Tre domande sulla crisi del debito sovrano

Passati sei anni dall’estate del 2011, che ancor oggi, nonostante i segnali incoraggianti, pesa inesorabilmente sulla salute economica di questo Paese, ritengo possibile effettuare un’analisi ponderata di quello che avvenne. Lo farò rivolgendo tre domande cui spesso si danno risposte tanto affrettate quanto superficiali.

  1. La Germania insieme all’Euro ha imposto la sua supremazia?

Per cominciare, la moneta unica fu voluta (e fortemente voluta) soltanto dalla Francia, con l’obiettivo di integrare in un consesso europeo di più ampio raggio quella che, nell’ambito di rapporti bilaterali fra stati sovrani, era una minaccia economico-politica. Mi riferisco alla riunificazione tedesca, che dalle parti di Parigi fu percepita come una vera e propria catastrofe.

Non è un caso che, neanche tre anni dopo la caduta del Muro, con una velocità impressionante per la mastodontica e confusa costruzione europea, si sia giunti al trattato di Maastricht, il quale ha posto le basi fondanti sia dell’Unione Europea sia dell’unione monetaria.

Proprio questa velocità, dettata da considerazioni di ordine puramente politico, è stata fra le cause della scarsa riflessione sull’effettiva ottimalità economica dell’unione monetaria venutasi a disegnare. Tant’è, un bel giorno ci siamo svegliati con una moneta con pochi zeri, che ci permette di oltrepassare le Alpi senza passare dai cambia-valuta. Ed eravamo felici.

Quello che è avvenuto in seguito è stato economicamente logico, ma forse, a causa di tanta avventatezza, imprevisto. Infatti, essendo l’unione monetaria la più alta forma di integrazione economica tra stati sovrani, è del tutto normale che i suoi membri siano andati specializzandosi al fine di sfruttare i propri vantaggi competitivi. Lo prevedeva già la teoria di Smith e Ricardo sul commercio (XVIII secolo).

A questo fine, nel 2005, il social-democratico cancelliere Schroeder smantella il welfare-state tedesco, con un’azione che ha ripercussioni di ordine sociale ad oggi sempre più evidenti, ma che ha prodotto quella famosa competitività, la quale affonda le sue radici nell’identificazione fra salario e produttività del lavoro.

Poiché nessuno dei principali “partners” all’interno dell’unione monetaria ha seguito questa strada (preferendo tenersi mercati del lavoro sostanzialmente rigidi) e poichè con la moneta unica non si possono mettere in atto svalutazioni competitive, la Germania si è trovata ad esportare prodotti di qualità medio-alta a prezzi inferiori rispetto alla concorrenza. Il risultato è stato ed è tuttora un clamoroso surplus in bilancia commerciale.

Dunque, come si può osservare, la Germania ha colto l’occasione fornita dall’Euro per beneficiarne riformandosi; ma non è vero che sia stata la Germania a costruirsi attorno l’Euro, per “istituzionalizzare” la sua supremazia. Tuttavia, come si vedrà, questo non vuol dire che Berlino abbia solo meriti; tutt’altro.

  1. La crisi italiana è come quella greca, cioè causata da un insostenibile debito pubblico?

Sul finire degli anni 2000, il surplus commerciale tedesco ha eroso le quote di mercato dei cosiddetti partners europei, i quali, accanto al deterioramento della bilancia commerciale (particolarmente evidente nel caso francese), hanno visto un aumento del deficit di bilancio. La ragione è la seguente: i Tedeschi esportano e investono i proventi dei pagamenti comprando titoli emessi dai Paesi importatori, al fine di sostenere il loro stesso export, altrimenti l’inevitabile aumento della tassazione si ripercuoterebbe anche in meno consumi dei loro prodotti. (Alla perdita di quote di mercato estero delle imprese dei Paesi con passivo in bilancia commerciale corrispondono meno profitti, quindi meno entrate per lo stato, che, di fronte a spese fisse, o ricorre a maggior deficit o a maggiori tasse).

Ciò che è successo in Italia nel 2011 è stato appunto quanto paventato da quell’”altrimenti”, cioè una vera e propria crisi in bilancia dei pagamenti (include la bilancia commerciale, o conto corrente, e il conto finanziario, ndr). Come si vedrà, questa è una situazione ben diversa da quella greca.

Ad un tratto, gli investitori tedeschi (e in misura minore olandesi), spaventati dalla possibilità che il nostro passivo in bilancia commerciale diventasse eccessivo e che il nostro deficit pubblico continuasse ad assestarsi sopra la soglia convenzionale-psicologica del 3% del PIL (anche se lo era solo dal 2009), hanno smesso di comprare Btp, con le conseguenze che saranno ricordate poco più avanti.

Del resto, che sia proprio esterna l’origine della nostra crisi è dimostrato dal dato OCSE, secondo cui nel secondo trimestre 2011 il 39% del nostro debito pubblico fosse detenuto da non-italiani, contro il 31% registrato nel primo trimestre 2012.

  1. Nel 2011 c’è stato un colpo di stato?

Di fronte alle difficoltà di rifinanziamento, il tasso d’interesse sui Buoni del Tesoro è lievitato, lo spread ha toccato quota 580 e Berlusconi è stato sostituito da Monti, che ha messo in atto le manovre “lacrime e sangue” necessarie a scongiurare un fallimento il quale, realizzatosi, sarebbe stato un perfetto esempio di self-fulfilling expectation. Così si definisce in economia una prospettiva che non si realizza perché razionalmente avverabile, ma solo per il fatto stesso di essere temuta.

Appunto, gli auto-alimentantisi timori che hanno dato origine a quel circolo vizioso paiono a ben vedere del tutto infondati.

Per giungere a questa conclusione, bisogna attuare un’analisi “ceteris paribus”, mettendo a confronto i fondamentali italiani con quelli di un Paese simile per dimensioni e istituzioni, che tuttavia non è stato al centro del medesimo panic-selling. La Francia si presta molto bene a questo ruolo.

Quello che emerge dai dati OCSE è che dal 2006 il passivo nella bilancia commerciale transalpina era (ed è ancora) peggiore del nostro (nel frattempo noi siamo in attivo dal 2012).

Inoltre, da quando l’Euro è stato ufficialmente introdotto nel 1999, il rapporto deficit-PIL dello stato francese è stato inferiore a quello italiano soltanto in cinque occasioni: nel 2000-01 e 2004-06.

Tuttavia, è più logico focalizzarsi sul deficit strutturale, perché esso calcola il medesimo rapporto considerando il PIL che si avrebbe se l’economia fosse al suo potenziale, astraendo così dalle contingenze del ciclo.  Ebbene, i dati forniti da Ameco/Commissione Europea indicano che dal 2007 al 2011 questa variabile è stata costante attorno al 3% per l’Italia e in una misura oscillante tra il 4.5% e il 6% per la Francia. Pensando che su questo tema siamo stati invece paragonati alla Grecia, che in quegli stessi anni faceva 9.7%, 12.6%, 15.6%, 9.4% e 5.4% di deficit strutturale, si traggono le conclusioni sulla portata dell’errore di valutazione di cui siamo stati vittime.

Al contrario delle aspettative, il nostro debito era ed è sostenibile. Quindi, la catastrofe del 2011 è da imputarsi a un panico irrazionale e immotivato diffusosi tra gli investitori stranieri, nella migliore delle ipotesi in buona fede.

Non credo sia possibile provare se questa buona fede ci fosse oppure se certe antipatie fra capi di governo abbiano avuto un peso; ma sta di fatto che, a causa di quello che fu a tutti gli effetti un errore e a causa delle susseguenti altrettanto erronee politiche di austerità, il nostro PIL pro-capite fu in divergenza da quello francese tra il 2011 e il 2014. Inoltre, siamo l’unico Paese, insieme a Grecia e Portogallo, a non aver ancora recuperato il livello pre-crisi di quella variabile.

 

Bisogna dunque tornare a spingere sull’acceleratore, e per farlo vanno intraprese le necessarie politiche economiche, alcune delle quali sono state descritte in “Della necessità di politiche coraggiose”.

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