al lato dell’offerta, in modo da rendere le imprese competitive e il tessuto economico solido.

Queste stesse politiche rappresentano quanto va messo in pratica con urgenza anche oggi, per dare un futuro alle generazioni italiane. Tuttavia, nel 2018 è molto più difficile applicarle, perché investire in innovazione e istruzione richiede ingenti somme di denaro, che sono invece destinate a ripagare il debito precedente.

Occorre quindi ridurlo. Ora, è vero che imporre tasse su tutto e depauperare il tessuto economico del Paese sia l’unico modo per raggiungere questo obiettivo? Teoricamente ce ne sono altri: l’inflazione, che però, oltre a essere inattuabile perché la politica monetaria è gestita dalla BCE, è uno strumento pericoloso; l’haircut, ovvero l’accordo con i creditori per il taglio di una parte del debito, e la sua forma più estrema (il default).

Proprio il default è quello spettro che aleggia minaccioso e “fa perdere iniziativa a imprese di grande valore e impeto”, allo stesso modo dell’esistenza di un’ignota vita ultraterrena nell’Amleto. Invero, nessuno può dire di preciso cosa possa capitare dopo il default, ma è sufficiente che si paventi la prospettiva di qualcosa di orribile per “diventare tutti codardi”, come qualcuno ha dimostrato fin troppo bene domenica sera.

Tuttavia, i fatti, al momento, dicono questo: che proprio per evitare il default l’Italia è entrata in una spirale recessiva senza precedenti nella storia unitaria; che il Paese (nonostante la ripresa del 2017) non ha ancora riagganciato il livello di PIL pro-capite del 2008; che gli imprenditori si suicidano; che le disuguaglianze si sono acuite; che la mobilità sociale è pari a zero; e che la fortuna individuale dipende soprattutto dalla famiglia in cui si è nati.

Il dubbio allora viene spontaneo. Non è che per evitare il default stiamo già pagando le conseguenze del default? Non è che stiamo morendo di spread-fobia?

A queste domande, Paolo Savona risponde affermativamente, e tutti i torti proprio non li ha.

Pertanto, il suo obiettivo era quello di minacciare (e minacciare soltanto) il default al fine di conseguire un effettivo haircut, un taglio netto del debito, che potesse poi permettere di attuare quegli investimenti produttivi sul lato dell’offerta, di cui il Paese disperatamente necessita.

Questo haircut, che scandalizza a tal punto da non poter neanche essere ventilato, è esattamente ciò che si fa in casi di crisi aziendale: ci si siede al tavolo con i creditori e si cerca di rinegoziare il debito. E, va da sé, maggiori sono i debiti maggiore è il bargaining power, perché maggiore è il costo del default per i creditori. L’Italia, terzo PIL dell’Eurozona e con un debito pubblico uguale al 130% del PIL, ha senza dubbio del bargaining power nei confronti dei suoi creditori. Tuttavia, non lo si vuole utilizzare, perché ciò indebolirebbe l’Euro, che non può e non deve essere messo in discussione, nonostante gli insulti e le offese alla nostra dignità nazionale ricevute da alcuni paesi europei.

In conclusione, siamo l’unico Paese in cui si sottomette la ragion di stato alla ragione di un trattato internazionale, in cui si tende a garantire gli interessi di chi ci disprezza più che quelli della maggioranza degli italiani (che non detiene titoli di stato), e in cui si fa tutto ciò senza esitare di distruggere la reputazione dell’unica istituzione che restava credibile agli occhi della stragrande maggioranza dei cittadini.

Complimenti.

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