Governo Conte, verso la Repubblica post-costituzionale

L’ultima notizia sulla travagliata nascita del sessantacinquesimo esecutivo della storia repubblicana italiana è la convocazione di Giuseppe Conte, premier designato da Lega e 5 Stelle, al Quirinale, presumibilmente per l’affidamento formale dell’incarico. Sembra così avviarsi alla conclusione il periodo di instabilità che aveva seguito le elezioni del 4 marzo, con la formazione dell’unica maggioranza possibile dopo il voto. L’unica possibile perchè tra le due uniche forze che possiedono una retorica simile e hanno punti comuni su diversi atteggiamenti, primo tra tutti la straordinaria capacità di cambiare opinione su qualsiasi tema in un paio di giorni (la flat-tax ha già due aliquote e quindi non è più flat o le varie giravolte grilline su UE e moneta unica), ma sopratutto l’unica possibile perchè l’unica coerente con la volontà espressa nel voto di cambiare strada rispetto alle esperienze precedenti. La rottura con il passato, e questa volta con tutto il passato repubblicano italiano, sta però anche nella scelta del Presidente del Consiglio e nel ruolo che rivestirà all’interno dell’alleanza al governo del Paese.

Il problema vero di Conte non è il curriculum gonfiato (alla fine non si è attributo titoli mai conseguiti, ha solo presentato periodi di lettura di testi e archivi come soggiorni di studio in prestigiosi atenei) né il pericoloso legame con il metodo Stamina (finito con un patteggiamento per associazione a a delinquere), ma il fatto che Giuseppe Conte altro non sia che un prestanome. Come un prestanome permette al vero fruitore di un bene di non pagare le tasse Conte permetterà veri fruitori dell’Italia di non essere legalmente responsabili di ciò che farà il loro governo. Perché questo che si appresta a nascere è e sarà soltanto l’esecutivo di Salvini e Di Maio, il premier designato è una figura priva di qualunque peso politico di esperienza e completamente dipendente da chi ha deciso di fare il suo nome al Quirinale. Si potrebbe obiettare che non sarebbe il primo Presidente del Consiglio non “politico”, ma qualunque paragone con Ciampi, Dini e Monti risulta inappropriato. Ciampi salì a Palazzo Chigi dopo oltre un decennio a capo della Banca d’Italia, incarico di indubbio peso e venne scelto dal Presidente Scalfaro in un momento delicato della storia repubblicana. Dini era già stato ministro, con un passato pure lui in Banca d’Italia e venne anche lui nominato da Scalfaro. Monti aveva addirittura un’esperienza da Commissario europeo e fu il frutto di una nomina autonoma di Napolitano. Insomma, tutti e tre vennero scelti dal Quirinale, si scelsero i ministri e per quanto tecnici godevano di un considerevole capitale politico.

Conte invece no. Il suo nome non è stato scelto da Mattarella, ma indicato dagli alleati di governo con una sorta di aut-aut: o lui o il voto. Inoltre non ha alcun peso politico da spendere al momento di governare e probabilmente si recherà al Quirinale con una lista dei ministri compilata da altri, in cui difficilmente avrà avuto voce in capitolo. Sulla scelta del Governo la costituzione è piuttosto chiara “Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.” (Art. 92). La nomina di Conte però è tutt’altro che una scelta del capo dello stato, essendo poco meno di un’imposizione di Salvini e Di Maio. Allo stesso modo non ci sarà nessuna proposta di ministri da parte di Conte, ma presenterà un elenco scritto alle riunioni tra i due leader politici nei loro incontri al Pirellone, dove Conte non era certo presente. Può sembrare pura attenzione alla forma giuridica, ma non lo è perchè offre già la debolezza intrinseca di chi guiderà l’Italia prima ancora di iniziare. Molto più grave però è il fatto che su di lui peserà la responsabilità intera di un Paese che in realtà non dirigerà lui. Perché se “Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando la attività`dei Ministri” (Art. 94) chi governerà non sarà lui, ma chi ne tira i fili. E poco importa se Di Maio e Salvini avranno dicasteri di peso che li renderanno responsabili di qualcosa per la prima volta nella loro vita, perchè i titolari ultimi della direzione politica dell’Italia non saranno loro, non di fronte alla Costituzione. Ai vertici NATO, al G7, al Consiglio europeo non ci andranno loro (e fin qui potrebbe non essere male), ma una persona priva di autonomia, non saranno (salvo i casi dei loro ministeri) Salvini e Di Maio a dover firmare tutti gli atti ufficiali del Governo, leggi e decreti. Non saranno Di Maio e Salvini a rappresentare internazionalmente la figura di riferimento per l’Italia, ma sarà la persona che da loro prende istruzioni. Quindi non sembra difficile immaginare che quando le cose andranno male non avranno alcuna difficoltà ad abbandonare la nave dando al Presidente del Consiglio le colpe della situazione. Del resto quale miglior capro espiatorio di chi è costituzionalmente responsabile delle azioni governative, anche se non le ha decise lui?

Le forze che si erano schierate a sostegno della “Costituzione più bella del mondo” adesso l’hanno svuotata di buona parte del suo significato: hanno provato a ridurre il Quirinale da arbitro a semplice spettatore e ora mettono il loro prestanome a capo del governo, un guscio vuoto che dovrà fare ciò che gli indicheranno Salvini e Di Maio ed assumersi buona parte delle loro responsabilità. Anche in Germania è stato lungo formare un governo, ma mai nessuno ha dubitato che a presiederlo sarebbe stata Angela Merkel, nessuno ha mai pensato si scegliesse un prestanome rifiutando la responsabilità del ruolo di cancelliera. In Italia invece abbiamo superato la democrazia parlamentare per approdare ad un sistema post-costituzionale che si lava le mani delle regole previste dalla carta.

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