Il fardello storico

Si dice spesso che l’Italia non abbia mai voluto fare i conti col proprio passato. Non sempre si pone l’accento su quanto ciò possa essere costoso.

In breve, nel 1943, a guerra perduta, diventiamo cobelligeranti degli ex-nemici, riuscendo ad ottenere un trattamento più generoso di quello riservato alle altre due potenze dell’Asse nei trattati di pace. Ma questo ha avuto un prezzo, un fardello storico che tuttora ci portiamo dietro: il diniego a priori, la repulsione acritica, finanche la mistificazione di quello che c’è stato prima, in toto.

Detto altrimenti, in Italia non c’è mai stata un’analisi razionale dell’esperienza fascista. Né una simile prospettiva sembra all’orizzonte, se è vero che per la più alta carica dello Stato non esiste che il fascismo abbia mai fatto alcunché di buono. (Per inciso, la probabilità che in vent’anni di governo siano stati commessi solo madornali errori dettati dalla follia razzista è piuttosto remota).

Ora, questo atteggiamento è duplicemente dannoso; in primo luogo su un piano socio-culturale, perché l’assenza di un’analisi critica non solo lascia campo agli idealizzatori del fascismo e a coloro che ne minimizzano le gravi colpe, ma anche previene un dibattito costruttivo sull’impianto istituzionale che si potrebbe implementare per migliorare l’efficacia del processo decisionale della Repubblica. Del resto, la costituzione antifascista è “la migliore del mondo”.

In secondo luogo, il danno del fardello storico è su un piano politico-economico. Per non rischiare che la nuova Repubblica venisse anche lontanamente associata al fascismo, spesso si sono portati avanti dei progetti palesemente contrari all’interesse nazionale. In quanto segue, ne vedremo un esempio comparando l’atteggiamento francese e quello italiano di fronte agli autonomismi.

Per farlo, considero degli estratti del discorso pronunciato da Macron a Bastia la settimana scorsa, in cui il presidente francese prende posizione contro le richieste avanzate dai partiti autonomisti al potere in Corsica da dicembre 2017.

 

“I Còrsi hanno incarnato la grandeur della Francia. La Corsica ha avuto la fortuna e l’onore di essere la prima parte di Francia a venire liberata nel 1943.”

Con questa sottile apertura, il discorso prende una piega chiara, chiamando in causa le simpatie fasciste degli indipendentisti còrsi degli anni Trenta. L’equazione del fardello storico (fascismo = male assoluto) è qui ampiamente in gioco, ed è un’arma potente per dissociare preventivamente l’uditorio dalle posizioni degli avversari politici e dalle loro richieste.

Più avanti, il Presidente fa emergere il suo pensiero riguardo ai temi specifici su cui è chiamato in causa: devolution e bilinguismo. In breve, li affronta come segue:

“Potrà essere data alla Corsica la libertà di mettere in atto nuove tasse locali, ma è impensabile che il gettito d’imposta della Corsica resti nell’isola senza garantire lo stesso vantaggio alle altre regioni. Stare nel giro della République significa beneficiare della solidarietà nazionale.”

“Il sostegno statale alla lingua còrsa deve iscriversi in uno spirito di apertura. Il bilinguismo è opposto a questa apertura. Il bilinguismo non è una nuova frontiera nel concepire il rapporto con la République, ma il riconoscimento di un’identità specifica all’interno della République. C’è una sola lingua ufficiale [in Corsica], ed è il francese.”

La chiusura marca infine la totale opposizione a qualsiasi richiesta ulteriore, con l’uso della seconda persona plurale a segnare il distacco di chi si sente nella posizione del contraente forte.

“La Corsica è di fronte alla scelta: intrattenere con lo stato un muro-contro-muro che è già stato sterile e distruttivo, oppure dirigersi verso il suo avvenire. Fare parte integrate della quinta potenza mondiale è un’incredibile opportunità. Fatene il miglior uso.”

 

Ora, supponiamo per ipotesi che un Presidente del Consiglio italiano, avendo a cuore non solo il bilancio del governo centrale ma anche il principio di equità, si rechi in Alto Adige ed articoli un pensiero simile a questo:

“Cari concittadini che avete avuto forti simpatie per l’annessione al Terzo Reich, forse trattenere localmente il 90% del gettito d’imposta ed essere la prima provincia per contributi pro-capite dal governo centrale è un po’ esagerato, specialmente dato che risultate anche la provincia più ricca di questo Paese e togliete fondi a chi veramente li necessita. Non vi piace l’idea? Quantomeno, ritengo che in cambio di tale generosità possiate sforzarvi di parlare l’italiano.”

Come verrà egli chiamato, se non fascista? E gli altri contribuenti italiani continueranno a pagare.

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