Una critica alle proposte economiche del centro-destra

Silvio Berlusconi ha certamente il suo charme. Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che per la terza volta sembrasse destinato all’irrilevanza politica, e per la terza volta risorge proponendo le stesse idee nella stessa maniera di sempre.

Questo charme risiede forse nella spontanea ammirazione generata dal concetto di “uomo che si è fatto da solo”, forse nel suo essere la rappresentazione di ciò che qualunque imprenditore ambisce di diventare. Non a caso, laddove il senso di dedizione al lavoro e l’ambizione di migliorarsi hanno fatto fiorire una società imperniata sulla media borghesia, lì egli ha sempre trovato il maggior supporto.

Paradossalmente, tuttavia, è proprio il ritratto psicosociale dell’elettore medio di Forza Italia quello che è stato maggiormente avversato dalle sue politiche economiche. Ancor più paradossalmente, è quello che sarebbe avversato di nuovo, qualora venissero messe in pratica le proposte di questa campagna elettorale (che, come anticipato, sono le stesse di sempre, solo un po’ più spinte).

Pensiamoci un attimo. L’elettore di Berlusconi in genere apprezza più d’altri l’intraprendenza, l’abnegazione e il merito individuale che sottostanno all’accumulazione lecita della ricchezza. Berlusconi invece predica la drastica riduzione delle imposte di successione.

L’elettore di Berlusconi favorisce uno stato minimo, che non si intrometta eccessivamente nella sfera della sua libertà d’intrapresa. Al contrario, Berlusconi, quando è stato al governo, ha aumentato la spesa pubblica in puro stile keynesiano, per certi versi craxiano (in onore del suo padre politico); e sembra oggi avere tutta l’intenzione di continuare su questa strada, vista la proposta delle pensioni minime a 1000 euro e il malcelato copia-incolla del reddito di cittadinanza.

Sembrerebbe allora che l’elettore di Berlusconi sia irrazionale. Tuttavia, oltre che grazie allo charme, l’ex cavaliere trova la grande congiunzione con il suo bacino di voti nella perenne promessa della diminuzione della pressione fiscale. Nel 2008 ci fu l’annuncio a sorpresa dell’abolizione dell’ICI; dieci anni dopo abbiamo la flat tax. Vediamola più nei dettagli.

Si tratta di un’aliquota unica (al 20%) sui redditi da lavoro e da capitale. Questo non significa, chiaramente, che l’operaio e il calciatore verseranno all’erario lo stesso importo, ma è già un forte cambiamento rispetto al tradizionale assetto progressivo della finanza pubblica, sancito anche dalla costituzione [art. 53]. Sicuramente la flat tax non è prona al principio di equità, ma non si può giudicare scientificamente quanto bisognerebbe essere equi.

Di certo, invece, due aspetti che i suoi promotori enfatizzano come pregi della flat tax non sono tali.

In primo luogo, c’è chi sostiene che la flat tax permette di diminuire l’evasione fiscale e quindi di accrescere le entrate per lo stato. Se da un lato è vero che – a punizione invariata per chi evade – offrire un’aliquota inferiore ai redditi che sono più facilmente soggetti a evasione la disincentiva, tuttavia non è affatto scontato che quel guadagno erariale sia tale da controbilanciare la perdita dovuta all’abbassamento dell’imposta per tutti (anche per i molti che, all’interno dei gruppi proni all’evasione, le tasse le pagano sempre). Inoltre, il disincentivo all’evasione si può realizzare anche abbassando le aliquote più elevate, ma non in modo così drastico da distruggere la progressività.

In secondo luogo, c’è chi ritiene che la flat tax permette di raccogliere un maggiore gettito dall’IVA, perché il risparmio fiscale farebbe aumentare i consumi degli agenti economici. Questa è una mera fandonia.

La tanto (a sproposito) citata curva di Laffer si fonda sull’assunto dell’agente rappresentativo con un’unica offerta di lavoro e un’unica aliquota; ma nel mondo reale gli agenti sono eterogenei. Infatti, alla flat tax corrisponde un risparmio fiscale nullo per chi guadagna poco, e tanto maggiore quanto si sale nella scala dei redditi. Per gli agenti economici che avrebbero un risparmio fiscale in seguito alla flat tax, la teoria neoclassica e l’equazione di Ricardo (messe in discussione dalla moderna ricerca macroeconomica solo per ciò che riguarda i redditi medio-bassi, che, lo ripeto, qui non hanno risparmio fiscale) valgono in tutta la loro solidità matematica. Siccome la politica fiscale non intacca il reddito strutturale dell’individuo, il risparmio fiscale diventa risparmio privato, non consumo.

Questo è vero amenoché la riduzione dell’imposta non diventi strutturale anch’essa, attraverso la riduzione del debito pubblico; ma, dato che la flat tax è sempre stata associata a un aumento del deficit e quindi dello stock di debito in tutti i Paesi dove fu introdotta (del resto, lo stato ha minori entrate e la stessa spesa), l’eccezione qui presentata è stata inserita più per amor di completezza che per pertinenza oggettiva. Inoltre, anche qualora la riduzione dell’imposta diventi strutturale, è lecito assumere che il ricco abbia una maggiore propensione al risparmio (poiché il suo tenore di vita e i suoi consumi sono già elevati), e questo conferma la conclusione del precedente paragrafo.

In sintesi, non solo la flat tax è iniqua, non solo non incrementa le entrate per lo stato, ma non favorisce neanche i consumi, e fa aumentare il debito. A questo i grandi luminari del berlusconismo economico (leggi Brunetta) rispondono proponendo di vendere le partecipazioni pubbliche e di dismettere il patrimonio statale. Secondo loro, l’Italia, uno fra i paesi OCSE con il più alto rapporto di capitale privato rispetto al PIL (850%), dovrebbe disfarsi del poco capitale pubblico che le rimane per finanziare la riduzione fiscale dei più ricchi.

E’ come se la nonna vendesse gli ultimi preziosi dell’argenteria di famiglia per fare un bel regalo al nipote più agiato.

Penso proprio che anche chi si fa ammaliare dallo charme di Berlusconi sia perfettamente in grado di riconoscere fino a che punto è illogica la sua proposta.

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