Ve lo confesso: Sono stato al Lingotto e mi è piaciuto.

C’è crisi. Se un tempo il PD ci girava l’assegno mensile per lavorare come troll su Facebook, ora pretende anche che l’ormai scarna somma sia accompagnata da reportage sulle più rilevanti attività piddine. Così il sottoscritto, fresco di consegna tesi e non ancora avvezzo all’imminente aria vacanziera, si è ritrovato catapultato al Lingotto di Torino a seguire la tre giorni di convention renziana.

Indubbiamente il sentimento iniziale non poteva che essere di scetticismo; non tanto, o non solo, per le Alpi innevate che rilucevano in lontananza nelle calde giornate primaverili e il pensiero che quelle montagne le avrei viste solo da lontano, appunto. Temevo invece di più l’essere circondato per tre giorni dagli attivisti politici più scalmanati dopo i fan di Gigi Di Maio: i renziani.

E infatti le mie aspettative non sono andate deluse. Alle 15 c’era già uno sparuto gruppo di ultras in coda. Tre ore prima che i cancelli aprissero per il discorso del sommo leader. Tra essi spuntava un ragazzino sedicenne, romano. Appena arrivato dalla capitale, era filato dritto al Lingotto (senza neanche visitare il centro, orrore!) per mettersi in coda ed essere tra i primi ad entrare. Alla mia battuta sul “manco fosse un concerto di Vasco” (ho evitato di citare Bruce Springsteen, perché, alla fine, ma che ne sanno i 2000) mi ha guardato storto. Piccoli infoiati crescono, ho pensato, non potendo sapere che quel giovanotto, solo due giorni dopo, sarebbe divenuto una star.

Dentro la situazione non è certamente cambiata: nella mia tripla veste di inviato, volontario e junior coordinator (su questo ci torneremo più avanti), mi è stato subito riferito, con mio grande interesse, tutte le beghe dei renziani di Livorno e Moncalieri. Ho visto peones trattare i volontari addetti agli accrediti con sufficienza quando si rendevano conto di non essere riconosciuti. “Sono 1000, come posso conoscerli tutti?” si chiedeva, disperata,  un’altra volontaria vicino a me.

L’enorme padiglione si è però tuttavia riempito quando Renzi ha iniziato a parlare. Ci saranno state più o meno tremila persone. E qui nulla da dire, il ragazzo ci sa fare, è bravo. Dopo più di un’ora di discorso, dedicato in parte alla forma partito, in parte ad alcune vaghe linee programmate, ti rendevi davvero conto che è l’unico leader in circolazione, l’unico argine alla distruzione populista e grillina che presto o tardi dovremo affrontare.

La serata poi procedeva con relazioni di esperti e professori vari (sociologi, demografi e via dicendo) e dalle 21 in poi, con i tavoli di lavoro. Scelta, quest’ultima un po’ infelice. Non solo perché era venerdì sera, ma in concomitanza con la meritatissima vittoria della Juve sul Milan. Sarà per questo combinato disposto che al mio tavolo, chiamato populismi e democrazia, erano presenti appena 15 persone. Nel mio ruolo di junior coordinator, dovevo infatti tenere un verbale della seduta e annotare tutti gli interventi. Per quanto limitata fosse la partecipazione, sono venuti fuori diversi spunti interessanti; certamente curioso era la partecipazione mista di professori, politici, giornalisti e semplici militanti. Mondi diversi che non sempre interagiscono in maniera proficua, ma una cooperazione efficiente tra queste categorie non potrebbe che beneficiare qualsiasi progetto di governo.

La mattina di sabato, dedicata invece alla plenaria, ha visto il prezioso contributo di Emma Bonino. Applaudita come una star, sicuramente di più di Maurizio Martina, membro del fantomatico ticket con Renzi (qualsiasi cosa voglia dire), la leader radicale non ha lesinato critiche all’operato dem, reo a suo dire di non collaborare abbastanza su temi etici come il testamento biologico, e le migrazioni. Proprio quest’ultimo tema era poi il centro del suo discorso. Ci ha ricordato, con un realismo angosciante, di come gli immigrati non siano un problema ma una risorsa, unica maniera per contrastare il deserto demografico al quale stiamo andando incontro. Insomma, è proprio vero che i più strenui difensori dei “diritti acquisiti” (leggi doveri per i giovani) dovrebbero essere in prima fila a Lampedusa, ad accogliere questi poveri disgraziati con tappeti rossi, invece che prodigarsi in sparate bestiali e disumane.

Se questo era l’intervento più pregnante della mattinata, al pomeriggio i tavoli di lavoro sono stati altrettanto proficui.  Questa volta la sala dove si svolgeva quello da me coordinato era pieno. È emerso che il populismo è nato in seguito a domande non espresse, a identità negate. Argine a questi movimenti distruttivi è quindi dare risposte alle istanze delle persone, attuando politiche di lungo periodo e largo respiro, che sono l’opposto del tutto e subito caratteristico dei movimenti anti-sistema. Si è inoltre detto che l’arroganza di un certo tipo di sinistra non può tornare. Non c’è più spazio (ma va?) ad atteggiamenti del tipo: gli elettori votano gli altri perché sono scemi.

La mattina di domenica, altro bagno di folla, si è conclusa con gli interventi di diversi ministri, professori, e ovviamente di Matteo Renzi. Con la forse parziale eccezione di Marco Minniti, è apparso, in tutta la sua interezza, il pesante trade-off esistente tra mondo accademico e politico, tra bellezza e entusiasmo del linguaggio e profondità e numero di concetti espressi. In sostanza cinque minuti di discorso di Nannicini, organizzatore dell’intera kermesse, contenevano più concetti di venti minuti di discorso di Madia e Del Rio, per quanto questi ultimi fossero più frizzanti e originali dal punto di vista del linguaggio utilizzato.

Il discorso di Renzi, non particolarmente lungo, è stato una summa degli argomenti espressi ed emersi durante i tre giorni. Interessante in particolare il riferimento all’intesa da trovare tra lavoratori e imprenditori. Goduriose, in maniera quasi orgasmiche, le batoste lanciate alla sinistra anacronistica di Rossi e Bersani, e al loro mondo, fatto di Bandiere Rosse, che più non splenderanno nel cielo della politica.

In definitiva, il bilancio dei tre giorni è stato certamente positivo. Chi si aspettava parole su provvedimenti concreti sarà rimasto deluso. Ma non credo fosse questo l’intento della convention. Se l’obiettivo era quello di dare respiro a una tesi congressuale, che, a differenza del 2013, non potrà più essere concentrata sulla rottamazione, direi che quell’obiettivo è stato raggiungo sicuramente. Si è parlato di democrazia, di rinnovo generazionale, di lavoro, di Europa come risorsa e non come minaccia. È stata una festa del popolo di Renzi, un attaccamento al leader che molti commentatori non davano certamente per scontata. Ho conosciuto un sacco di giovani veramente in gamba, laureandi che accompagnavano lì i propri relatori, ragazzi con passioni politiche sane e molte idee in zucca. Ho riscontrato una vera gioia, nei presenti, di essere lì e partecipare, che i suoi avversari, sia interni che esterni, si possono solamente immaginare.

Resta ovviamente una domanda di fondo: ci si può fidare? Non stiamo certamente parlando di un verginello della politica, un Donnarumma appena promosso alla prima squadra che ha tutto il futuro davanti e ancora il potenziale per esprimerlo. Renzi ha governato nel bene e nel male per due anni, e per quanto personalmente ritenga il suo bilancio positivo ha ovviamente messo in pratica delle misure che non mi sento di condividere. Certe posizioni al limite dell’anti sistema contro l’Europa non fanno certamente bene al leader del più grande partito (nonché unico) europeista italiano. L’elargizione di mancette elettorali neppure.

Ma forse, la domanda da farsi, è: se non ci fidiamo di lui, di chi dovremmo fidarci? Esiste oggi un’alternativa costruttiva, che non passi dallo sfascismo collettivo che sta ahimè prendendo sempre più piega nel mondo intero?

Io, personalmente, non ne vedo.

P.S.

Dopo tre giorni ( due nottate in San Salvario) alquanto impegnative, ho avuto la miglior ricompensa che avrei potuto immaginare. Una foto con lui.

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