Il circo Stellato arriva in città

Ad Ivrea, eccezion fatta per la settimana del carnevale, capitano poche cose. Così come il circo Orfei che ogni tanto arriva nel paesino, e anche i non amanti dei prestigiatori dei clown e dei buffoni, hanno pochi motivi per non farci almeno un giro, così io ho deciso di assistere, almeno in parte, all’arrivo del carrozzone grillino in città.

Inforcata la bicicletta, mi sono recato all’Officina H. Triste destino per un luogo storico, fucina della più grande e rilevante storia imprenditoriale italiana, usato per un convegno destinato a commemorare un’altra storia italiana, un po’ meno virtuosa e un po’ più peculiare; organizzatore dell’evento, era infatti la fondazione dedicata al fu Gianroberto Casaleggio, luminare per pochi, gran cialtrone per il resto del mondo.

A lui era infatti tutto ispirato: sui programmi, sui cartelloni sui badge dei partecipanti, non compariva, neanche per sbaglio, il simbolo del Movimento. Tutto era invece ricoperto da un pattern ispirato ai QR code, forse per indicare quanto l’evento fosse proiettato al futuro. Usando per indicare ciò, una tecnologia già in voga da diversi anni. Inoltre alcune frasi del Vate, presumibilmente uscite dalle sue profezie (o da quelle di Crozza) erano appese alle pareti. Una su tutte: “La rete è politica allo stato puro”. Cosa poi ciò voglia effettivamente dire veniva lasciato alla sensibilità del lettore.

Non essendomi registrato sul sito, o più probabilmente avendo la faccia da pericoloso piddino, sono stato fatto accomodare in una sala piccolina dove veniva proiettata la diretta dalla plenaria. L’atmosfera era particolarmente angosciante: tende tirate, pochissima luce, una decina di persone che guardavano lo schermo senza proferire parola. Tuttavia, ascoltando quanto veniva detto dagli oratori, mi sono reso conto che l’atmosfera era forse la cosa più normale in tutto ciò.

Intervenivano in quel momento due oncologi. Professionisti rispettati e indubbiamente di grande qualità. I loro discorsi, mi hanno lasciato un po’ a bocca aperta. In una ventina di minuti, ho infatti recepito i seguenti messaggi:

 

  • Il cancro al colon è forse il tumore più curabile tra tutti. Basterebbe che tutte le persone in età interessata facessero una colonscopia all’anno per prevenirlo completamente. Bene. Non fosse che per qualche motivo, Big Farma, qualsiasi cosa significhi, impedisce (come?) tutto ciò.
  • I medici dovrebbero essere obbligati a partecipare ad al più due congressi l’anno.
  • Per legge, bisognerebbe imporre un limite alle ricerche su qualsiasi argomento. Se, per esempio, una ricerca porta a un punto morto, o vengono usate troppe risorse per essa, questa deve essere abbandonata.
  • La sanità indiana è un esempio virtuoso perché ha detto no a Novartis (e si al colesterolo, aggiungo io)
  • Ma soprattutto la chicca finale: se noi siamo qui, oggi ad Ivrea, e anche grazie a Flaming e alla sua penicillina. Farmaco salvavita scoperto quasi per caso, a dimostrazione che per fare ricerca non servono i quattrini ma basta il cervello.

 

La cosa più drammatica, oltre il fatto che questi messaggi provenivano da persone stimate e di un certo peso nel dibattito medico-scientifico, erano gli applausi scroscianti che ognuna di queste esternazioni provocava. Se, come appare possibile per quanto improbabile, questa forza politica andrà mai al governo, cosa accadrà alla cultura scientifica italiana? Quanti altri infamanti casi come quello di Ilaria Capua (intervistata per altro qualche giorno fa da Giovanni Minoli su Radio 24, consiglio a tutti di ascoltarsi il podcast) avremo?

L’oratore successivo era l’idolo delle folle, castigatore della politica e dell’anti-politica, Enrico Mentana. All’inizio scettico su quello che sarebbe andato a dire, mi sono dovuto ricredere. Il direttore del Tg La7 ha fatto invece un ottimo intervento; ha infatti blastato coloro che studiano su Google, prendendo la laurea all’università della Vita (che casualmente votano poi per Grillo). Ha detto che oltre i giornalisti che entrano in politica ad essere discutibili sono i magistrati che svolgono lo stesso percorso (zero applausi qui) ed è arrivato infine a dire, davanti a una platea di grillini, che far votare il web su ogni misura partitica è una scemata (casualmente pochi applausi pure in questo passaggio).

Finito il suo turno, ho deciso che la pasta con zucchine e gamberetti che mia madre aveva preparato non doveva attendere oltre, e sono dunque tornato a casa, finendo così la mia giornata grillina.

Come è naturale, non potevo esimermi da creare parallelismi tra la keremesse odierna e l’evento renziano di un mese fa al Lingotto di Torino (di cui avevo parlato qui). La prima, fondamentale, differenza riguardava l’architettura dell’evento stesso. Se il convegno torinese si era svolto in spazi enormi, illuminati, che permettevano ai partecipanti di chiacchierare tra di loro, di formare capannelli se non erano interessati all’oratore del momento e quindi, banalmente, di socializzare, qui era esattamente il contrario.  Sia la stanza della plenaria che quella dove ero relegato io, erano, come detto, completamente buie e assolutamente silenti. L’attenzione era focalizzata sul palco, illuminato questo da luci blu, lugubri e fredde. Questo buio e questa freddezza è particolarmente innaturale se si conosce l’edificio e la sua storia: il complesso Olivettiano è infatti famoso per essere la prima fabbrica di vetro della storia architettonica italiana. Grandi finestre illuminano questo edificio, rendendolo dunque un gioiellino e un precursore dei moderni open-space.  Insomma, non sembrava una festa, come poteva apparire il Lingotto, ma piuttosto una messa, una funzione religiosa, nella quali gli adepti ascoltavano con attenzione qualsiasi parola gli oratori proferissero.

Poca anche la gente. Per un evento del genere, mi sarei aspettato molti più partecipanti. I nomi sulla carta erano forti, i loro interventi meno, come si è visto, ma comunque in grado di attrarre parecchie persone. La scarsa partecipazione la imputo a due motivi. Il primo riguarda il fatto che non c’erano politici tra i relatori. La telecamera ha inquadrato un Di Maio perplesso in prima fila, intento a seguire, con non poca fatica, i complessi ragionamenti di Mentana. Mi è sembrato di intravedere Fico, ma vai a saperlo. Credo che i supporter grillini siano più affezionati a queste persone che al progetto o alla visione partitica. Erao quindi poco incentivati a partecipare alla kermesse. Il secondo motivo riguarda sempre l’elettorato; questo pare formato da persone che sono inclini a mettere un mi piace, a usare metodi squadristi sui social, ma se c’è da raggiungere una città un po’ fuori dalle rotte, non hanno alcuna intenzione di muoversi da casa. Sempre paragonando i due eventi, è impietoso il confronto con quello renziano, dove conobbi gente proveniente da tutta Italia.

Può tuttavia essere che tale confronto fosse atto a delineare un programma elettorale e per questo aperto a pochi interessati, e mi viene da dire, con un certo livello culturale. Ma se così fosse, dove è finita la democrazia diretta, l’uno vale uno, e il Movimento come unica forza che porta il cittadino comune nei palazzi del potere cattivo?

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