Il paradosso del proporzionale e le promesse un tanto al voto

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È da quando sono nato che sento definire la campagna elettorale di turno come “la più brutta mai vista”. Ma, fuor di cliché, viene da pensare che stavolta il record sia stato infranto senza tema di smentita. Un’istantanea vale più di mille parole: Marzo 2006, l’immarcescibile Vespa ospita il premier Berlusconi e lo sfidante Romano Prodi per un duello tv all’americana (ah, quando si facevano). B. è in affanno, infiacchito da 5 anni di Governo e svariate leggi ad personam che lo hanno condotto a un distacco a doppia cifra nei sondaggi. Il dibattito va a fasi alterne, ci si gioca tutto nell’appello finale. Prodi ciancica di equità e felicità, insomma fa cilecca. È il turno di B. Prima ammette ruffianamente di non aver fatto granché, ma “l’Italia è un’azienda difficile”. Poi il coup de théâtre: siorri e siorre, ABOLIREMO L’ICI!! Il resto è storia: B. effettua una prodigiosa rimonta che gli consentirà di perdere di misura e di preparare una pronta rivincita di lì a due anni.

Oggi quell’annuncio roboante, che in un certo senso ha cambiato le sorti della Seconda Repubblica, sortirebbe l’effetto di un miagolio in uno zoo. Continua a leggere “Il paradosso del proporzionale e le promesse un tanto al voto”

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Il fardello storico

Si dice spesso che l’Italia non abbia mai voluto fare i conti col proprio passato. Non sempre si pone l’accento su quanto ciò possa essere costoso.

In breve, nel 1943, a guerra perduta, diventiamo cobelligeranti degli ex-nemici, riuscendo ad ottenere un trattamento più generoso di quello riservato alle altre due potenze dell’Asse nei trattati di pace. Ma questo ha avuto un prezzo, un fardello storico che tuttora ci portiamo dietro: il diniego a priori, la repulsione acritica, finanche la mistificazione di quello che c’è stato prima, in toto. Continua a leggere “Il fardello storico”

Tre grafici vi spiegano il ritorno del fascismo in Italia

Nell’ultimo Economic Bulletin la BCE, nel parlare di mercato del lavoro, affronta anche il tema dei migranti. Lo fa con affermazioni piuttosto nette e molto utili per animare il dibattito pubblico pre-elettorale. A pagina 56 si legge che: “una parte importante dell’immigrazione, nell’area dell’euro, è finalizzata alla ricerca d’occupazione. I tassi di partecipazione e occupazione degli immigrati sono relativamente alti, ma tendono a rimanere più bassi rispetto ai nativi. Mentre chi proviene dai paesi dell’UE ha tassi di occupazione simili o superiori a quelli dei paesi ospiti, chi proviene da paesi extra UE ha tassi di occupazione più bassi”. Sebbene i rifugiati riempiano le cronache per i problemi di accoglienza, sono solo una parte minoritaria di chi raggiunge l’Europa, come pure sostiene questo articolo sul blog del FMI. Nelle potenze economiche europee i migranti fanno più fatica a trovare lavoro per “[…] la mancanza di competenze ed esperienze specifiche del paese, nonché per il tempo richiesto per il riconoscimento delle qualifiche”. E qui c’è il primo grafico.

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Paese per giovani?

Nonostante che la campagna elettorale sia monopolizzata da altri temi, il problema della disoccupazione giovanile è ancora impellente, assestandosi attorno al 33% secondo le ultime rilevazioni. Parto quindi dalle condizioni discriminatorie del mercato del lavoro per cercare di dare uno spaccato della portata della gerontocrazia in Italia.

In sostanza, il welfare-state nostrano prevede uno strumento di tutela in caso di crisi aziendale, e uno strumento di tutela per chiunque termini un’esperienza lavorativa trovandosi, anche temporaneamente, disoccupato. Continua a leggere “Paese per giovani?”