Kurdistan, il difficile inizia ora

La popolazione del Kurdistan iracheno ha scelto l’indipendenza: i risultati del referendum svoltosi all’inizio di questa settimana non lasciano adito a dubbi. Circa il 92% dei votanti ha deciso per andarsene dall’Iraq e l’affluenza, superiore al 70%, conferma come il desiderio di un Kurdistan libero sia davvero forte e radicato. L’esito, quasi plebiscitario, è stato annunciato con notevole soddisfazione da Massoud Barzani, presidente curdo e leader della nuova nazione che potrebbe nascere. Già, potrebbe: il condizionale è d’obbligo perchè nonostante tutto per il popolo curdo la salita inizia proprio adesso.

 

Il primo ordine di difficoltà riguarda i rapporti con l’Iraq. Innanzitutto tale referendum non ha alcun valore per il diritto internazionale e dunque non vi è alcun automatismo che porti all’indipendenza. Dal punto di vista giuridico non è cambiato nulla: la regione curda costituisce ancora parte dell’Iraq, esattamente come la scorsa settimana o dieci anni fa.
Quello che è cambiato è invece il rapporto di forza tra la due entità: forte di una legittimazione che deriva sia dal ruolo svolto nella guerra contro Daesh (che ha permesso ai curdi di guadagnare grande sostegno internazionale) sia dal grande supporto popolare per l’indipendenza, la leadership curda ora si pone in una posizione di maggior sicurezza rispetto a Baghdad. L’esercito iracheno non ha infatti brillato negli scontri e la sua inefficienza ha mostrato tutte le problematiche politiche del governo centrale. Ciò nonostante, o forse proprio per questo, l’Iraq non è disposto a lasciare andare i curdi per la loro strada e le ultime mosse di Baghdad sono assai eloquenti: lo spazio aereo curdo è stato chiuso e da venerdì i voli internazionali saranno sospesi. Via terra la situazione non è migliore: gli accessi sono stati in buona parte bloccati e presidiati dall’esercito. Le ragioni per cui l’Iraq non è disposto ad accettare l’indipendenza curda sono molteplici: innanzitutto nessuno stato accetta volentieri di perdere parte del suo territorio, il Kurdistan inoltre è ricco di risorse petrolifere ed infine il colpo che un simile evento infliggerebbe al prestigio nazionale iracheno sarebbe insostenibile, specialmente nella situazione attuale. Consapevole, almeno in parte, di queste difficoltà Barzani ha ribadito che non proclamerà l’indipendenza subito e che ci saranno lunghe trattative con il governo di Baghdad.

Proprio Barzani, paradossalmente, potrebbe rappresentare la seconda problematica per il futuro del Kurdistan. Molti in Occidente hanno salutato la vittoria del SI al referendum come la possibile nascita di una nuova democrazia nella regione, ma la situazione del Kurdistan iracheno non è esattamente democratica. Il clan Barzani, uno dei più antichi ed illustri del Kurdistan, governa infatti la regione da circa due secoli e non ha alcuna intenzione di farsi da parte. Lontano dall’esperimento democratico del Rojava in Siria, il Kurdistan iracheno ha una politica basata sulle divisioni tribali e la tribù Barzani rappresenta il soggetto egemone. Non solo a livello politico, ma anche economico e militare: i Barzani sono presenti nelle maggiori industrie del Paese e Massoud può contare sulla lealtà di diverse migliaia di soldati. Il rischio dunque è che senza istituzioni efficaci e garanzie costituzionali forti il Kurdistan potrebbe rivelarsi una democrazia solo di facciata, mentre in realtà il potere resterebbe concentrato interamente nelle stesse mani.

I pericoli maggiori per il Kurdistan derivano però dalla generale situazione politica del Medio Oriente, una regione in cui i curdi potrebbero essere vittime di un grave isolamento. L’economia curda si basa fondamentalmente solo sul petrolio, ma con l’ostilità di Iraq e Turchia, rispettivamente chi controlla l’accesso al mare e chi invece possiede gli oleodotti che portano verso l’Europa, le prospettive di sviluppo sono assai scarse. Ankara ha già minacciato gravi ritorsioni, come la distruzione delle condutture petrolifere, e ribadito l’incostituzionalità del referendum. Baghdad ha lasciato intendere che ci saranno pesanti rappresaglie in caso di decisioni unilaterali da parte di Erbil. Difficile pensare che il malconcio esercito iracheno possa tentare colpi di mano contro i peshmerga, ma un embargo è invece assai più probabile.  Isolato tra le montagne e senza la possibilità di vendere l’unico asset prezioso di cui dispone, il Kurdistan rischierebbe il collasso economico. Neppure l’Iran sembra essere un potenziale alleato: sebbene i curdi iracheni combatterono al fianco di Teheran contro Saddam Hussein i rapporti ora sono assai peggiorati a causa del sostegno iraniano ad Assad, nemico giurato del popolo curdo.
Gli unici sponsor su cui un Kurdistan indipendente potrebbe forse contare sono Israele ed USA, ma questo sostegno potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio: da un lato Trump ha mostrato ben poca propensione a sovvenzionare gli alleati e dall’altro un’alleanza del genere rischia di richiamare una narrativa assi pericolosa nella regione. Presentarsi come l’alleato di Washington e Tel Aviv rischia infatti di chiudere al Kurdistan le poche porte che potevano essere rimaste aperte, riportando in vita una profonda linea di divisione regionale che neppure gli sforzi comuni contro il Califfato hanno potuto colmare.

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