Fenomenologia del Re Leone (ovvero del perché i Millenials non contano nulla)

La trasposizione disneyana dell’Amleto è uno dei tanti capolavori che hanno segnato la nostra vita. La tragedia della morte e la colpa presunta di un figlio che fugge nel deserto lasciandosi il passato alle spalle è solo la scintilla di una storia di depressione, abbandono, nichilismo da cui l’Io ruggente del leone riemerge e torna per prendersi ciò che è suo di diritto: la Rupe dei Re.

Tutti noi ricordiamo e amiamo Timon e Pumba, il loro spirito libero, le canzoni, il cazzeggio spudorato nel quale trascinano Simba per tanti anni. E niente di più di Timon e Pumba descrivono la nostra generazione davanti alle sfide che la stanno triturando. “Se il mondo ti volta le spalle, non devi far altro che voltargli le spalle anche tu” dicono a Simba dopo il salvataggio nel deserto, e poi: “Hakuna Matata. Vuol dire senza pensieri”. Senza pensieri: ecco, sintetizzata in un’unica frase, la filosofia cardine della nostra generazione. E non il “Sta senz’ penzier’” di camorristica memoria, ma il concetto di fuggire preoccupazioni, rischi, ambizioni. Timon e Pumba non insegnano a Simba come superare il lutto, ma come fuggire ogni sorta di preoccupazione. La preoccupazione fa male, i rischi lasciano i segni, i fallimenti (personali, lavorativi, sentimentali) le cicatrici, quindi perché preoccuparsene? Perché ambire a qualcosa di più se in quel di più rischiamo di perderci o, ancor meglio, di soffrire?

Seguendo i due pulciosi maestri, Simba si lascia afferrare dall’ineluttabile afflato del “tutto scorre”, nascosto nella foresta lussureggiante dove il cibo è abbondante e non è richiesto nessun lavoro per procurarselo, incurante che il deserto lasciato dai lunghi artigli del malvagio zio Scar, ora Re della Savana, arriverà comunque ad afferrare quell’angolo di paradiso, con o senza le preoccupazioni dei suoi abitanti.

Per uscire dal nichilismo, Simba ha bisogno di qualcosa per cui valga la pena lottare e tornare indietro, non alla vecchia vita, ma alla vita che ha di diritto, alla sua – a lungo – inascoltata voglia di essere e di forgiare il proprio destino con le sue mani zampe. Merito della leonessa-angelo Nala e di Rafiki, il saggio macaco della savana, Simba riscopre la propria volontà di potenza e la necessità/possibilità di creare (in ogni significato del termine) il proprio futuro. E questo non è un destino certo, già scritto, ma una strada nel deserto dove ogni via è possibile, ma solo una è quella cercata, una strada al termine della quale lo attende l’ostacolo alla realizzazione di sé: il senso di colpa e la paura del fallimento incarnate da Scar.

Noi non siamo neanche arrivati al deserto. La nostra generazione langue tra i frutti della foresta lussureggiante, toccata appena dalla decadenza, ma ancora salvi e ben celati tra le ombre degli alberi, e guarda con occhi spenti al mondo che cambia. Hakuna Matata ci diciamo tra noi: qualcun altro ci penserà. Il mondo è troppo grande per essere cambiato; tanto vale non curarsene. Perché rischiare quando il fallimento è dietro l’angolo? La nostra generazione è quella che potrebbe cogliere i frutti migliori dalla globalizzazione, ma questa muore e nessuno alza la voce. La nostra generazione è quella che potrebbe solo ricevere benessere dall’Europa, eppure numeri crescenti di giovani votano coalizioni anti-europeiste (o, peggio, non votano, come il caso Brexit insegna). La spesa pubblica è totalmente sbilanciata a favore delle generazioni che ci hanno preceduto (vedi alla voce Pensioni e Sanità), e a noi resta solo il conto del banchetto, ma nessuno pare indignarsi (alcuni, invece, difendono il sacrosanto diritto a scaricare sul futuro le spese del passato). Hakuna Matata. Se il mondo ci sta voltando le spalle, noi non sappiamo fare altro che voltare le spalle a nostra volta.

Forse dobbiamo aspettare la nostra Nala (che io chiamo Ambizione), o forse un saggio Rafiki a scuoterci dal nostro nichilismo e rammentarci che il futuro può essere evitato – se si sa come fare – ma può essere anche affrontato e vinto. O magari no. Ma, se siete arrivati in fondo a questo articolo, avrete sicuramente capito che il problema non è la vittoria o la sconfitta, ma accettare la sfida.

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