Ritorno al protezionismo, la strada da evitare

Uno dei primi atti ufficiali compiuti da Donald Trump come Presidente degli Stati Uniti d’America è stata la firma del decreto che ritira definitivamente gli USA dal TTP, l’accordo di libero scambio nell’area del Pacifico. Non solo si tratta di una decisione ben poco lungimirante, dato che i Paesi del Sud Est Asiatico vogliono integrarsi economicamente e se Washington non è disponibile ad indicare la via essi potrebbero facilmente rivolgere lo sguardo verso Pechino, ma anche di una grande rottura con la storia degli USA. Lo stato che più di ogni altro, non solo durante la presidenza di Obama, aveva rappresentato l’alfiere del libero commercio globale ha deciso per una drastica inversione di marcia verso un modello protezionista.

L’ondata crescente di protezionismo non riguarda però soltanto il Nuovo Mondo, ma anche molti Paesi europei. Un paio di mesi fa ho infatti letto un’intervista a Marine Le Pen su Foreign Affairs (periodico americano cui, grazie al libero mercato, ho potuto sottoscrivere un abbonamento comodamente dal divano in Italia) nel corso della quale la leader del Front National, oltre ad una fantomatica uscita dall’euro, proponeva di rilanciare l’economia unicamente tramite protezionismo ed aiuti di stato alle aziende. La situazione non è migliore sull’altro versante delle Alpi: molti partiti di opposizione infatti, specialmente la Lega ed il Movimento 5 Stelle, si sono più volte espressi a favore dell’adozione di misure protezionistiche di varia natura, ritenute idonee ad aiutare l’Italia a tornare stabilmente sul sentiero della crescita. Ed il mantra viene spesso ripetuto da diverse voci nei vari stati membri dell’UE.

Prima di qualunque analisi su quanto simili misure siano controproducenti per chiunque scelga di adottarle vorrei ricordare che l’ultima volta in cui le nazioni europee scelsero di erigere barriere commerciali e di adottare politiche beggar-thy-neighbor su larga scala il risultato fu di scatenare un conflitto che nel solo continente europeo provocò oltre 60 milioni di morti. Dove non passano più le merci infatti non passano più neppure le idee: le persone non si confrontano più con realtà diverse e lasciano emergere i peggiori nazionalismi. Oltre che pericolose politicamente, tutte le misure che si richiamano al protezionismo sono estremamente dannose per l’economia ed in particolare per quelle fasce della popolazione “lasciate indietro” che spesso si lasciano incantare proprio da chi le propone.

La prima e più immediata conseguenza del protezionismo è un aumento dei prezzi per i consumatori. Ovvero il contadino dell’Aquitania che, sentendosi minacciato dai prodotti agricoli stranieri sceglierà di votare per il FN scoprirà che, grazie alle politiche promosse dal partito che ha votato, pagherà molto di più i pezzi di ricambio del suo trattore giapponese (acquistato ad un prezzo conveniente pochi anni prima proprio in virtù degli accordi di libero scambio sottoscritti dall’UE col resto del mondo). E neppure i prodotti nazionali costerebbero meno, dato che i loro produttori non dovrebbero più affrontare la concorrenza estera. Altrettanto dannose per l’economia americana sarebbero molte delle politiche sostenute da Donald Trump nel corso della campagna elettorale, in particolare l’introduzione di dazi. Esiste infatti un concetto chiamato “reciprocità”: se gli USA sceglieranno di imporre tasse all’ingresso di beni stranieri, i loro partner commerciali molto facilmente faranno la stessa identica cosa e va tenuto presente che gli Stati Uniti hanno già ora una bilancia commerciale in deciso passivo.
Ancora peggio sarebbe introdurre simili misure in un Paese a forte vocazione esportatrice come l’Italia. Ben lungi dal proteggere il made in Italy come molti auspicano, infatti esse andrebbero unicamente a ridurre, grazie alla reciprocità, la domanda estera dei nostri beni. A ciò va aggiunto il fatto che l’industria italiana è fortemente dipendente dalle importazioni di materie prime straniere ed un aumento del loro prezzo sarebbe difficilmente tollerabile. Uno scenario che, accompagnato dall’assenza di una domanda interna sostenuta, cancellerebbe qualunque speranza di ripresa per la nostra economia.

Alcuni potrebbero obiettare che i dazi generano anche introiti importanti per lo stato, il quale li potrebbe utilizzare per aiutare le aziende nazionali. Si passa dunque al secondo elemento del protezionismo, le varie forme di aiuti di stato all’economia autoctona. Innanzitutto si tratta di una politica economica molto costosa per le finanze pubbliche, poiché per convincere davvero un imprenditore del Michigan a non spostare la produzione in Messico, dove il salario è molto più basso, si rende necessario che lo stato americano corrisponda con risorse pubbliche quasi interamente la differenza del costo del lavoro tra i due Paesi. Difficile pensare che una serie di dazi risultino sufficienti come coperture, soprattutto considerando l’inevitabile diminuzione degli scambi commerciali che ne seguirebbe. E allora resterebbe una sola strada: un aumento della pressione fiscale, azione non solo ardua da spiegare agli elettori, ma anche deleteria se si vuole rendere il proprio Paese attrattivo per le imprese.

La grande entità dei costi per lo stato è solo il minore dei mali provocati da un approccio basato su sussidi pubblici all’economia. Molto più grave è il danno che provoca alla competitività di un Paese. Si potrebbero scrivere pagine su pagine di come gli aiuti di stato a particolari imprese droghino pesantemente il mercato e tolgano qualunque incentivo all’efficienza delle aziende che li ricevono, ma per qualunque lettore basta una sola parola magica per capire quanto continui sussidi ed altri aiuti pubblici siano pericolosi: Alitalia (Ryanair invece è il frutto di un mercato altamente liberalizzato e privo di barriere tariffarie e normative). Come testimoniano le classifiche Doing Businness della Banca Mondiale (ma anche una chiacchierata al bar con il titolare di una piccola impresa, o perfino con il barista stesso), l’Italia già non è per nulla competitiva di suo per migliaia di motivi, dalla burocrazia mastodontica alle differenze di regolamenti da una Regione all’altra, passando per la lentezza dei processi e l’elevata pressione fiscale, per cui evitiamo di danneggiarci ulteriormente da soli. Inoltre gli aiuti di stato sono pure vietati, in tutte le loro forme, dai trattati comunitari, che hanno messo fortunatamente quasi fine all’italico vizio di spargere denari pubblici a destra e a manca a qualunque azienda attraversasse una fase di difficoltà o di ritagliare leggi e regolamenti che agevolassero le aziende nazionali contro quelle straniere (riferimento a cose o a persone puramente casuale: FIAT).

Il protezionismo non paga (leggere per credere) , il libero mercato e l’integrazione economica portano invece diversi benefici ai Paesi che decidono di metterli in atto: basta pensare al boom economico italiano, ampiamente favorito dalla neonata CEE o, in tempi più recenti, al miracolo della Polonia, che dopo l’ingresso nell’UE ha visto il suo PIL crescere di oltre il 48% in 10 anni nonostante la crisi economica. La strada giusta è dunque già stata tracciata e non va abbandonata in favore di sentieri che promettono scorciatoie, ma che in realtà portano soltanto verso il precipizio.

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