Cosa manca nel panorama politico italiano

Col prospettarsi della campagna elettorale, credo sia utile fare un po’ d’ordine nel frammentato panorama politico nazionale.

In questi tempi fortunatamente post-ideologici ma per nostra disgrazia anche “post-true”, pare illogico discutere monoliticamente di destra e sinistra. Tuttavia, rimane salda la necessità di analizzare chi sta dove. Per farlo, si possono distinguere tre aree di intervento: politica estera, politica interna e politica economica.

In politica estera, pur tenendo conto delle sfumature intermedie, diciamo di destra chi agisce machiavellicamente nell’unica dimensione di quello che ritiene essere l’interesse nazionale; di sinistra è chi crede invece nell’esistenza di un diritto internazionale, che rappresenti il limite del suo spazio di manovra.

In politica interna, essere di destra è direttamente proporzionale al grado di intervento nella sfera della propria libertà personale che l’individuo è disposto a concedere all’ente col monopolio della forza (lo Stato) affinché la sicurezza pubblica sia garantita.

In politica economica, la destra tende a ridurre la presenza dello stato al minimo indispensabile in nome del liberismo, mentre la sinistra ritiene che anche lo Stato possa fare impresa e che l’equità sociale vada garantita pure a discapito della perfetta efficienza del mercato (in altre parole, le tasse sono il minore dei mali).

Date queste definizioni ed escludendo il M5S, la cui strategia è esattamente di essere vago e sfuggente su questioni identitarie, in Italia si possono distinguere le seguenti posizioni.

Area politica Politica estera Politica interna Politica economica
Lega/FdI Destra Destra Sinistra
Berlusconiani Destra Destra Destra
Centristi/Cattolici Sinistra Destra Destra
Renziani Sinistra (anche se con tendenze a Destra) Sinistra Destra
Bersaniani/SI Sinistra Sinistra Sinistra

 

Una delle poche combinazioni mancanti è Destra-Sinistra-Sinistra, che rappresenta l’essenza della politica francese.

Io credo che questa sia la strada da percorrere, e cercherò di dimostrarlo affrontando due questioni e partendo da una definizione semplice: l’economia è la scienza dell’allocazione ottimale di risorse scarse.

In assenza di quest’ultimo aggettivo, sarebbe deprecabile escludere qualcuno dall’allocazione. Ma poiché esistono vincoli di bilancio, compito primario di qualsiasi governante italiano deve essere, a mio avviso, la massimizzazione del benessere sociale del popolo italiano.

Per questo motivo, aprire le frontiere a un’immigrazione di massa ed essenzialmente economica è stato un grave errore. Il governo Renzi ha presentato agli occhi del mondo un’Italia che soccorre e accoglie, una paladina del diritto internazionale, e in cambio ha strappato all’Europa un accordo sull’estromissione delle spese per l’accoglienza dal tetto del 3% di deficit.

L’idea era quella di utilizzare l’immigrazione come una spesa pubblica fuori budget che aumentasse il PIL. Ma dare soldi a persone prive di alcun tipo di formazione per farli vivacchiare senza far nulla è una scelta che nel lungo periodo si rivela svantaggiosa per l’interesse nazionale, in quanto si tratta di un investimento improduttivo, il quale per giunta crea costi sociali.

Infatti, gli Italiani impoveriti dalla crisi sono inesorabilmente portati a comparare la loro precaria situazione personale con le tutele fornite ai migranti, e la difficile integrazione di persone abituate a vivere in contesti in cui spesso prevale il diritto del più forte porta alla sempre più impellente richiesta di maggiore controllo e pattugliamento del territorio.

D’altra parte, non sono isolazionista e credo che l’apporto dell’immigrazione, preferibilmente qualificata, sia fondamentale per la crescita economica del Paese nei decenni a venire. Ma deve trattarsi di immigrazione regolare, codificata e avallata dal beneplacito degli organi competenti, in un ambito di condivisione dei valori fondanti della cultura occidentale [descritti in “I nostri valori e la sfida del terrorismo”] e di rispetto delle leggi della Repubblica, affinché tutto il consesso sociale concorra al benessere nazionale.

 

La seconda questione che porto all’attenzione di chi legge è proprio relativa al benessere nazionale. Non tratto di misure specifiche per consolidare la ripresa e affrontare i problemi urgenti in materia di politica economica [che sono state osservate in “Della necessità di politiche coraggiose”], ma delle mie idee di indirizzo generale.

Ritengo che in questo Paese ci sia un livello di tassazione eccessivo su consumi e redditi da lavoro, che sono due ambiti in cui la tassazione è distorsiva, mentre è del tutto assente la wealth tax. Secondo la teoria microeconomica, la funzione di utilità dell’agente economico è concava, cosa che significa che più beni sono posseduti da un agente, minore aumento della propria felicità egli deriva dal possesso di un bene ulteriore. Per questo, togliere un euro al ricco produce in capo a questo una perdita di utilità più che compensata dal guadagno in capo al povero derivante dall’ottenimento di quello stesso euro. Pertanto, il benessere complessivo aumenta.

Il lato pericoloso di questo ragionamento sta nel fatto che di conseguenza sarebbe ottimale per lo Stato imporre a tutti di possedere esattamente la stessa ricchezza, e questo toglierebbe qualsiasi incentivo all’impresa privata che nei fatti è il motore primo dell’economia.

Tuttavia, una wealth tax sulla casa, sul capitale improduttivo e sulle successioni sarebbe auspicabile per fornire in maniera meno distorsiva possibile quei fondi necessari allo sgravio dell’IVA e del cuneo fiscale.

Nell’ambito del mercato del lavoro, la parola d’ordine per la crescita non deve essere la riduzione dei salari, ma l’aumento della produttività, non deve essere l’abolizione del contratto collettivo nazionale, ma la meritocrazia e l’equità intergenerazionale.

Infine, credo che la libertà d’impresa tanto ventilata dal liberismo debba valere anche per lo Stato. Non tutto quel che è pubblico è sinonimo di privilegi e immobilismo: ENI, la più grande azienda italiana per fatturato, è di proprietà statale e in continua espansione. D’altra parte, riconosco che ci sono municipalizzate come ATAC che sono sinonimo di improduttività, clientelismo e spreco di denaro pubblico. Andrebbero radicalmente ristrutturate, ma non prese ad esempio della necessità di privatizzare tutto. Del resto, vi sono esempi di privatizzazioni (come Telecom Italia) che nei fatti hanno distrutto quella che prima era un’azienda pubblica sana.

In conclusione, bisogna certamente tutelare la libertà d’impresa e la ricerca del benessere individuale, ma anche migliorare l’eguaglianza di opportunità e l’equità sociale, soprattutto intergenerazionale.

In un mondo globalizzato, dove l’apertura dei mercati si traduce in ampie possibilità di profitto, lasciare che le rendite da capitale erodano quelle da lavoro sarebbe la ripetizione di un errore già storicamente sperimentato nei primi decenni del XX secolo. Per questo la presenza dello Stato nell’economia, che non deve essere totalizzante, non può neanche essere marginalizzata.

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Un pensiero su “Cosa manca nel panorama politico italiano

  1. Difficile seguirti quando definisci politica estera di destra chi agisce machiavellicamente nell’unica dimensione di quello che ritiene essere l’interesse nazionale; non può esiste una destra con politica estera filo europea e federalista?
    Idem per la definizione di politica interna di destra; perchè non può esistere una destra libertaria attenta a diffendere le libertà individuali?

    Mi piace

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