Più politica e razionalità per affrontare il tema dei migranti

Nei discorsi in merito all’immigrazione siamo soliti accusare chi è contrario all’accoglienza di razzismo, e pensiamo che gli argomenti razionali che costruiamo a sostegno delle nostre tesi siano ben congeniati. Purtroppo, però, anche l’accoglienza soffre di parologismi e riflessi inconsci. Quando affermiamo con solennità che “va della nostra umanità l’accogliere il bisognoso” proiettiamo un sentimento personale su una struttura che, a ben vedere, è impersonale e funziona principalmente perché disumanizzata. Tendiamo a giudicare il fenomeno migratorio avulso dai numeri, dalle esigenze pubbliche ed economiche in ballo, riducendolo quasi all’ingresso di nuovi condomini stranieri nel nostro palazzo: ben vengano, soprattutto se simpatici. Invece quando si discute di 5 milioni di cittadini su 60 milioni, quando si affrontano flussi che arrivano a 180 mila sbarchi in un anno, non si possono adottare logiche personalistiche, bensì pubbliche.

Talvolta la forza degli stati si riflette proprio nella loro disumanità: vi sono paesi che non trattano con i terroristi e sacrificano la vita dei propri cittadini. Durante un conflitto, mandiamo nostri cari a combattere per difendere la libertà di tutti, indipendentemente dalle mamme e mogli che piangono, dai bambini rimasti a casa a temere per la vita dei propri padri – e madri, da quando il servizio militare è stato esteso anche alle donne.

A ben guardare, lo Stato non si regge nemmeno su principi universali, altrimenti non sarebbe in grado di salvaguardare la democrazia né tantomeno l’ordine pubblico: la libertà non è garantita per chiunque in qualsiasi momento, sono prescritte normativamente delle eccezioni. Le leggi che servono a determinare in che modo sono applicati e tutelati i principi sono scritte da parlamentari eletti, che cercano di rappresentare le istanze della popolazione rappresentata, seguendo compromessi ed evoluzioni culturali. Altrimenti avremmo avuto da sempre l’eutanasia, i matrimoni tra coppie dello stesso sesso, perché a molte persone piacciono, empaticamente, trovano corretto garantire la libertà di morte onorevole, o d’amore, e non vedono controindicazioni. Lo stesso atteggiamento viene espresso nei confronti dei migranti: comprensione, empatia, bontà e generosità. Nulla di ineccepibile ma nulla di immediatamente universalizzabile in un qualunque stato perché la democrazia impone di convivere pacificamente anche con chi la pensa in maniera diversa dalla nostra. Siamo liberi di sfogarci su libri, blog e social network contro i bigotti, ma non possiamo obbligarli ad accettare ciò che noi riteniamo giusto: ci vorrà tempo, ci vorranno argomentazioni, ci vorrà un confronto.

Nel caso dei migranti, come mostrano le cifre succitate, andiamo ben oltre il nostro sentimento intimo di giustizia che, purtroppo, è sollecitato da immagini e storie durissime: le persone che annegano sono uno pugno nello stomaco, e credo che solo degli insensibili lo possano negare. Proprio per questa loro natura, ci rendono deboli, e incapaci di ragionare razionalmente. La tendenza di sedersi dalla parte della giustizia è troppo forte, e in tanti la seguono.

Governare, anche senza voler scomodare la ragion di stato, implica però un modo diverso di comportarsi. Etica e politica non vanno molto d’accordo, non perché la politica sia sangue e merda, ma perché perseguono obiettivi distinti e non sempre conciliabili. L’etica è un potenziale punto debole, e i terroristi, per fare un esempio non proprio casuale, la usano intelligentemente a loro vantaggio. Una bomba in una stazione ferroviaria uccide meno persone delle autostrade in un anno, ma è sufficiente per scuotere l’opinione pubblica a fondo, per spingerla a non sostenere più un politico fino ad allora vincente; condite il tutto poi con video scioccanti, da storie strappalacrime, il cordoglio si amplifica e può portare a ritiri frettolosi da conflitti cruciali per il nostro futuro.  

Lo stesso lavaggio del cervello lo facciamo manipolando le informazioni: in senso razzista quando insistiamo sull’etnia di un gruppo di rapinatori, in senso buonista quando insistiamo solo sui migranti che fuggono da guerre e carestie, dimenticandoci dei tanti che si spostano per cercare un lavoro e provare a mantenere le proprie famiglie più dignitosamente. Questi ultimi compiono una scelta dal loro punto di vista lecita, lo abbiamo fatto anche noi, ma egoistica, volta al proprio benessere, priva di considerazioni sociali o geopolitiche. Una scelta che si pone sullo stesso piano, egoistico, di chi non li vuole accogliere perché non intende spartire le proprie risorse con degli sconosciuti – sempre di benessere si parla.

Comunque sia, i media fanno il loro lavoro: vendono spazi pubblicitari e cercano di attirare la nostra attenzione sempre più confusa. Non spetta solo a loro discutere con serietà di un tema che, per dimensione e complessità, merita ben altri approcci; arrivando al nocciolo della questione, l’argomento dei migranti è un tema politico, oltre che etico, e merita risposte politiche. Una politica sana non cavalcherebbe le paure e le rabbie di chi sta subendo la concorrenza dei migranti sul lavoro; al contempo, non deve cavalcare l’entusiasmo ingenuo di chi risponde col cuore, e se ne vanta, mostrando talvolta pieno menefreghismo verso le difficoltà concrete, talaltra estremo ottimismo verso i vantaggi delle migrazioni di massa a cui stiamo assistendo, non senza qualche caduta di stile (che belli i migranti che fanno i badanti, così non dobbiamo farlo noi!).

Un fenomeno di tale portata ha naturalmente lati positivi e zone d’ombra, perché semplicemente mancano il tempo, l’organizzazione e regole chiare per gestirlo, essendo probabilmente la prima volta nella storia che si assiste a un’invasione pacifica. Così è andata finora, e in fondo è andata ancora abbastanza bene (in Italia, non in Francia): deve sempre andare in questo modo? Oppure esiste un tipping point oltre il quale l’immigrazione massiccia non è più sostenibile, i costi troppo elevati, i rischi di esplosione sociale si avverano?

Una sana politica non può nascondere alcuni aspetti negativi dell’immigrazione, perché l’obiettivo della politica dovrebbe essere tutelare il patto sociale tra i cittadini. Cinque milioni di persone che vengono in Italia cercano lavoro, anche a svantaggio di chi in Italia c’è già (soprattutto se sono illegali e sfruttabili, ammazzando qualunque concorrenza); pesano sul welfare, su risorse in alcuni casi già scarse per gli italiani, per esempio gli alloggi popolari o le borse di studio. Far finta che non accada è possibile solo se si è così fortunati da non dover concorrere per gli alloggi popolari – o si è semplicemente in malafede. Le classi di bambini di origini stranieri hanno oggettivi problemi iniziali e richiedono risorse supplementari. E’ facile urlare allo sciacallo a chi li rappresenta, per la bassezza della sua comunicazione, ma Salvini recita un ruolo legittimo e pone domande che tutti dovremmo ascoltare – semmai cambieranno le nostre risposte.

Più in generale, la civiltà europea, pur con tutte le sue distinzioni e sfaccettature, si mostra nel mondo come uno dei migliori esperimenti di benessere diffuso e di riduzione delle disuguaglianze, ed è lecito domandarsi sotto quali condizioni potrà continuare a prosperare. Non occorre essere un indovino per capire che flussi troppo forti e mal gestiti potrebbero generare un calo di benessere che, peraltro, sta già avvenendo anche per effetto della globalizzazione, che ha visto una crescita degli stili di vita in altre parti del mondo. Nel contempo, la gestione delle risorse scarse di finanza pubblica non si è mostrata in tutta la sua pericolosità perché buona parte degli immigrati vive in condizioni di povertà e quasi schiavitù, non incidendo come costo. Stesso discorso per la relativa giovane età di buona parte dei nuovi italiani; tra trent’anni saranno forti utenti del welfare, a cui avranno contribuito meno, in proporzione, a causa dei lavori in nero (purtroppo almeno mezzo milione di migranti lavora senza tutele e senza versare contributi). Nemmeno il multiculturalismo è un obiettivo accettato da tutti (in realtà nemmeno discusso) e pone legittimi dubbi che vanno sottolineati, e discussi, senza tema di dover essere additati come nazisti.

Quindi, che fare? Dobbiamo rifiutare la retorica che ci porta a soluzioni emergenziali, al ribasso, di compromesso. Dobbiamo porci domande scomode e cercare risposte, anche concertate a livello internazionale: preferiamo che l’Africa continui a morire e inviare qui i suoi sopravvissuti, o intervenire seriamente per migliorare le condizioni di vita di un intero continente? Non possiamo più rimandare una risposta concreta – e molto impegnativa. Nel mentre, occorre affrontare meglio il problema sul territorio, con politiche attive di integrazione e redistribuzione; occorre chiudere le vie di ingresso illegali e incontrollate, completamente, per spostare i flussi su vie che ne consentano la prevedibilità e la gestione. Finché non le chiuderemo, l’esistenza stessa dell’alternativa porterà in molti a nutrire le mafie del traffico di esseri umani. Intervenire in Libia non è un’eventualità ma una necessità, e sarebbe meglio farlo con l’ombrello UE e la struttura militare NATO, evitando stupide guerre tra italiani, francesi e russi.

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