Renzi come Macron? Vedremo, intanto ho votato alle primarie PD

Vuoi che nel sistema proporzionale verso il quale stiamo rapidamente veleggiando, parlare di candidato premier è alquanto inutile. Vuoi che queste primarie sembravano tanto un triangolare tra Barcellona, Crotone e Pro-Vercelli. Vuoi che giorno più sfigato non ci fosse (in mezzo al ponte del 1 maggio, vai a capire la ratio). Insomma, per tutti questi motivi, la voglia di non votare alle primarie del Partito Democratico non era enorme. Sarebbe stata la prima volta per me, piddino di destra ma liberale di sinistra, non partecipare alle primarie democratiche.

Mi sono tuttavia fatto forza e mi sono recato alle urne spinto, più che dalla simpatia per Renzi, dall’antipatia per diversi fattori. L’antipatia per Emiliano, il Grillo di Bari. L’antipatia, non tanto per Orlando, simpatia macchietta, per tutta quell’area di ex PCI, anacronistica, che ancora vorrebbe avere qualcosa da dire nel PD attuale. L’antipatia per la sinistra dura e pura, così avanti e così vicina al popolo, a differenza nostra. Quella sinistra sempre pronta a gettare la propria egemonia su eventi come la resistenza, il venticinque aprile, e la nostra stessa democrazia ma che alla prova dei fatti sarebbe felice di smuovere, per il proprio congresso, un decimo delle persone che hanno votato alle primarie democratiche. E poi ovviamente, la mal sopportazione di quei movimenti che vivono grazie a pochi click, che hanno inventato e fatta propria un’impossibile democrazia diretta (dal vertice).

Volevo, insomma, aumentare il numero del cosiddetto “popolo delle primarie”. Volevo che venisse riconosciuto come l’impegno e la volontà di cambiare lo status quo (certamente portando talvolta a scelte discutibili) venga alla fine premiato. Volevo, insomma, che fosse chiaro che certamente Renzi ha fatto tanti errori, ma al momento è l’unico baluardo possibile contro un’ondata fascista populista che rischia di abbattersi sul nostro paese nelle prossime elezioni. E per ribadire questo, a grande voce, altro modo non c’era di dare all’ex presidente del consiglio una legittimazione grande, forte, indiscutibile.

A Renzi, tuttavia, dopo aver piallato per la seconda volta gli avversari anche grazie al mio voto, chiedo qualcosa in cambio. Chiedo che nella prossima campagna si lanci a testa bassa contro sindacati, avversari politici (interni ed esterni), senza fare alcuna concessione sui temi della sua agenda. Temi che devono necessariamente essere rivolti ai giovani e all’equità intergenerazionale, al nostro lavoro, alle nostre pensioni. Voglio che pronunci parole forti e chiare riguardo all’integrazione europea e all’adesione italiana alla NATO. Voglio infine che riprovi a riformare la nostra costituzione, vecchia, obsoleta e ormai fuori dal tempo.

Mi rendo certamente conto che tutto ciò sia alquanto difficile da chiedere e ancora di più da ottenere. Tuttavia l’impostare una campagna elettorale su questi temi avrebbe diversi vantaggi; in primis l’attirare un voto giovane che ultimamente ha snobbato il Partito Democratico. A ciò potrebbe seguire l’attrazione, dentro il partito, di capitale umano giovane e istruito. Infine questa è l’unica strada, paradossalmente, da seguire se si vuole riproporre la narrazione del diverso, del candidato innovativo e di rottura, del rottamatore. In un’epoca in cui i principali partiti parlano di disgregazione, di ritorno agli stati nazionali e di politiche economiche assistenzialiste, l’affermare l’esatto contrario non può che rappresentare una strategia vincente. Se non ci si crede, citofonare Macron.

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