L’obiettivo finale di Macron

Nel mio ultimo articolo, ho scritto che la Francia ha deficit strutturale e bilancia commerciale molto più in passivo e per più lungo tempo dell’Italia.

Avendo fatto notare questi dati a un collega transalpino, la risposta è stata quella che da una parte mi sarei aspettato e che dall’altra mai avrei pensato venisse confessata così velocemente e a cuor leggero: “Ma tanto non ce ne frega nulla! Cosa mai sarebbe l’Unione Europea se uscisse anche la Francia?

Questa piccola introduzione dimostra quanto la mentalità gollista e la ragion di Stato (per l’appunto, di Stato; non di ente sovranazionale) siano intrinseche a quella popolazione. Del resto, fra gli altri numerosi colleghi della stessa nazionalità, non ho ancora trovato nessuno in disaccordo con la scelta di Macron [qui in foto ufficiale, in stile “imperatore senza impero”] di nazionalizzare i cantieri navali di St.-Nazaire.

Per chi se la fosse persa, la storia è questa. Fincantieri ha acquistato in un’asta a Seoul la quota di maggioranza della succursale dell’azienda coreana Stx (in liquidazione fallimentare) che gestiva quei cantieri. Il nostro costruttore aveva trovato un accordo con Hollande per la gestione dell’impianto, ma il neo-eletto presidente non ha tenuto fede alla parola del suo predecessore e ha deciso di usare il diritto di prelazione riservato allo stato nei settori in cui la difesa nazionale è coinvolta (St. Nazaire costruisce anche navi da guerra), nazionalizzando società e cantiere.

Ora, per un presidente che alla cerimonia dopo la vittoria ha fatto suonare l’inno europeo, questo netto rifiuto a contribuire alla creazione di un conglomerato cantieristico di dimensione continentale, in grado di reggere alla concorrenza cinese e americana, suona quantomeno incoerente. Per quello stesso presidente che si è fatto eleggere premendo sul tasto del liberismo e dell’apertura globale, portare avanti una politica protezionistica che non sarebbe stata incoerente con le proposte della sua oppositrice sembra ugualmente incoerente.

Ma il fatto è che egli di tutto ciò non si cura perché è forte dell’appoggio popolare, cioè di quegli stessi cittadini che lo hanno eletto in nome dell’europeismo e dell’apertura globale; o forse che non lo hanno eletto in nome di quei temi, ma solo per porre un argine a Le Pen.

Dopo la Brexit, il malcelato obiettivo dei francesi è quello di sfruttare il vuoto britannico per aumentare il loro peso nelle istituzioni continentali, quindi un candidato che proponga di uscire dalla moneta unica e dall’Unione era evidentemente sgradito alla classe dirigente. Serviva al contrario un volto europeista, uno che scacciasse il pericolo facendosi anzi promotore di maggiore integrazione (si vedrà in che modo).

Ma, agli occhi di un establishment che sin dai tempi di Richelieu è stato perfetto nel cinico perseguimento dei propri ed esclusivi interessi nazionali, “maggiore integrazione” non significa affatto maggiore delegazione di competenze a un organismo sovranazionale bensì richiesta di uno strumento che possa largamente beneficiare lo stato, ed esso solo.

La Francia ha un mercato del lavoro rigido e ancora molto protetto (che molto spesso è legato all’assenza di concorrenza nei settori di pertinenza: si pensi ad Air France e Sncf), cosa che si traduce in salari molto più alti della produttività e in bassa profittabilità delle imprese. La Francia ha inoltre una spesa pensionistica pro-capite persino maggiore della nostra; ha livelli di burocratizzazione da farci impallidire e un’amministrazione pubblica mastodontica, giacchè lo stato si divide in regioni, che si spartiscono in dipartimenti, che sono formati da arrondissement, che si dividono in cantoni, che sono formati da più di 36000 (trentaseimila!) comuni.

Ora, questo sistema necessita di un ampio foraggiamento, che proviene in parte da deficit e in parte da un’elevata tassazione, comprendente la più alta imposta sulle rendite da capitale in Europa (40%), la quale costituisce un secondo fattore che incide negativamente sui profitti delle imprese, che in alcune regioni (si pensi al nord-est) falliscono lasciando spazio a una “rust belt” deindustrializzata, mentre in altre più dinamiche continuano a investire indebitandosi, cosa che è la ragione principale del passivo in bilancia commerciale.

Non perché l’Europa ha il potere di imporre regole vincolanti alla Francia, ma perché fortunatamente l’equilibrio economico non guarda in faccia a quante testate nucleari possiedi, e il debito non può essere accumulato in eterno; Macron dovrà mettere in atto tre riforme: tagliare la spesa dello stato, liberalizzare il mercato del lavoro, ridurre la tassa sulle rendite da capitale.

Queste riforme possono portare maggiore crescita strutturale nel medio-lungo periodo, ma non v’è dubbio che nel breve siano recessive, come sperimentato da Grecia, Portogallo, Spagna e (in parte, ché non le ha implementate del tutto) Italia.

Pertanto, il vero obiettivo del gollista Macron è di usare la sua (già lungamente sfruttata) immagine pro-Europa per richiedere gli unici strumenti che potrebbero evitare di far sentire effetti recessivi alle riforme francesi, e che invano sono stati anteriormente richiesti dagli altri quattro: l’emissione di titoli di debito europeo che vadano a supplire all’investimento pubblico statale (strumento noto anche col termine di Eurobond) e, in secondo luogo, un’assicurazione europea contro la disoccupazione.

Ci sono tre elementi che potrebbero aiutare l’ambizioso presidente nel suo piano: il primo è il fatto che la Germania si è sempre dimostrata contraria a coprire con Eurobond un debito precedente alla loro emissione ma non uno successivo; il secondo è il solito prestigio diplomatico-militare di cui la Francia giova sin dalla sua non-sconfitta nella seconda guerra mondiale; il terzo è, come anticipato, la Brexit.

Di certo vi è che, se a Macron dovesse riuscire il colpo di implementare riforme che spingano la crescita nel medio periodo senza costo alcuno nel breve (cioè coprendosi con investimenti pubblici europei), la Francia godrebbe di un vantaggio competitivo nei confronti degli altri “partners”.

Che cosa potrebbe essere disposta a mettere in gioco pur di goderne?

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