Welcome to Weimar

Lo scrutinio dei risultati di queste elezioni politiche è ancora in corso, ma dai primi risultati e dalle proiezioni emerge già un quadro piuttosto netto, ovvero l’assenza di una forza politica maggioritaria. Nonostante la netta virata a destra del Paese – con il centrodestra che ottiene un importante risultato di coalizione e la Lega che batte Forza Italia – ed il Movimento 5 Stelle che aumenta il proprio seguito fino a superare il 30%, al momento nessuno ha inumeri per poter sperare di governare da solo ed il compito che si prospetta per Mattarella sarà oltremodo gravoso. Individuare infatti una figura cui affidare l’incarico di guidare il prossimo esecutivo vorrebbe dire riuscire a trovare la quadratura del cerchio di una situazione davvero complessa. Da questi dati si possono però già trarre alcuni importanti spunti di riflessione.

Il primo è indiscutibilmente che l’Italia è un Paese che sta andando verso destra, all’interno di una generale tendenza dell’Europa al conservatorismo. Quello che però colpisce del risultato italiano è che si tratti di una rottura piuttosto forte con il passato. Il partito infatti non è una forza moderata e liberale (non lo è mai stata neppure Forza Italia), ma la Lega. Già, solo Lega, perchè il Nord è scomparso dal nome e dal programma del partito: Salvini ha completato con successo la trasformazione del movimento federalista e tutto sommato quasi europeo di Bossi in una forza dichiaratamente nazionalista, rigidamente centralista e fortemente anti-europea, strizzando l’occhio ai sentimenti dell’estrema destra. L’ampio risultato della Lega confrontato a quelli molto bassi di Casapound o Forza Nuova lascia immaginare che molti elettori di quell’area abbiano optato per un voto utile, scegliendo un partito che si avvicina molto alle loro posizioni. Berlusconi invece si è visto crollare il mondo addosso, se nel 2013 aveva compiuto una fenomenale remuntada perdendo di poco, questa volta Forza Italia ha mostrato tutti i limiti di un partito nato ad uso e consumo di un leader che ormai è la caricatura di se’ stesso. Certo, le proiezioni dei seggi non sono così ingenerose verso l’ex Cavaliere, ma la sconfitta è davvero netta.

Ancora più netto è invece il disastro delle forze riformiste di governo: la coalizione di centrosinistra infila una serie di clamorosi insuccessi tra listini e collegi uninominali, mostrando come in realtà il potere logori chi l’ha avuto. Nonostante i discreti risultati dell’esecutivo, la narrativa di Renzi e dei suoi alleati proprio non riesce a fare breccia in alcun tipo di elettorato, prospettando per il partito un risultato addirittura inferiore al 20%. Relegato come probabile terzo o quarto polo (minoritario) il centrosinitra deve affrotnare una profonda questione identitaria e capire perchè, al di fuori della roccaforte altoatesina, sia stato premiato unicamente dalle urne della città di Milano, sempre più capitale economica e morale, ma anche sempre più realtà scissa dal resto del Paese. Non bastano le vittorie uninominali di Padoan e Gentiloni per costruire qualcosa. Il dato più grave è che l’emorragia di voti non è andata verso altre forze di sinistra, dato il misero risultato di Liberi e Uguali – partito condannato fin dall’inizio da divisioni interne e dalla totale mancanza di figure di rilievo – ma probabilmente a Lega e 5 Stelle.

Se Renzi piange Di Maio festeggia, il cappotto del Movimento al Sud, che scalza il centrodestra in quasi tutti i collegi, esprime molto bene la rabbia e la frustrazione di questa parte del Paese che sceglie di premiare il programma assistenzialista e statalista del Movimento, così come buona parte quello simile della Lega. Il partito di Beppe Grillo (o di Davide Casaleggio?) è ancor più il primo partito d’Italia, staccando di oltre 10 punti percentuali il secondo, probabilmente il PD. Per acluni ha premiato la presentazione della squadra di governo,  ma credo che il vantaggio più significativo del Movimento derivi dal rancore di un’Italia sfiduciata verso la classe politica emersa dal crollo della Prima Repubblica ed ancor più dall’essere stati per cinque anni all’opposizione. Se si escludono infatti le città amministrate da Raggi, Nogarin ed Appendino, il 5 stelle non ha mai ricoperto alcun ruolo di responsabilità in Italia, confermando appieno la tendenza che se in aula non siedi ai banchi del governo incrementare il proprio consenso è molto più semplice. Ora però la grande prova attende l’improbabile candidato premier Di Maio (sic tansit gloria mundi): la squadra e i voti li ha, ma non i seggi. Riuscirà a trovare una mediazione o preferirà non sporcarsi le mani, scegliendo ancora una volta la facile strada dell’opposizione permanente?

Le forze antisistema hanno vinto e quel che è altrettanto certo certo è che ora come ora il Paese è ingovernabile. Complici un assetto istituzionale quantomai inadeguato, una legge elettorale maldestra scritta ed emendata in fretta e furia per andare al voto ed un Paese politicamente frammentato in almeno tre blocchi, le prospetive per l’Italia sono tutt’altro che rosee. Mentre il mondo, dalla Germania (con Angela Merkel che si avvia verso il suo quarto mandato) alla Cina, si incammina sulla via della stabilità, il nostro Paese sceglie invece ancora una volta di essere Weimar. L’ingovernabilità appare sempre di più come l’elemento principale del modello politico italiano, dove tutti arrivano primi, ma non vince nessuno, dove trovare un accordo condviso anche solo sui soggetti con cui dialogare sembra impossibile. Dati alla mano solo un’eventuale coalizione Lega + 5 Stelle avrebbe la maggioranza nel Parlamento, uno scenario agghiacciante, specialmente guardando ai programmi dei due partiti: se venissero applicati la terribile estate del 2011 parrebbe quasi un bel periodo. Insomma, anche questa volta siamo risuciti a fallire clamorosamente la prova di mautrità che il mondo ci chiedeva.
Adesso la palla passa al Quirinale, arbitro costituzionale della politica italiana, per capire che cosa ci aspetta, ma non serve certo la sfera di cristallo per capire che saranno tempi bui.

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