Il paradosso del proporzionale e le promesse un tanto al voto

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È da quando sono nato che sento definire la campagna elettorale di turno come “la più brutta mai vista”. Ma, fuor di cliché, viene da pensare che stavolta il record sia stato infranto senza tema di smentita. Un’istantanea vale più di mille parole: Marzo 2006, l’immarcescibile Vespa ospita il premier Berlusconi e lo sfidante Romano Prodi per un duello tv all’americana (ah, quando si facevano). B. è in affanno, infiacchito da 5 anni di Governo e svariate leggi ad personam che lo hanno condotto a un distacco a doppia cifra nei sondaggi. Il dibattito va a fasi alterne, ci si gioca tutto nell’appello finale. Prodi ciancica di equità e felicità, insomma fa cilecca. È il turno di B. Prima ammette ruffianamente di non aver fatto granché, ma “l’Italia è un’azienda difficile”. Poi il coup de théâtre: siorri e siorre, ABOLIREMO L’ICI!! Il resto è storia: B. effettua una prodigiosa rimonta che gli consentirà di perdere di misura e di preparare una pronta rivincita di lì a due anni.

Oggi quell’annuncio roboante, che in un certo senso ha cambiato le sorti della Seconda Repubblica, sortirebbe l’effetto di un miagolio in uno zoo.

Non mi dilungherò sulla dabbenaggine di chi crede che la flat-tax si ripagherà da sè, che il reddito di cittadinanza non inciderà sul tasso di occupazione, o che in Europa basti “sbattere i pugni sul tavolo” per sforare il deficit a piacimento (sai che paura, caro Giggino). Piuttosto, viene da chiedersi come facciano i nostri imbonitori in doppio petto a dormire la notte pensando a tutte le cambiali in bianco che stanno firmando con gli elettori.

E qui veniamo a quello che definirei il paradosso del proporzionale:

Un eccesso di rappresentatività conduce al suo esatto opposto – ovvero all’assenza di rappresentatività. Corollario: Mentre può esserci governabilità in assenza di rappresentatività (caso estremo: dittatura), l’inverso non è mai possibile.

Mi spiego. Il proporzionale è un sistema elettorale che, secondo il sentire comune, garantisce la rappresentatività. Eppure, è allo stesso tempo chiaro a tutti che il prossimo Presidente del Consiglio non sarà uno dei leader dei partiti in competizione. Quelli che “ci mettono la faccia” sono degli Avatar, prestanome alla meglio di qualche seconda fila di partito. C’è di più: non solo l’elettore non avrà il potere di votare per il Premier (il che è formalmente sempre così, Costituzione alla mano) ma, di fatto, non deciderà neppure la coalizione di Governo, che si formerà presumibilmente dopo le elezioni in seguito ad accordi sottobanco – a meno che il caravanserraglio del centrodestra non raggiunga la maggioranza assoluta dei seggi, ipotesi al momento improbabile.

Ecco spiegate le sparate di chi, per conto suo, sa che potrà addossare la colpa degli impegni non mantenuti all’alleato di parte avversa o al cireneo di turno (la famosa “riserva della Repubblica” alla Mario Monti che fa il lavoro sporco per tutti).

Certo, la Weltanschauung tedesca è diversa e in Germania, nonostante il proporzionale, i partiti non si azzardano a proporre neanche mezza spesa senza le adeguate coperture. Ma anche lì gli elettori che hanno scelto Schulz con la promessa che giammai i loro voti sarebbero confluiti in un ennesimo governo Merkel sono rimasti con un palmo di naso.

Le prospettive non sono esaltanti. Pare infatti che il meccanismo elettorale, pur modificabile con semplice legge ordinaria, sia ribaltabile alla radice solo in seguito ad eventi particolarmente significativi. È stato così in Francia, quando all’impazzare della Guerra di Algeria i francesi risposero con De Gaulle e il suo progetto iper-maggioritario, che dura a tutt’oggi e di cui hanno beneficiato in termini di stabilità governativa anche i suoi più strenui oppositori, tra cui Mitterrand.

Ed è stato così anche nel nostro Paese, quando dopo la catastrofe fascista si decise di mettere una museruola all’esecutivo e quando cinquant’anni dopo, sull’onda di Mani Pulite, i nostri genitori votarono ai referendum abrogativi di Mario Segni per rimuoverla almeno in parte. Con la differenza significativa, rispetto a oggi, che il particolare sistema della Prima Repubblica – consociativo e dunque iper-rappresentativo –  garantiva al contempo la continuità di governo in quanto poggiava sulla conventio ad excludendum del Partito Comunista.

Da ultimo, il 4 dicembre 2016 il 60% degli italiani ha dato un chiaro segnale contro la governabilità, prontamente raccolto dal sistema politico. Quella era la vera posta in palio, ma il messaggio – anche a causa della sciagurata scelta di Renzi di trasformare il referendum in un plebiscito sulla propria persona – non è passato.

Il risultato è un sistema dove, parafrasando Lincoln alla maniera di Carmelo Bene, il popolo prende a calci in culo il popolo, su mandato del popolo.

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