Di Maio, Salvini e il paradosso della responsabilità

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La realpolitik, intendiamoci, non è una parolaccia. Winston Churchill, magnificato da una recente interpretazione da Oscar, avrebbe fatto accordi pure con il diavolo (“If Hitler invaded hell I would make at least a favourable reference to the devil in the House of Commons”) – e infatti li fece, salvando l’Europa; Henry Kissinger, ex Segretario di Stato americano, giocò a ping-pong con la Cina di Mao, quella dei libretti rossi e della Rivoluzione Culturale, e se oggi la Cina è la seconda potenza economica al mondo forse a qualcosa è servito. Venendo a noi: Palmiro Togliatti, grande ammiratore di Stalin, garantì l’amnistia ai fascisti, evitando una sanguinosa Guerra Civile modello spagnolo.

Ma qui ben altra è la solfa. Non è più tempo – per fortuna – di scelte tragiche, al massimo ci concediamo quelle tragicomiche.

Di Maio e Salvini hanno vinto le elezioni perché “a contatto col popolo”, perché la Sinistra ha abiurato i propri valori – oh quante falangi di ex piddini hanno votato cinque stelle, e pazienza se son passati dal partito che ha introdotto l’euro al partito che vorrebbe fare un referendum per uscirne e tornare a svalutare (anzi no, anzi sì, forse nì) –, perché la Terza Via era smarrita, perché il neoliberismo ha ridotto a merce il lavoro manuale, e via col solito enueg di recriminazioni.

Ma alla fin fine hanno preso caterve di voti perché hanno sparato un mucchio di palle. Palle da manuale, buone per riempire migliaia di obici. Programmi fantascientici da centinaia di miliardi, ”redditi di cittadinanza” così chiamati con astuzia da consumati venditori di tappeti, ma che, alla fin fine, si riducono ad ammoscianti sussidi di disoccupazione; tasse piatte che si ripagano da sé (l’avessi detto all’esame di scienza delle finanze m’avrebbero indicato la via della porta) e che eccitano solo gli utopisti tra le nuvole del Bruno Leoni; abolizione della Fornero, più diritti per tutti, e, perché no, cchiù pilu pe’ tutti, magari reintroducendo le case chiuse (© Salvini).

E qui veniamo al dunque, a quello cioè che definirei il paradosso della responsabilità:

In politica un eccesso di responsabilità diventa assenza di responsabilità, cioè irresponsabilità.

Corollario: Il paradosso vale per l‘Italia. In altri Paesi può funzionare diversamente.

Traduco in moneta sonante. Il nostro titanico debito pubblico da circa 2300 miliardi di euro, di per sé così grande da fare strame di tutte le fuffologiche promesse sopra citate, è figlio di una colossale irresponsabilità di massa. Il compromesso storico, concepito da Berlinguer e Moro come sommo esempio di responsabilità in una fase internazionale estremamente turbolenta (cfr Berlinguer, Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile, 1973), e ufficialmente abortito a seguito dell’omicidio dello stesso Moro, si è più prosaicamente avverato  in una caterva di leggi di spesa votate dall’intero arco costituzionale. Oggi di quel debito, così gravoso da impedirci qualsiasi manovra anticiclica di una certa portata, accusiamo genericamente la Politica senza però centrare il bersaglio, che è l’assenza di una sana democrazia dell’alternanza.

Ma il paradosso può essere letto anche in un altro senso, se pensiamo all’esperienza dei Governi Monti e Gentiloni. Il primo ha, come si suol dire, portato la croce e evitato – pur con tutti i limiti di manovre emergenziali – niente meno che il default. Il secondo ha proseguito, su esplicita richiesta di Mattarella, l’attività di Governo dopo il referendum del 4 dicembre per sistemare alcune cosucce, tra cui l’emergenza migratoria. Il risultato di tanta “responsabilità” è stato l’exploit di un partito che ha fatto del “Vaffa” – cioè dell’irresponsabilità – il proprio slogan elettorale.

Alla luce di ciò, l’appello alla responsabilità rivolto al PD da parte dei soliti intellò di sinistra appare quello che realmente è: un formidabile destro offerto a chi non vedrebbe presumibilmente l’ora di fare scaricabarile per camuffare la mancata realizzazione delle proprie panzane elettorali.

Governare è far credere, diceva il grande fiorentino. Ma chi non ha letto Machiavelli non può concedersi il lusso del suo geniale cinismo, perché quel cinismo – anche tacendo della versione edulcorata che ne dava Foscolo – era volto a un grande obiettivo, alla realizzazione dell’Italia federata: non certo alla gestione del potere fine a se stessa.

 

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