Furbetti del cartellino: il dito e la luna

Immagini pompate su siti internet e telegiornali hanno preparato il terreno per il decreto legislativo 116 del 2016, parte della “riforma Madia” della Pubblica Amministrazione, e i suoi primi passi.

Il decreto integra il precedente testo legislativo (d.lgs. 165/2001) con una definizione di “falsa attestazione della presenza in servizio”, quella di chi timbra e si allontana o fa timbrare ad altri, introduce un procedimento disciplinare accelerato per chi è colto in flagranza di reato, anche tramite telecamere, pone un limite minimo inderogabile all’ammontare del risarcimento conseguente all’eventuale condanna per danno erariale (sei mensilità).

Quelle immagini – qualcuno ricorderà il vigile di Sanremo che timbrava in mutande – hanno riproposto all’opinione pubblica una questione che si trascinava da tempo accostando il giudizio etico all’immediata ripugnanza estetica, e hanno dimostrato, al di là di comodi luoghi comuni, che vizi e virtù sono equamente distribuiti a Nord e Sud sul territorio italiano.

Riproponendoci di analizzare in un altro momento quegli aspetti della riforma che hanno incontrato resistenze in Parlamento e presso la Corte Costituzionale, e che possono essere perfezionati, possiamo ricordare il senso di giustizia, sollievo, proiezione verso il futuro con cui tutta l’opinione pubblica ha accolto questo decreto. Purtroppo, lo diciamo con leggerezza e ironia, senza grandi riconoscimenti verso Marianna Madia e chi lo ha portato in porto. Un senso di giustizia lontano da ghigliottine e desiderio di vendetta, e invece proprio di chi pretende servizi adeguati alle tasse pagate e anche ai mezzi organizzativi e tecnologici offerti dall’epoca in cui viviamo. Una proiezione verso il futuro di chi crede che in Italia si può vivere meglio e lavorare meglio.

Al senso di vomito verso quelle immagini e di sollievo rispetto alla nuova legge, vorremmo qui aggiungere una riflessione: il comportamento fraudolento di chi finge la propria presenza è solo il dito. La luna, il problema più grave, è la situazione in cui i responsabili non richiamano al lavoro chi si allontana perché considerano la sua presenza inutile, il suo contributo irrilevante, il servizio reso dall’intero ufficio privo di valore o non riconosciuto. Se con i meccanismi introdotti i dipendenti pubblici che erano al bar sono “meccanicamente” obbligati alla postazione di lavoro, ma non hanno un servizio da portare a termine, che cosa risolve questo decreto? Allora, se la luna rappresenta il problema maggiore, rappresenta anche la più grande opportunità, sia dal punto di vista del miglior servizio reso alla cittadinanza, sia della soddisfazione del lavoratore.

I sistemi comunisti e le economie liberali hanno provato con impostazioni e visioni opposte a centrare l’obiettivo dell’allocazione ottimale dei lavoratori nel contesto economico di riferimento (stato nazionale o comunità più ampia). Nel primo caso attraverso una rigida pianificazione, uno spostamento programmato delle persone verso settori economici ed aree geografiche, nel secondo caso puntando sul fatto che l’orientamento delle singole persone secondo le proprie inclinazioni e i possibili incentivi economici offerti dal mercato, in un equilibrio dinamico continuo, dato che inclinazioni e mercato mutano nel corso della vita di ciascuno, avrebbe teso a soddisfare i bisogni del singolo e della collettività. I primi hanno fallito. I secondi, tra squilibri e incertezze, hanno favorito la società del benessere e di possibilità di scelta in cui viviamo.

Oltre la legge, che per sua natura può arrivare fino ad un certo punto e non deve spingersi oltre, pena il ridicolo e l’ingessamento del sistema, possiamo puntare ad una gestione dell’amministrazione dello Stato orientata alla massimizzazione della soddisfazione del lavoratore e del servizio alla cittadinanza? I due obiettivi coincidono, possiamo puntare alla luna!

Possiamo approfittare di questo spazio di riflessione per ragionare su delle proposte per un cambiamento di alcune aree della pubblica amministrazione che sia all’altezza dei servizi che come cittadini desideriamo, all’altezza di una nuova generazione che desidera lavorare per portare un cambiamento?

Mi limito ad alcuni esempi, che si prestano ad un contraddittorio, sperando di leggerne altri nei contributi che seguiranno e impegnandoci, come liberali da strapazzo, a raccogliere gli spunti iniziali in una piattaforma programmatica.

Autisti di mezzi pubblici. Forse siamo talmente abituati a prendere l’autobus e “non disturbare il conducente” da sottovalutare l’enorme carico di responsabilità di chi ha in mano per ore ogni giorno la vita di decine di persone, oltre ad esporre la propria al rischio di continue aggressioni. Anche la considerazione, in termini di remunerazione e rispetto potrebbe essere maggiore. Come arrivarci? A suon di scioperi? Noi proviamo a pensare a un’altra soluzione. Mi è capitato una notte a Brisbane che un ragazzo ubriaco chiamasse “fuckin’ nigger” una ragazza. L’autista ha fermato l’autobus e tutti abbiamo atteso 20 minuti (alle 2 di notte!) l’arrivo della polizia. Molestie sessuali, furti ai passeggeri, aggressioni al personale sono all’ordine del giorno sugli autobus e sui treni in Italia. Un autista non potrebbe essere anche un punto di riferimento nella notte, soprattutto per le donne, un pubblico ufficiale, con la responsabilità della sicurezza dei passeggeri? Ed essere remunerato, rispettato, ammirato per questo?

Militari e forze di polizia. Qual è la soddisfazione personale di un giovane militare sottratto all’addestramento per stazionare ore in un Lince a 40°? Nessuna. E il risultato? Scarso, senza contare il costo oggi e le ore di addestramento perse per il futuro. Sarebbe possibile spostare risorse preziose dalla strada a un percorso di formazione, con competenze tecnologiche avanzate e un’attitudine a raggiungere risultati invece che permanere in una posizione? Investimenti in formazione e l’attenzione nella selezione delle persone hanno portato a risultati eccellenti. La frustrazione porta agli esiti più tragici, per sé e per altri.

Insegnanti. Gli insegnanti, dalla materna alle superiori, che ambiscono a una maggior remunerazione possono essere posti nella condizione di guadagnare di più? Tre mesi estivi di nullafacenza sono un handicap sul futuro dei ragazzi, un problema da gestire per le famiglie, e in qualche caso un’opportunità per scivolare verso ambienti pericolosi. E se questo periodo fosse razionalizzato? Impareremmo di più, con migliori possibilità come persone e come sistema-paese di posizionarci nel contesto competitivo mondiale. Sommando i mesi guadagnati anno dopo anno, potremmo completare un anno prima il percorso di studi. Le famiglie non si troverebbero nella necessità di affidarsi a oratori estivi o altre strutture, a volte meritorie, a volte improvvisate, ma comunque a pagamento. Tutto questo valore potrebbe riflettersi in maggior remunerazione per gli insegnanti (probabilmente sarebbero anche di meno, con la riproposizione del problema dell’allocazione ottimale delle risorse). Volendo rappresentare la sostenibilità di questa possibilità con un grafico, si potrebbe mostrare che il valore marginale del servizio (cioè il servizio in più offerto agli utenti) sarebbe superiore al margine di remunerazione (cioè l’aumento di stipendio), e quindi sarebbe conveniente per tutti, anche perché la scuola (il costo fisso, il CAPEX) è già là, è un costo affondato, che la usi o no. Un discorso simile si potrebbe fare se volessimo provare a spostare le ore di educazione fisica nel pomeriggio, dedicando a un’attività formativa fondamentale il giusto tempo e spazi adeguati, affidandola solo ad insegnanti motivati.

Vorremmo puntare a una pubblica amministrazione attrattiva non per la sicurezza del posto, che siamo anche pronti a mettere in discussione, ma per il livello di professionalità, per la soddisfazione di chi si candida a svolgere al meglio un servizio per la cittadinanza, una retribuzione proporzionale ai risultati e la possibilità di muoversi da un servizio ad un altro, ed anche dal pubblico al privato, e viceversa, secondo le proprie inclinazioni e gli incentivi offerti dal mercato, in un equilibrio dinamico continuo. Puntiamo a una pubblica amministrazione “stile Millenials” come l’ossatura leggera a servizio di un corpo dinamico. Mutande e cartellino un ricordo del passato.

Articolo a cura di Fabio Argentiero

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