Elezioni a settembre? Anche no, grazie

Dura la vita di chi ha un lavoro a tempo pieno e deve scrivere gli articoli di notte. Avevo preparato un pezzo polemico contro la legge elettorale che, almeno in parte, è stato superato dagli eventi. Ma poiché leggo che qualcuno paventa addirittura l’uso di un decreto legge per armonizzare in qualche modo le attuali leggi a cui si potrebbe ricorrere, i problemi politici permangono.

Ho trovato molto grave comunque quanto avvenuto, per i modi e i tempi che hanno subito un’accelerata non giustificata da problemi di Governo o da voti di sfiducia imminenti. Altre voci più autorevoli hanno ricostruito gli errori della legge, valide a mio avviso le analisi su Youtrend di questi giorni.

Mi dedico al problema eminentemente politico, la paura di un leader di veder scomparire il proprio nome dal cuore (e memoria) degli italiani. Parlo naturalmente di Matteo Renzi, che ha visto crollare il consenso intorno alla sua figura, perdendo male il referendum del 4 dicembre, rivincendo le più brutte primarie di sempre – frettolose, con scarso confronto interno, affluenza calante. Non ha saputo cogliere minimamente il messaggio che gli ha mandato il popolo variegato del referendum. Ha pensato che mettere un premier grigio e democristiano facesse rapidamente tornare nell’elettorato l’attesa della sua nuova candidatura, e ha perso la scommessa: ci siamo accorti che un leader che non passa la vita a fare tweet e selfie può tutto sommato risultare più serio e autorevole. E magari piacere.

Di qui la fretta, irresponsabile, di fronte al fatto che la bagarre sulla legge elettorale puntava a ottenere uno scenario politico quasi identico all’attuale: mancanza di una chiara maggioranza, esigenza di accordi post elettorali, un risultato di non vittoria. Che, a questo punto, pare più uno strumento per rimanere al centro delle telecamere e dei giornali, facendo propaganda sulle proprie leggi più spendibili, criticando di infedeltà gli alleati di governo quando fa comodo. Per dettare ancora l’agenda politica, tra un tweet, delle belle slide, quello che Renzi ci ha mostrato finora. Incuranti di costruire una politica condivisa, di entrare nella società civile e innervarla di innovazione e cultura.

Renzi è un politico baciato dal tempismo: è uscito nel momento giusto e buona parte della sua vittoria dipende dall’aver utilizzato correttamente degli effetti di leva. Ha utilizzato la piccola componente liberale nel PD per farsi varco. Le primarie aperte gli hanno permesso di conquistare il Partito senza dover vincere circolo per circolo. La non vittoria di Bersani nel 2013, dovuta alla coabitazione con Monti oltre ai demeriti degli smacchiatori di giaguari che dirigevano quel PD, ha offerto a Renzi l’opportunità di far fuori un leader privo di sostegno nel Paese come Enrico Letta. La mancanza di opposizione, un po’ per le debolezze di Berlusconi (eliminato da Letta-Alfano), un po’ per la scarsa voglia del Movimento 5 Stelle di governare, unita alla legittime aspettative di governo di molti italiani, hanno costruito intorno a Renzi un consenso apparentemente molto solido. Consenso dilapidato rapidamente e oggi a rischio.

A mio avviso, a fare le spese dei problemi di leader non proprio solidi saranno principalmente i potenziali outsider. Per due ragioni, se si andasse al voto a fine settembre:

  1. il tempo per la raccolta firme è insufficiente e non sono previsti correttivi, come accadde in passato, per facilitarla agli extraparlamentari;
  2. il tempo per la campagna elettorale è insufficiente, si dà per scontato che l’offerta politica sia completa e gli italiani abbiano già deciso: la morte del confronto, l’impossibilità di presentare proposte programmatiche innovative.

Per la mia generazione significa condannarsi definitivamente all’insignificanza, perché dopo anni di voto per il “meno peggio”, ci siamo accorti che se nessuno ci rappresenta le nostre condizioni non possono che continuare a peggiorare: la mancanza di risorse rende l’agone politico un gioco al massacro. Per questo mi auguro che salti tutto e passo anch’io dalla parte dei gufi.

 

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