Macron vs. Le Pen e la fine della divisione destra-sinistra

Tra poco più di un mese, il 23 aprile, inizieranno le elezioni francesi. Si tratta di un evento di portata storica non solo per il particolare contesto politico europeo e globale in cui questa sfida elettorale si svolgerà, ma soprattutto perchè per la prima volta nella storia della quinta repubblica francese (iniziata il 5 ottobre 1958) i due partiti che si sono alternati alla guida della République faranno da spettatori non paganti. Né i gollisti né i socialisti hanno infatti alcuna ragionevole speranza di vedere i propri candidati raggiungere il secondo turno e, sebbene la corsa all’Eliseo preveda ben 11 partecipanti, la gara di fatto è solo tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen. Il distacco che i due hanno sugli altri candidati, secondo gli ultimi sondaggi (entrambi attorno al 26%, con Fillon che non arriverebbe neppure al 20%), appare incolmabile a meno di notevoli sorprese dell’ultimo minuto. A sfidarsi nel secondo turno non saranno dunque destra e sinistra, ma populismo estremista e centrismo riformista.

Da un lato questa inedita situazione deriva da dinamiche interne alla politica francese. I socialisti risultano pesantemente indeboliti da tre fattori. Il primo è sicuramente la presidenza Hollande, l’attuale presidente ha un consenso così basso che non ha neppure partecipato alle primarie socialiste, la quale ha ridotto di molto l’appeal elettorale del partito. Il secondo è invece la vittoria di Hamon nelle primarie, candidato molto a sinistra che ha profondamente diviso il partito causando una fuga dell’ala liberal e sostenitrice di Manuel Valls verso Macron, avvertito come più vicino negli ideali. Infine vi è la presenza di un candidato della sinistra extra-socialista, Melenchon, che con un programma simile a quello di Hamon gli sottrae inevitabilmente una significativa fetta di voti.
Nel campo opposto, quello repubblicano, a causare problemi è la figura di Fillon. Vincitore a sorpresa delle primarie con un manifesto apparentemente creato per rincorrere la Le Pen (agli antipodi di quello europeista del favorito iniziale, Juppe) il candidato gollista sta cedendo sotto i colpi di un’indagine che lo vede accusato di aver pagato con soldi pubblici moglie e figli senza però lo svolgimento di alcuna effettiva prestazione lavorativa. Anche se l’emorragia di voti, persi non tanto per lo scandalo giudiziario in se’ quanto per l’atteggiamento estremamente aggressivo verso la magistratura e le istituzioni repubblicane, sembra arrestata recuperare il divario resta impossibile.

A beneficiarne sono gli altri due candidati, quelli lontani dagli schemi politici classici. Marine Le Pen è attesa alla prova del nove: essere riuscita o no a trasformare il partito xenofobo, anti-sistema e più o meno apertamente fascista ed antisemita del padre in una potenziale forza di governo. Emmanuel Macron invece un partito non lo ha e la sua sfida è ancora più grande: dimostrare che la volontà di cambiamento della popolazione francese possa essere rappresentata anche da una proposta aperta, liberale, europeista e riformatrice, senza sfociare nel populismo; dovrà mostrare che oltre al rinnovamento distruttivo del Front National, vi è spazio anche per quello costruttivo della sua En Marche!. Il tutto nella clamorosa assenza della politica tradizionale  e delle sue divisioni.

Destra e sinistra non sembrano più costituire le categorie in cui gli elettori del nostro continente si riconoscono e si dividono. Partiti e figure non sono più in grado di intercettare e rispondere alle necessità dei cittadini e si ritrovano persi. La destra appare indecisa, bloccata nell’eterno dilemma fra inseguire i “sovranisti” più estremi sul loro stesso terreno o se adottare un una linea più liberale e legata al classico schema neo-con. La sinistra versa in condizioni ancora peggiori, prigioniera di tre grandi difficoltà. La principale  è l’incapacità di proporre un modello economico che sia alternativo a quello della destra, ma che non ricada nell’anacronistico schema novecentesco fatto di ingente spesa pubblica e di sussidi incompatibili con il mondo del nuovo millennio. La seconda è poi l’incapacità di recuperare i consensi persi a favore dei populismi, spesso e volentieri provando a  copiarne le proposte. Infine vi è la mancanza grave di leader carismatici in grado di riscuotere apprezzamento fuori dai partiti. Un caso su tutti, il Labour inglese, passato dall’energico e brillante Tony Blair all’imbarazzante e dimesso Jeremy Corbyn. Così continua il declino ed emergono nuove linee di frammentazione.

In tutta Europa, e non solo, si sta ormai affermando una nuova divisione politica, quella tra aperti e chiusi. Uniti da un sostanziale rifiuto dello status quo e della vecchia classe dirigente percepita da entrambi come inadeguata, sono però estremamente diversi nelle loro proposte. Da una parte vi sono quelli favorevoli ad un ripiegamento sulla dimensione nazionale, sia in campo politico che economico. Si tratta di coloro che vorrebbero costruire muri, fisici e commerciali, per tenere lontano il resto del mondo ed illudersi di essersi salvati. Dai sostenitori di queste posizioni tutto ciò che viene dall’esterno è visto come pericoloso e responsabile di tutti i mali: colpa dei migranti, colpa dell’euro, colpa dell’Europa, colpa della globalizzazione, colpa della concorrenza straniera. La dimensione interna viene quindi esaltata in chiave idilliaca contro quello che resta fuori.
Dall’altra parte vi sono invece coloro che comprendono le grandi opportunità di crescita e di ricchezza offerte da mondo sempre più interconnesso e dalle sua sfide, che non si fanno illusioni su un passato degli stati nazionali che non tornerà più e che vedono nel commercio internazionale un potenziale veicolo di sviluppo e progresso.

Contrariamente a quanto molti sostengono non si tratta di una divisione tra élite aperte e popolazione chiusa, tra ricchi globalisti e poveri nazionalisti; questa nuova linea di divisione taglia in modo trasversale i partiti politici e la società. Trans-politica perchè i modelli proposti dall’estrema destra e dalla sinistra radicale sono in realtà più simili di quanto si immagini, entrambi prevedono una forte presenza dello stato nella vita economica, un sostanziale ritorno a protezioni contro i pericoli dall’esterno e modelli di welfare rigidamente antiquati e legati a dinamiche del secolo scorso. Soprattutto poi entrambi questi schieramenti rivendicano la difesa degli ultimi, intesi come gli sconfitti della globalizzazione. Proprio qui si nascondono però l’inganno e la trasversalità rispetto alle varie fasce della popolazione. A sostenere i partiti votati alla chiusura non sono infatti solamente i ceti più deboli, ma anche una fetta consistente delle élite tradizionali che temono di perdere i loro privilegi se costrette al confronto con il resto del mondo. Così si ritrovano alleati il lavoratore che ha paura di vedersi privato del posto di lavoro a favore di uno straniero più qualificato di lui e l’imprenditore che vede la sua posizione di monopolio ed i suoi profitti venire erosi dalla concorrenza di un’azienda estera più moderna ed efficiente della sua. Allo stesso modo tra i seguaci della via aperta vi sono tanto i professionisti che vedono occasioni di guadagno e crescita nello scambio con realtà al di fuori dei confini nazionali quanto i giovani disoccupati che creano una start-up in garage e necessitano di un ambiente internazionale per farla crescere, così come il ristoratore o il negoziante che vogliono poter raggiungere clienti sparsi nel mondo.

Difficile dire per ora se questa tendenza a dividersi tra aperti e chiusi, che ha già preso piede in molti Paesi, diventerà presto quella dominante in tutta Europa. La Germania in particolare sembra esserne relativamente immune, i due principali partiti sono infatti ancora quelli che si sfidano dagli anni ‘5o: CDU e SPD. Questo dimostra ancora una volta che il miglior antidoto al populismo risiede in un’azione di governo efficace. In Germania sia Gerhard Schröder che Angela Merkel  (sì, dal 1998 ad oggi hanno avuto solo due Cancellieri) non hanno cavalcato la ricerca del consenso hic et nunc, ma hanno saputo programmare un’azione politica che andasse ad affrontare con successo i problemi del Paese, senza avere paura di mettere in campo riforma ambiziose e difficili. E se la Germania è ancora saldamente la locomotiva d’Europa, forse il merito è anche di una classe politica seria, preparata e competente.

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