Che cosa sappiamo dopo le prime consultazioni?

Cosa sappiamo dopo la prima tornata di consultazioni? Nulla di più di quanto non fosse ampiamente preventivabile, se non con l’aggiunta che c’è ampio spazio per indignarsi.

Riassumendo, si è votato un mese fa, il Presidente della Repubblica ha atteso fino al 4 aprile perché i partiti salissero al Quirinale con le idee più chiare; e il risultato è che ci sarà bisogno di un altro giro di consultazioni, fra una settimana abbondante.

Ma non ci scomodiamo, tanto c’è tempo! Non ci sono decisioni di politica fiscale, strategie di politica industriale, azioni lungimiranti che vadano urgentemente intraprese per rimediare al declino economico, sociale e culturale in cui il Paese è da troppo tempo avvinto. Nulla di tutto ciò; possiamo permetterci il lusso di buttare ancora al vento dei giorni, forse settimane, più probabilmente mesi, preziosi.

Per fare capire quanto di male ci sia in questo lassismo, mi permetto di sottolineare tre dati.

Innanzitutto, il tasso di natalità italiano nel 2016 si è attestato a 470.000 unità. Per avere un termine di paragone, i nuovi nati in Francia, paese che fino a qualche anno fa condivideva il nostro stesso numero di abitanti, sono stati 800.000 nello stesso anno. Questo significa che siamo destinati a una divergenza demografica e di conseguenza di peso economico.

In secondo luogo, secondo la Commissione Europea, fatto 100 quello che era la profittabilità del capitale nel 2010, ci attestiamo a 104 nel 2017, pur essendo stati su un livello pari a 145 nel 2000. A conferma di ciò vi sono i dati sulla capacità produttiva del settore manifatturiero. Fatto 100 il livello del 1996, oggi siamo scesi a 85. In altre parole, l’Italia sta affrontando una massiccia deindustrializzazione senza avere al contempo sviluppato un settore finanziario rilevante; il che significa che i capitali vanno all’estero.

In terzo luogo, siamo tra i paesi con meno laureati pro-capite d’Europa e, contrariamente a quello che è logico aspettarsi, anche uno di quelli in cui lo “skill-premium” (ovvero il differenziale tra il salario medio dei laureati e dei diplomati) è fra i più bassi. Questo si spiega in generale con le pessime performance dei nostri studenti nei test standardizzati internazionali (PISA), spia del fatto che l’educazione di qualità è reperibile altrove.

Bisognerebbe quindi affrontare di petto le succitate emergenze partendo dalla formazione, in quanto, se il lavoratore è inadeguato, è difficile che la domanda possa essere soddisfatta dall’offerta di lavoro. Qualora il problema sia generalizzato, si arriva alla conclusione che le imprese disinvestono dall’economia reale per mancanza di un fattore produttivo fondamentale (il lavoro qualificato, per l’appunto), laddove molta offerta di lavoro rimane inevasa. E, parallelamente, la disoccupazione di certo non aiuta a creare una famiglia, specialmente se allo sperperio di denaro pubblico in favore delle generazioni passate si è oggi sostituita la mancanza di un sistema di welfare adeguato.

Pertanto, gli investimenti nella scuola, nell’università e nella ricerca, la creazione di zone economiche speciali per stimolare la nostra industria, il rilancio del siderurgico e dei porti, nuove politiche a sostegno della natalità e sussidi ai beni complementari al lavoro (come gli asili nido) dovrebbero essere i punti fondamentali in un qualsiasi programma di governo serio per l’Italia.

Invece, a causa di un retaggio storico di insopportabile pesantezza, siamo prigionieri di un sistema costituzionale profondamente inefficiente, che incentiva l’accidia e la mediocrità, e guarda con sospetto un simile agire risoluto.

Infatti, poiché evidentemente il legislatore non ha ritenuto gli Italiani di un acume così fino da potere eleggere autonomamente il proprio esecutivo e dotarlo di poteri coerenti con una efficace azione di governo, siamo costretti a nominare solo il Parlamento. E questo Parlamento in molti casi, cioè durante tutta la prima repubblica così come nell’attuale XVIII legislatura, è del tutto incapace di esprimere una maggioranza autonoma.

In un simile sistema, sembra allora persino normale l’ossimorica affermazione che ci siano stati due vincitori; sembra persino normale che un partito che ha pianificato una legge elettorale volutamente inconcludente e che ad oggi sembra lavarsi le mani delle sorti del Paese, si autodefinisca compiaciuto “opposizione responsabile”. Sembra persino normale che politicanti di mestiere, i quali nella loro vita non hanno fatto altro che cambiare schieramento parlamentare in funzione del peso che potessero far valere nei confronti del governo di turno, si compiacciano di avere costretto all’”inciucio” chi lo deprecava, sperando che quei populisti incapaci di governare, i quali non sono altro che il prodotto dell’inadeguatezza dei succitati politicanti, portino il Paese nel baratro e li facciano rimpiangere.

Sono quindi molto tentato di concludere citando il canto VI del Purgatorio:

“Ah serva Italia di dolore ostello / nave sanza nocchiere in gran tempesta / non donna di province ma bordello!”

Sono passati più di 700 anni, ma il grido disperato di un’illustre vittima del campanilismo di omuncoli incapaci di guardare al bene comune, e tanto meno in una prospettiva di lungo termine, i quali tuttavia sciaguratamente per le sorti del nostro Paese si sono spesso ritrovati in posizioni prominenti, sembra più che mai risuonare di cocente attualità.

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