Superare gli Stati Nazionali per un’Europa federale

Vorrei sollevare due punti sulla questione catalana.

Il primo, le costituzioni sono scritte dai popoli, non viceversa: dire che la costituzione è inviolabile significa accettare uno status quo monolitico e immutabile, e questo non è accettabile in una società che vuole essere libera, aperta e dinamica.

Il secondo, questa riscoperta dello Stato Nazionale come unità indivisibile ha un sapore molto novecentesco e, se posso dire la mia, trovo questa opinione un frutto della mancanza di idee nuove che diano prospettiva e futuro. Un qualcosa tipo: non so bene cosa voglio, quindi mi va bene quello che c’è.

Lasciando da parte la questione catalana: noi siamo europei, e non abbiamo bisogno di uno stato nazionale che ci ricordi che siamo di cultura italiana, francese o iberica. Quello di cui abbiamo bisogno è un Parlamento perfettamente funzionante a Bruxelles, una Commissione espressa dai rapporti delle forze in campo e autonomie regionali per la gestione amministrativa, economica e sociale delle realtà locali.

Lancio qualche spunto aperto a discussione:

  1. Al momento noi votiamo per Comune, Regione, Parlamento italiano e Parlamento europeo. Lasciamo da parte Comune e Regione – che rappresentano il governo del territorio – qua è il senso di votare due parlamenti con rappresentanti sovrapponibili? Mi spiego: un elettore PD in Italia voterà quasi sicuramente un candidato PD in Europa. Ha senso? L’espressione di voto diventa un voto d’appartenenza e non di contenuto. Effetto: in Europa noi mandiamo chi non è riuscito a sedersi sullo scranno nazionale e, udite udite, senza alcun tipo di programma perché – ovviamente – quale programma puoi mettere in piedi nel sistema europeo odierno?
  2. Se la difesa dei confini viene posta sotto controllo europeo, se le autorità antitrust, i rapporti commerciali, le regole del mercato unico sono già gestite a livello europeo, gli Stati Nazionali che scopo hanno? Pagare le pensioni ai propri cittadini? Spendere un po’ di tasse per far vedere che servono a qualcosa?
  3. I governi nazionali lasceranno davvero i propri poteri all’Europa? Voi immaginate di essere un politico italiano, immaginate addirittura di essere al Governo: meno poteri significa meno distribuzione di cariche, meno clientele soddisfatte, meno collaboratori piazzati, meno potere politico ed economico. Chi rinuncerebbe a influenzare direttamente o indirettamente metà del PIL di un Paese?
  4. In Europa si è imposto un sistema di rapporti inter-governativi, ergo la rappresentanza ha un potere limitato rispetto a quel che è il vero potere europeo: il Consiglio, ovvero l’istituzione dove i capi di Governo decidono le prossime mosse. Uno potrebbe dirmi: i Governi sono eletti – direttamente o no – dai propri cittadini, quindi sono una rappresentazione più o meno buona dell’elettorato. Appunto, quindi a che serve aumentare i livelli istituzionali per governare il continente? Dare posti di lavoro a gente che non potrebbe fare altro nella vita? Mantenere intatto un sistema istituzionale incancrenito perché “così vuole la costituzione”?

Una delle critiche maggiori che mi è stata mossa parlando di superamento degli stati nazionali è: come fai a sostenere un’Unione Europea con una cinquantina di micro-staterelli che si gettano nella mischia quando è difficile ora con 27+1 paesi? Il problema, secondo me, è ragionare ancora per staterelli. Dire di superare gli stati nazionali non significa tornare al Sacro Romano Impero, ma accettare la creazione di una federazione di regioni con larghe autonomie e dirimere le questioni continentali nell’unica vera istituzione che può rappresentare le istanze di cittadini tanto diversi: un Parlamento europeo. Un esempio fra tutti: il CETA. Il CETA ha subito l’opposizione del Governo della Vallonia; nel sistema che auspico, il voto del Parlamento su leggi di materia economica/commerciale non ha bisogno di ulteriori conferme perché è già conferma della maggioranza espressa dei cittadini. Ergo, meno livelli di conferma significa decisioni frutto di un solo livello di compromesso (quello parlamentare).

Per concludere, io non ho bisogno della bandiera italiana per sentirmi italiano. Io sono italiano di origine, europeo di cultura. E la nausea che provo a pagare le tasse per il nostro sgangherato Stato quando le uniche tasse che pagherei volentieri sarebbero per un’istituzione europea efficiente ed efficace mi fa dire che sì: è ora di superare l’idea di Stato-Nazione, abbracciare la Storia e unire per davvero l’unica area del mondo dove la prosperità economica incontra i diritti e la libertà degli individui.

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