Una lezione cubana per Trump

In questi giorni sta circolando la notizia, ripresa da diverse fonti autorevoli (tra cui Reuters e The Hill) secondo cui Donald Trump sarebbe pronto a cancellare le concessioni fatte a Cuba dalla precedente amministrazione. Nonostante il Segretario di Stato Tillerson sostenga che l’inversione di rotta nei rapporti con L’Avana sia dovuta alla mancanza di cambiamenti nel comportamento del regime, vi sono altri fattori che spingono la Casa Bianca in questa direzione. Durante la campagna elettorale Trump si era scagliato infatti contro le aperture fatte da Obama al regime castrista, che avevano portato alla fine di un’ostilità durata oltre 50 anni e ad un primo ritorno delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Aperture che non erano certo piaciute ai tanti Cubani che risiedono negli USA, in particolare a Miami, ed i cui voti sono stati assai importanti nella conquista della Florida, the swingiest swing state, da parte di Trump nelle scorse elezioni presidenziali.

In un momento di oggettiva difficoltà per la sua presidenza, pressata sul piano interno dalle inchieste sul Russiagate e su quello internazionale dalle critiche per la scelta di uscire dall’accordo di Parigi sul clima, Trump sente la necessità di chiamare a raccolta i suoi sostenitori, sia tra l’elettorato che tra le fazioni più oltranziste del GOP, da sempre contrarie all’idea di Obama di rimuovere l’embargo a Cuba. Per quanto sia difficile pensare ad una nuova rottura totale come durante la Guerra Fredda, le probabilità di uno strappo deciso sono piuttosto alte. Eppure la storia di quell’isola potrebbe fornire un’importante lezione per la politica estera degli USA, verso i Caraibi e non solo.

Quando Castro, in un piovoso 2 dicembre 1956, sbarcò alla testa di uno sparuto gruppo di rivoluzionari a Santiago ed iniziò la sua sfida contro il regime di Batista gli USA si trovarono in una situazione delicata. Washington era infatti il principale sponsor della dittatura cubana: avevano investito molto nell’isola e Batista tutelava i loro interessi. Nonostante ciò però una larga parte dell’opinione pubblica statunitense era ormai insofferente alla brutalità del suo governo, fonte anche di imbarazzo internazionale per la Casa Bianca. Inoltre la figura di Fidel Castro, abile stratega e leader carismatico, suscitava un grande interesse nell’ala liberal dei democratici, guidata dal futuro Presidente John Fitzgerald Kennedy. La presidenza repubblicana decise comunque di supportare Batista con l’invio di aiuti militari, ma di fronte ai crescenti insuccessi del suo regime contro i pochi rivoluzionari ed alla pressione della stampa mondiale che dava grande risalto all’inefficienza e alla corruzione del governo cubano, Eisenhower iniziò a cambiare idea. Lo strappo si concretizzò nel marzo 1958, quando gli USA imposero un embargo sulla consegna di armi all’isola, mossa che andava a tutto vantaggio di Castro e che dimostrava come ormai per l’amministrazione americana Batista fosse divenuto un peso. Solo, abbandonato dai suoi alleati e odiato dalla popolazione dell’isola, l’uomo che aveva avuto in pugno Cuba dagli anni ’30 fu costretto a lasciarla e Castro fece il suo famoso ingresso trionfale a L’Avana il 1° gennaio 1959.

Il nuovo leader di Cuba era un oggetto oscuro per gli USA. Nonostante fosse il tipico rivoluzionario di sinistra, non sembrava avere legami con il blocco comunista e non aveva intenzione di una rottura con Washington. Castro infatti, pur avendo messo fine all’era di Cuba “bordello degli USA”, sapeva bene che dei buoni rapporti con la superpotenza americana erano indispensabili per la sopravvivenza della sua piccola isola. Inoltre, per quanto stimasse la grande capacita organizzativa dei comunisti, non aveva alcuna intenzione di rinunciare alla propria indipendenza politica. Con la volontà di rassicurare l’amministrazione americana visitò Washington nell’aprile 1959, ma Ike evitò accuratamente di riceverlo, delegando il compito al suo vice, Richard Nixon, che non riuscì a prendere le misure del barbuto rivoluzionario. Tornato a Cuba offeso e deluso Castro avviò subito un imponente programma di riforme economiche e sociali e per finanziarle si diede a nazionalizzare ampi settori dell’economia, sottraendo grandi rendite proprio agli americani. Invece di cercare un compromesso Washington adottò subito una linea assai dura: vennero azzerate le importazioni di zucchero da Cuba prima e poi imposto un embargo totale, con le uniche eccezione di medicinali ed alimenti. Vistosi negare ogni speranza di dialogo con gli USA, il leader cubano non ebbe altra scelta che virare verso l’URSS: instaurò un regime comunista (per quanto diverso da quello russo) e si rivolse a Kruschev in cerca di sostegno. Il Cremlino, ovviamente, colse la palla al balzo: cosa ci poteva essere di meglio che poter piantare la bandiera sovietica a poche miglia dalla costa USA e per di più gratis (dato che la rivoluzione cubana fu praticamente fatta dal solo Fidel Castro)?
Quanto problematiche furono le conseguenze del comportamento americano per gli anni successivi è noto a tutti.

Chiudendo la porta in faccia ad una Cuba ancora socialista, ma in un mondo ormai completamente cambiato rispetto a quello degli anni ’60, Trump rischia di commettere un grave errore. Evitare ogni cooperazione infatti non aiuterà certo L’Avana a liberalizzarsi, anzi, la spingerà di nuovo verso un sentimento anti-americano che potrebbe rendere infinite le 90 miglia che la separano dalla Florida. Inoltre Cuba è un Paese che necessita di quasi qualunque tipo di beni e servizi, presentando quindi enormi opportunità di investimento per le imprese americane. Abbandonare la strada di Obama per compiacere una parte del proprio elettorato vuol dire abbandonare un potenziale futuro alleato e lasciare ad altri un mercato con grandi prospettive.
Ancora peggio sarebbe dare seguito alle parole della campagna elettorale contro l’Iran: rigettare l’accordo sul nucleare concluso da Obama e continuare ad attaccare il regime di Teheran può servire a rafforzare l’alleanza con i Sauditi, ma alla lunga rischia di essere controproducente. Come accaduto con Castro infatti sbattere la porta in faccia a Teheran avrà l’unica conseguenza di spingerla tra le braccia della Russia e di dare nuovo slancio alle tante forze che in Iran si oppongono alla politica pragmatica dell’appena rieletto Rouhani. La salute di Khamenei è sempre più fragile e le elezioni della successiva Guida Suprema non sono lontane: accrescere le tensioni con l’Iran affosserebbe il governo riformista e spianerebbe la strada per un candidato dei pasdaran alla più alta carica dello stato. Un simile scenario non farebbe altro che aumentare il disordine in Medio Oriente ed aprire fratture ulteriori in una regione già problematica, oltre che regalare un importante alleato a Putin. E a fare le spese di tutto ciò saremmo soprattutto noi europei.

Gli USA sono oggi più che mai un egemone in declino ed il loro principale competitor geopolitico resta la Russia. Per quanto non ci sia più il gioco a somma zero tipico della Guerra Fredda la questione delle alleanze è ancora cruciale: spingere un Paese nelle mani del proprio avversario non è mai una mossa saggia ed il rischio per gli USA di Trump è di ritrovarsi indietro di vent’anni nei rapporti con Iran e Cuba, ma con lo scenario globale sempre meno unipolare di oggi.

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