Della necessità di politiche coraggiose, parte I: lavoro e istruzione

Due elementi sono alla radice della scarsa competitività dell’economia italiana e della sua stagnazione. Essi sono intrinseci a entrambi i fattori di produzione: lavoro e capitale.

In merito al mercato del lavoro, il problema rimane sempre lo stesso, ovvero che salario e produttività non coincidono.

Tuttavia, approvati la riforma Fornero e il Jobs Act, vi è sufficiente concordia fra economisti e istituzioni europee nel sostenere che l’anticamente generoso welfare-state italiano non sia più la zavorra ai piedi della crescita di questo Paese.

Introducendo un confronto internazionale, il nostro mercato del lavoro ha lo stesso problema di fondo di quello francese, ma con un importante distinguo.

Oltralpe, la causa della discrepanza fra salario e produttività è da imputarsi al primo, dunque ci si attende che il neoeletto presidente Macron metta in atto quella riforma del welfare e quella rinegoziazione dei salari che l’appartenenza di Hollande al Partito Socialista ha impedito a quest’ultimo.

Invece, al di qua del Monte Bianco la stessa discrepanza di cui sopra proviene da livelli troppo bassi di produttività.  Essendo il capitale umano alla radice del livello di produttività del lavoratore, l’Italia necessita oggi, piuttosto che dell’abbassamento dei salari, di un piano-Marshall per l’istruzione.

Non è mio proposito sottolineare tutti i morbi endemici del nostro sistema universitario, ma penso che, per instaurare finalmente un circolo virtuoso, la prima azione da intraprendere sia aumentare i finanziamenti alla ricerca e migliorarne l’efficienza.

Finanziando la ricerca e incentivando i molti eccellenti accademici italiani all’estero a riprendersi una cattedra nel nostro Paese, si migliora la reputazione dei nostri programmi di dottorato, che è attualmente abbastanza scarsa (se non per istituti di eccellenza come SISSA, EUI e IMT, che però sono scorporati dalle università). Questo è particolarmente grave, perché è soprattutto la reputazione del dottorato a guidare i piazzamenti delle università nelle classifiche internazionali. E va da sè che piazzamenti più alti attraggono gli studenti migliori.

Dunque, il circolo virtuoso da mettere in atto (come avviene nei sistemi migliori al mondo) è il seguente: programmi di ricerca d’eccellenza forniscono ottima reputazione all’università cui afferiscono; gli studenti di triennale e magistrale sfruttano l’ottima reputazione dell’univeristà per trovare un lavoro ben remunerato; questo permette loro di ripagare entro pochi anni il debito contratto per pagare le tasse universitarie; queste sostengono i costi dei programmi di ricerca.

Non c’è bisogno di dire che un simile meccanismo diventa un ingranaggio perfettamente oliato, che nel lungo periodo si sostiene da solo. Ma per metterlo in moto serve all’inizio un input, ovvero i succitati finanziamenti alla ricerca. Logicamente, prima va creata l’eccellenza e solo in seguito si possono far pagare rette elevate agli studenti, perché allora si avrà la certezza che il “buon nome” dell’univeristà fornirà loro un’ottima integrazione nel mercato del lavoro.

Oggi, invece nessuna univeristà pubblica italiana gode di tale “buon nome”. E questa mancanza è grave per quanto viene esposto in seguito.

I dipartimenti di risorse umane hanno bisogno di ricevere un segnale per separare il potenziale lavoratore ad alta produttività da quello a bassa produttività. All’estero, questo segnale è fornito, con maggiore o minore efficienza, dal prestigio del luogo dove si è conseguito il titolo di studio.

In Italia, al contrario, il piattume egualitario e la conseguente mediocrità collettiva (quando non livellamento verso il basso), introdotti dal mito dell’università aperta a tutti, impediscono che questo segnale sia fornito. Ergo, le aziende o i liberi professionisti, nell’impossibilità di discernere, offrono, ai più fortunati, stage sottopagati con orari che rasentano lo sfruttamento del lavoro.

Ne consegue la necessità di istituire una meritocrazia vera nell’università pubblica, e il numero chiuso va senz’altro in questa direzione, tuttavia con un caveat: che non si tratti di negare l’accesso all’istruzione a nessuno. Esso va introdotto solo nelle università migliori di cui si parlava sopra, in concomitanza con i finanziamenti alla ricerca.

A coloro che restano fuori, nessuno deve precludere un’istruzione superiore, se essi la vogliono davvero perseguire; e infatti, tutte le università non toccate dalla politica del numero chiuso restano luoghi di cultura dove essi possono liberamente iscriversi.

Tuttavia, in una società liberale, il diritto all’istruzione, garantito a tutti, non deve ledere il diritto dei migliori ad essere individuati come tali da un potenziale datore di lavoro.

Questo permette di dare il giusto salario a ognuno, e ciò si avvicina alla coincidenza fra produttività e salari, che è condizione necessaria per un mercato del lavoro efficiente e competitivo.

 

Nel seguito dell’articolo si tratterà del capitale e dei problemi dell’industria italiana.

Annunci

2 pensieri su “Della necessità di politiche coraggiose, parte I: lavoro e istruzione

  1. Pingback: Numero chiuso all’università? Ok, ma perché? (prima parte) | Charly's blog

  2. marco colleoni

    Ho tre contestazioni sulla posizione tenuta dall’autore dell’articolo postato in risposta (d’ora in poi, l’articolo).
    La prima: nell’articolo si sostiene che i fautori del numero chiuso pensino di pianificare i posti in base alle impronosticabili disponibilità del mercato del lavoro. Da parte mia, ritengo su questo punto che il numero di posti banditi debba essere finalizzato soltanto alle necessità organizzative dell’università. Per esempio, Harvard, Columbia, Oxford e Cambridge ospitano tutte all’incirca 20.000 studenti.
    La seconda: nell’articolo si mostra una tabella e si inferisce causalità negativa tra grado d’istruzione e tasso di disoccupazione, accusando i sostenitori del numero chiuso di volere sostituire disoccupati laureati con disoccupati analfabeti. Come si può evincere leggendo il mio post, io propongo il numero chiuso soltanto in alcune università, e il mantenimento dell’accesso libero in tutte le altre. Questo vuol dire, stando proprio alla tabella citata nell’articolo, che non ci sarà alcuna sostituzione, e che anche coloro che frequentassero le università aperte avrebbero più chances occupazionali di un semplice diplomato.
    La terza: nell’articolo si dice che in Italia ci sono pochi laureati e quindi l’accesso libero non pregiudica l’occupazione. Questo dimostra che l’autore ha letto superficialmente il mio. Non dico che il numero chiuso vada istituito per dare un lavoro ai laureati, ma per dare loro un lavoro adeguato. Che i laureati siano pochi o tanti nulla toglie al fatto che, all’interno di essi, in Italia si è nell’incapacità di distinguere i migliori da quelli meno bravi, e conseguentemente si offrono anche ai primi degli stage sottopagati e spesso sfruttanti.
    Questa contestazione vale anche quale confutazione della conclusione dell’articolo.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...