Varsavia ’44, la resistenza tradita

Oggi, 1 agosto, ricorre l’anniversario dell’inizio di una delle più grandi operazioni militari condotte da forze di partigiani durante la seconda guerra mondiale, la rivolta di Varsavia. Per noi europei occidentali la Resistenza è spesso divenuta terreno di scontro ideologico-politico e tendiamo a considerarla come un fenomeno limitato a Francia, Italia e Jugoslavia. In realtà il movimento di resistenza clandestino più grande d’Europa fu probabilmente quello polacco, rappresentato dall’Esercito Nazionale, che contò circa 400000 combattenti. Costituito ufficialmente nel 1942 (ma presente già dal 1940) e fedele al governo in esilio a Londra esso rappresentò per tutta la durata del conflitto la continuità delle istituzioni statali sul territorio occupato, ma contemporaneamente incarnò il fortissimo desiderio di indipendenza della popolazione della Polonia.

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la kotwica, bandiera non ufficiale dell’Esercito Nazionale e simbolo della resistenza polacca

Proprio per questo non trovò mai grande aiuto nelle potenze alleate, specialmente dopo l’inizio dell’Operazione Barbarossa, che rese l’URSS, una potenza alleata, seppure fosse anch’essa una potenza occupante sul territorio polacco con il patto Molotv-Von Ribbentrop. Nonostante l’Inghilterra avesse dichiarato guerra alla Germania proprio in difesa della Polonia, Churchill non si fece grossi problemi a sacrificarne il destino in cambio dell’alleanza con Stalin. Lo stesso Roosevelt poi, che si era accordato con gli altri due leader alleati alla conferenza di Teheran del 1943 (e non a Yalta come comunemente si pensa) sulla spartizione dell’Europa, ritardò l’annuncio delle decisioni per non perdere il voto dei tanti cittadini USA di origine polacca. Da parte sovietica invece non ci fu la benché minima intenzione di cooperare con quella che a tutti gli effetti al Cremlino veniva percepita come un’organizzata armata nemica e l’atteggiamento tenuto durante la rivolta di Varsavia risulta emblematico delle posizioni di Stalin.

Con l’esercito tedesco sconfitto ormai in ritirata dal fronte orientale, nell’estate del 1944 i comandanti della resistenza polacca decisero di intensificare le operazioni nella speranza di un veloce vittoria. La conquista della capitale Varsavia, nel caso di una pace che facesse finire le ostilità, avrebbe gettato le premesse per la conservazione dell’indipendenza nazionale Nel pomeriggio del 1 agosto 1944 le forze polacche attaccarono simultaneamente i militari tedeschi in diverse zone della città, riuscendo a liberarne gran parte nei primi giorni di combattimento, ma lasciando in mano al nemico alcuni punti strategici. Le forze della Wehrmacht erano preparate a difendere Varsavia da un imminente attacco sovietico e per quanto fossero a corto di effettivi erano ben equipaggiate e trincerate. Dal canto loro i polacchi pensavano di dover resistere solo pochi giorni prima che l’Armata Rossa facesse il suo ingresso a Varsavia. Ma l’aiuto, salvo pochi rifornimenti aerei anglo-americani, non arrivò mai. Non appena seppe della rivolta l’esercito sovietico rallentò l’avanzata e concentrò gli sforzi sui ponti lungo la Vistola a sud della città. Per quanto vi fossero anche considerazioni strategiche alla base di tale scelta è evidente come Stalin avesse tutto l’interesse a lasciare che polacchi e tedeschi, ritenuti entrambi nemici, si distruggessero a vicenda. L’unica eccezione fu costituita dai pochi lanci di paracadutisti della Prima Armata Polacca, inquadrata nell’esercito sovietico, presto sospesi dal comando dell’Armata Rossa.

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In rosso le posizioni polacche sulla sponda occidentale della Vistola il 4 agosto 1944

Soli, privi di armamenti pesanti e di rifornimenti, i combattenti dell’Esercito nazionale erano condannati. Eppure resistettero per oltre cinquanta giorni all’offensiva tedesca ed ai bombardamenti della Luftwaffe che rasero al suolo la città. Il 5 agosto le truppe tedesche ricevettero i primi rinforzi e fermarono la ritirata per passare all’attacco. Con l’appoggio di artiglieria pesante e bombardieri tattici, come gli Stukas utilizzati soprattutto per colpire ospedali, i soldati tedeschi si fecero lentamente strada nei settori controllati dagli insorti. Le perdite però, furono estremamente alte, soprattutto considerando lo scarso equipaggiamento delle forze polacche, e gli scontri dimostrarono ancora una volta dopo Stalingrado quanto fosse costoso e difficile combattere in un ambiente urbano contro forze dotate quasi unicamente di armi leggere. Nel corso della battaglia le divisioni delle SS si resero protagoniste di terribili massacri ai danni della popolazione civile, ebraica e non, con l’intento di fiaccare la volontà di lottare degli insorti. Al termine dei combattimenti, in settembre, sul campo erano rimasti circa 25000 combattenti per parte, cui si aggiunsero oltre 150000 civili, e la città era ridotta ad un cumulo di macerie (la Varsavia centrale di oggi è una ricostruzione fedele dell’originale prebellica). Un dispaccio della Wehrmacht del 23 settembre segnalava la fine delle ostilità, rendendo implicitamente onore alla determinazione polacca: “La Nona Armata ha schiacciato le ultime resistenze nel settore della Vistola, gli insorti hanno lottato fino all’ultimo uomo”. (T 492/44). Le truppe sovietiche sarebbero invece entrate a Varsavia soltanto nel gennaio 1945, quando ormai non vi era più alcuna forma di resistenza.

La rivolta di Varsavia segnò l’apice della vicenda dell’Esercito Nazionale, che aveva puntato tutte le sue risorse su quella singola battaglia contando su un supporto che non giunse mai. Le sofferenze dei combattenti polacchi però non finirono quel giorno e neppure con la fine della seconda guerra mondiale: molti vennero imprigionati dalle forze di sicurezza sovietiche e mandati a morire in gelidi gulag lontani dalla patria per la quale avevano combattuto. Altri invece ripresero le armi e tentarono per due anni di respingere, invano, l’Armata Rossa. Stalin glorificò le formazioni comuniste, che ebbero un ruolo assai minore nel conflitto, e la repressione nel corso della dominazione sovietica fu così forte che fino al 1989 non venne eretto alcun monumento in onore della rivolta di Varsavia.

Per approfondire l’argomento vi è uno splendido sito multimediale creato in occasione del 70esimo anniversario della rivolta di Varsavia dall’omonimo museo polacco in collaborazione con le autorità tedesche:

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