Chi dorme non piglia Libia

Nei giorni scorsi, a seguito della scelta di Emmanuel Macron di convocare a Parigi per il 25 luglio un vertice sulla Libia con al-Sarraj ed Haftar, su quasi tutti i giornali italiani sono comparsi pesanti attacchi al Presidente francese. Eugenio Scalfari su Repubblica e molti altri hanno accusato l’inquilino dell’Eliseo di rappresentare un grave pericolo per il nostro Paese in quanto reo di aver deciso, senza chiederci il permesso, di intromettersi nella gestione della Libia. Macron è stato trattato da buona parte dell’opinione pubblica come un tiranno nemico desideroso di vanificare i nostri sforzi in Libia e di volerci estromettere da una zona che fa parte della nostra sfera di influenza.

Tutte critiche assurde se si guarda alla realtà dei fatti: nonostante abbia richiesto più volte un ruolo di primo piano l’Italia ha fatto poco o nulla per risolvere la crisi libica, la Francia si è semplicemente stufata di attendere e ha deciso di portare avanti le proprie istanze. Esattamente quello che fa qualunque stato, indipendentemente da chi lo governi (Kenneth Waltz docet), solo che in Italia preferiamo consegnarci al vittimismo piuttosto che ammettere che i cugini d’Oltralpe siano semplicemente stati più attivi di noi. La vera colpa di Macron è dunque soltanto quella di avere una politica estera, qualcosa di cui Palazzo Chigi pare incapace, almeno per quanto riguarda la Libia.

La Francia fece il suo ingresso nella questione libica con la breve avventura militare del 2011, frutto fondamentalmente della ricerca di grandeur di un Sarkozy messo alle strette dalle vicine elezioni e dalla necessità di spazzare via qualunque possibile collegamento tra i finanziamenti alla sua campagna elettorale ed il regime di Gheddafi. Quasi nulla seguì poi nella presidenza Hollande, molto più interessato alla situazione nell’Africa sub-sahariana ed in generale meno disposto a correre rischi, soprattutto considerando le forti difficoltà incontrate sul piano interno tra ardue riforme e le gravi problematiche economiche.
Con Macron però la situazione è cambiata: forte di una legittimazione elettorale storica (l’Eliseo era la prima carica pubblica cui si fosse mai candidato) e di una netta maggioranza parlamentare, può infatti ritornare a giocare un ruolo nella regione. Parigi vorrebbe prendersi una grossa fetta degli asset libici una volta pacificato il Paese ed aver impedito che vi siano fazioni in grado di costituire una minaccia alla sicurezza nazionale. Per raggiungere questo ambizioso obiettivo Macron sembra aver puntato su Haftar: nonostante le continue dichiarazioni di appoggio al governo di Serraj, le aperture di Parigi verso l’ex-generale di Gheddafi tradiscono le preferenze francesi per l’unico attore libico militarmente forte. Khalifa Haftar, uomo di al-Sisi e non sgradito al Cremlino, aspira ad una leadership netta sul Paese, senza esporsi in prima persona nell’arena politica, ma usando invece le pressioni di un esercito personale. L’incontro di oggi potrebbe servire proprio a questo: a dare ad Haftar quella legittimazione politica che non possiede e traghettare verso la fine l’inconsistente fase di al-Sarraj.

Tutto ciò si scontra con gli interessi dell’Italia, sostenitrice di al-Sarraj e determinata a mantenere quella relazione speciale con la Libia che il nostro Paese ha sempre avuto. Peccato che questa determinazione non sia mai andata oltre i discorsi ed i proclami. Verrebbe da pensare che essendo la Libia così storicamente, strategicamente ed energeticamente importante per l’Italia il nostro governo si sia impegnato a fondo per costruire un progetto esaustivo sulla questione e realizzarlo. E invece nulla di tutto questo: sulla Libia la politica estera italiana dorme.
Certo, vi è un impegno ad addestrare ed equipaggiare la Guardia costiera libica, ma questo risponde di fatto a preoccupazioni di politica interna su un tema, come quello dell’immigrazione, destinato ad essere uno dei principali nella campagna elettorale dell’anno prossimo. Concentrato sul grave problema dei migranti, cui comunque non sta trovando soluzioni adeguate, il nostro governo non riesce a produrre alcun piano d’azione complessivo per il futuro di un Paese fondamentale per noi e preferisce restare a guardare piuttosto che correre rischi. Nulla da eccepire sulla scelta di campo compiuta da Roma, al-Sarraj è il più vicino a noi per principi ed obiettivi, ma ad essa non è mai seguita alcuna iniziativa sul campo per rafforzarne il controllo sul territorio e tutelare gli interessi di Tripoli. Inoltre i nostri rapporti con il Cairo, principale sponsor di Haftar, sono pessimi a causa del triste caso Regeni cui seguì il richiamo del nostro ambasciatore, tutt’ora assente dall’Egitto.

Del resto le caratteristiche stesse dell’esecutivo italiano rendono assai difficile pensare ad un’azione decisa in politica estera, ambito peraltro in cui siamo sempre stati piuttosto deboli. La Presidenza del Consiglio Gentiloni è minata dagli innumerevoli conflitti interni ad una maggioranza litigiosa e risicata e, con la finanziaria che si avvicina, nessuno ha voglia di assumersi impegni forti in altri campi. Le elezioni del prossimo anno poi concorrono ad allontanare le risorse da un’area tradizionalmente ininfluente per l’elettorato per dirottarle invece verso quelle che più possono far guadagnare voti. Infine il conflitto palese fra Viminale e Farnesina rende impossibile la formulazione e l’attuazione di politiche concrete. Da un lato Minniti gioca a fare il Ministro degli Esteri siglando accordi con tribù del deserto che non appena avranno preso i soldi si dimenticheranno degli impegni presi (esattamente come faceva Gheddafi quando prometteva a Berlusconi di ridurre i flussi in cambio di finanziamenti e navi); dall’altro Alfano appare completamente assorto nella disperata ricerca di un modo che gli permetta di mantenere una posizione importante anche dopo una consultazione elettorale in cui il suo partito potrebbe restare fuori dal Parlamento.

Le possibilità che l’incontro di oggi dia vita ad una strategia capace di andare oltre il breve termine sono comunque piuttosto basse. Haftar non possiede le forze per controllare l’intero territorio libico e al di fuori della Cirenaica non gode quasi di alcun sostegno. Il dato drammatico che resta evidente è l’assenza di iniziativa da parte italiana. Roma si limita ad osservare sperando che la Francia fallisca e che emerga un quadro più favorevole. Insomma, non certo la politica estera che ci si aspetta da un Paese del G7, nonché primo partner economico della Libia.

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