Paese per giovani?

Nonostante che la campagna elettorale sia monopolizzata da altri temi, il problema della disoccupazione giovanile è ancora impellente, assestandosi attorno al 33% secondo le ultime rilevazioni. Parto quindi dalle condizioni discriminatorie del mercato del lavoro per cercare di dare uno spaccato della portata della gerontocrazia in Italia.

In sostanza, il welfare-state nostrano prevede uno strumento di tutela in caso di crisi aziendale, e uno strumento di tutela per chiunque termini un’esperienza lavorativa trovandosi, anche temporaneamente, disoccupato.

Il primo è la cassa-integrazione, che permette alle imprese di utilizzare il lavoratore solo saltuariamente, ma rimborsa a quest’ultimo l’80% del salario che gli verrebbe corrisposto se lavorasse per tutto il monte-ore stabilito da contratto.

Il secondo è l’indennità di disoccupazione, che prevede che lo Stato compensi chi perde il lavoro con il pagamento del 60% dello stipendio per i successivi 6 mesi, e del 50% per due mesi ancora.

Questo strumento è tra i meno generosi dell’intero mondo occidentale.

A titolo di esempio, i benefici di disoccupazione nell’austera Germania ammontano al 60% dello stipendio per 12 mesi; in Francia ripagano una quota fra il 75 e il 60% del salario per 24 mesi; in Spagna il 70% per 24 mesi; in Belgio il 55% fino a quando il disoccupato non trova un nuovo lavoro. Persino negli Stati Uniti l’erogazione del sussidio dura per un periodo che varia in funzione del tasso di disoccupazione aggregato, fino a un massimo di 23 mesi.

Tornando nei nostri confini, l’indennità di disoccupazione in Italia è così poco generosa perché si pensò di creare un mercato del lavoro talmente rigido che un lavoratore, per divina intercessione del fu articolo 18, poteva contare sempre sulla certezza del “posto fisso”. Dunque, se il lavoro non lo si può perdere (e quand’anche l’azienda sia in crisi c’è il supporto della cassa integrazione), a cosa mai servono i sussidi di disoccupazione?

Il ragionamento sarebbe impeccabile, se non fosse per un piccolo problema. A partire dalla fine degli anni ’90, nel mondo globalizzato, le imprese italiane hanno cominciato ad assumere con nuovi contratti a tempo determinato per limitare gli esorbitanti costi del lavoro creati da quella struttura di iper-protezione dell’impiego.

Pertanto, come è stato particolarmente evidente durante la crisi, si è creato un mercato del lavoro binario, con gli intoccabili da una parte e, dall’altra, i neo-assunti, principalmente giovani, senza tutela di posto e pressoché privi di strumenti di sostegno al reddito una volta terminata l’esperienza lavorativa.

Anche se di certo i giovani Italiani risultano mediamente meno preparati dei loro coetanei del resto d’Europa, mi sentirei di affermare che essi sono più dei truffati che dei bamboccioni. Truffati da una generazione di sessantottini miope e arraffatrice, da una classe politica che spesso si identifica con i sessantottini di cui sopra e che destina la maggioranza assoluta della spesa pubblica alle pensioni (eh già, bisogna ancora pagare quelli col retributivo), e finanche da una costituzione che decreta che il Presidente della Repubblica debba avere almeno 50 anni per essere eletto [art. 84] e che il voto di chi non abbia compiuto il venticinquesimo anno di età valga la metà [art. 58].

Proprio per controbilanciare l’handicap, la soluzione non è il disimpegno politico, ma l’andare a votare in massa il 4 marzo, idealmente facendo anche annotare a verbale questa leggera incongruenza con l’ordinamento di qualsiasi altro paese democratico.

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