22 ottobre, un voto sul nulla

La prossima domenica in Lombardia ed in Veneto si terrà l’ormai noto referendum sull’autonomia. Ovvero, in un quadro consultivo le Regioni chiederanno ai cittadini se essi sono favorevoli a cominciare una trattativa con lo Stato centrale per ottenere maggiori condizioni di autonomia nel quadro delle materie di competenza concorrente o di alcune, ridotte, spettanti allo Stato (art. 117). Sulla carta sembra tutto molto bello, sopratutto per chi vorrebbe, da qualunque parte politica, un ruolo maggiore degli enti locali nell’amministrazione, in un percorso che tende ad allontanarsi dal potere centrale visto spesso come mastodontico, inefficiente e lontano dalle necessità dei cittadini.
In realtà le cose stanno diversamente.


Non è mia intenzione fare confronti sull’efficacia dei due differenti livelli di governance, si impone però necessaria una riflessione sull’attuale regionalismo italiano. Figlio di una scellerata riforma costituzionale fatta nel 2001, il modello di divisione delle competenze in Italia è estremamente farraginoso e confusionario. Sorvolando sulla scelta, quantomai giuridicamente bizzarra, di definire come “concorrente” una competenza che in realtà è ripartita, in quanto le Regioni hanno facoltà di legiferare in queste materie nell’ambito di principi stabiliti dal governo centrale, non si può certo dire che il sistema sia chiaro o efficace. In moltissime materie la divisione dei rispettivi ambiti di azione non è chiara e ciò ha favorito la nascita di un’infinità di contenziosi tra Stato e Regioni (pagati con i soldi dei contribuenti), ricorsi su ricorsi che appesantiscono il carico di lavoro della Corte Costituzionale e dell’Avvocatura dello Stato. Inoltre le Regioni hanno competenze, che in soldoni vuol dire potere di veto, in molte questioni che possono essere di rilevanza nazionale, un quadro che non aiuta certo lo sviluppo del Paese. Fornire ulteriori forme di autonomia ad alcune Regioni in questa dimensione vuol dire solo aumentare le eccezioni, la confusione e l’incertezza del diritto: insomma, non certo una prospettiva incoraggiante.

Si dirà che sì, il modello è complicato, è vero, ma che è anche giunto il momento di una maggiore responsabilità fiscale da parte degli enti locali. Questo è uno dei cavalli di battaglia dei sostenitori del referendum: tenere più risorse in loco per i servizi ai cittadini e di conseguenza responsabilizzare maggiormente anche quelle parti del Paese abituate a vivere al di sopra delle proprie possibilità grazie alle risorse prodotte da altri. Un simile ragionamento non mi trova certo ostile: uno dei maggiori errori della riforma del 2001 è stato proprio quello di distribuire competenze a pioggia lasciando però de facto libertà di spesa agli enti. E infatti i costi sono aumentati a dismisura senza che chi spendesse dovesse preoccuparsi di trovare da solo le risorse. Inoltre esiste una questione settentrionale, almeno quanto ne esiste una meridionale: i cittadini del Nord, soprattutto quelli lombardi, sono abbastanza insofferenti al fatto che una grossa fetta della ricchezza prodotta finisca lontano da casa, sprecata o spesa in progetti di cui non beneficeranno mai. Si tratta del celebre residuo fiscale: circa 54 miliardi di euro annui per la Lombardia e 18 per il Veneto. Sono cifre enormi, la cui entità lascia facilmente comprendere il risentimento popolare. Peccato però che tutto ciò non sia oggetto del referendum. Innanzitutto non vi è alcun collegamento tra l’attivazione delle procedure previste e l’autonomia fiscale: l’art. 116 infatti parla puramente di competenze, non di risorse. Ragionevole pensare che all’attribuzione di maggiori competenze corrisponda un maggiore trasferimento di risorse, ma questo non solo non sarebbe automatico, ma neppure creerebbe quella diretta gestione fiscale regionale. In parole povere i soldi dei lombardi non resterebbero in Lombardia per essere spesi direttamente dalla Regione, ma andrebbero a Roma esattamente come ora, con la sola differenza che potrebbero tornarne di più in servizi di quanti ne tornino adesso. Non certo i famosi 54 o 27 miliardi invocati spesso e volentieri da Maroni: stiamo parlando di cifre superiori a quelle presenti in una finanziaria nazionale, neppure il governo più autonomista e politicamente amico rinuncerebbe mai a simili risorse, soprattutto visto che non è obbligato a farlo. Qualcosa è comunque meglio di niente, si potrebbe obiettare, ma non è questa la strada per la responsabilizzazione degli enti locali sulla gestione fiscale.

E soprattutto su cosa si vota? Sull’autonomia, ovvio!
Sì, ma quale?
La verità è che non vi è alcun progetto comprensivo da parte della regione su come sviluppare la trattativa con lo Stato per la tanto invocata autonomia. Non si sa su quali competenze in particolare intendano chiederla, non è dato sapere quali sarebbero le linee guida per l’utilizzo delle maggiori competenze acquisite o come verrebbero spese le maggiori risorse ottenibili eventualmente. Esse andrebbero ovviamente utilizzate nell’ambito delle forme di autonomia acquisite, ma appunto non si sa né dove, né come, né con quali obiettivi. Il nulla più totale, si brancola nel buio ricercando un mandato popolare (non legalmente necessario) senza indirizzo, l’ideale insomma per non avere alcuna responsabilità politica al momento della negoziazione: se tanto non ci sono linee guida non si dovrà neppure rendere conto agli elettori del risultato finale. Il tutto senza contare che l’attuale giunta regionale è a fine mandato e che dunque ragionevolmente non se ne farà nulla almeno fino a dopo il voto.

E qui si arriva al vero scopo del referendum. Se a pensare male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca, allora è lecito domandarsi quali possano essere le ragioni dietro la consultazione. Per prima cosa, il committment federalista di chi ha voluto questo voto è ben lungi dall’essere certo: Roberto Maroni è stato ministro dell’Interno per anni, in molti dei quali il colore politico della Lombardia è stato lo stesso di Palazzo Chigi, quale momento più propizio per avviare una simile trattativa? Eppure non se ne è mai fatto nulla. Verrebbe da domandarsi il motivo dell’improvviso furore regionalista, non sarà che forse in un quadro in cui la leadership leghista ha assunto istanze di tipo nazionale la vecchia guardia “bossiana” abbia intenzione di aumentare il potere locale perchè difficilmente può aspirare a quello nazionale? Guardando il calendario giunge poi un ulteriore dubbio. Il prossimo anno in Lombardia si vota, l’attuale giunta punta alla riconferma alle urne per un secondo mandato e casualmente indice pochi mesi prima un referendum plebiscitario per radunare attorno al proprio stendardo politico il popolo lombardo autonomista. Sempre pensando male, ci si potrebbe convincere che dopo cinque anni di navigazione a vista, durante i quali si sono visti tutti i limiti dell’attuale amministrazione, a Palazzo Lombardia si siano inventati questa mossa perché un minimo spaventati dall’appuntamento elettorale.

Per la prima volta nella mia vita, da cittadino lombardo, studente pendolare (e quindi particolarmente sensibile alle tematiche regionali) e convinto sostenitore del voto come dovere civico, sono contento di non partecipare ad una consultazione. Per quanto non sia in principio avverso ad una maggiore responsabilizzazione regionale sul piano fiscale (lo sono invece, e molto, su quello legislativo), non credo affatto che partecipare a questo referendum possa essere d’aiuto. Con il risultato scontato che si preannuncia, l’unica conta importante sarà quella dell’affluenza e francamente non mi sento proprio disposto a fornire con la mia partecipazione un mandato in bianco per chiedere un’autonomia che pare davvero fine a se stessa e alla campagna elettorale dell’attuale governatore.

 

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2 pensieri su “22 ottobre, un voto sul nulla

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