Della bontà dell’uninominale

Gli studiosi di economia politica hanno identificato quattro proprietà fondamentali che una funzione di scelta collettiva, d’ora in poi legge elettorale, dovrebbe garantire.

  • La democraticità è presente allorchè non vi è mai un individuo il cui candidato preferito risulti il vincitore in tutti i casi possibili.
  • Il dominio universale è tale se la legge elettorale riesce a proclamare sempre un vincitore.
  • L’efficienza paretiana si verifica supponendo che, se tra vari candidati c’è uno che tutti gli elettori preferiscono a un altro, la legge elettorale fornisce a quest’ultimo minore rappresentanza del primo.
  • L’indipendenza delle alternative irrilevanti (in breve, IIA) è un concetto complesso rivolto a garantire l’assenza di voto strategico, cioè quella situazione in cui alcuni elettori non votano il loro candidato preferito, ma un terzo che ostacoli l’elezione di quello meno gradito.

A deludere le speranze di coloro che vorrebbero oggettivamente sostenere la superiorità della loro idea di legge elettorale, ci pensa l’estro relativista di Arrow.

Egli dimostra il teorema dell’impossibilità, affermando: “Una funzione di scelta collettiva che garantisca allo stesso tempo efficienza, IIA e dominio universale non è democratica”. In altre parole, non esiste alcun sistema che goda di tutte le quattro proprietà.

Dunque, per raggiungere lo scopo di inserirmi nella discussione politica convincendo della bontà del maggioritario a collegi uninominali, non mi resta che usare qualche argomentazione dialettica e una sana dose di pathos.

Per cominciare, questa legge elettorale, in uso nel pragmatico Regno Unito, soddisfa un quinto criterio molto spesso dimenticato ma non meno importante: la semplicità.

Si divide il territorio nazionale in tanti collegi (il più omogenei possibile) quanti sono i seggi in Parlamento. All’interno di ogni collegio, la popolazione è chiamata a scegliere fra una rosa di candidati. Il più votato ottiene la poltrona corrispondente al collegio.

“Ma anche il proporzionale è estremamente semplice, molto più di quel minotauro che è il Mattarellum”. Vero, però non ha dominio universale.

“Neanche l’uninominale”. Sì, ma è molto più raro che si verifichi un’impasse con questo sistema piuttosto che con il proporzionale, dove spesso non basta neanche l’accordo fra due partiti per formare un governo, e ogni coalizione è ostaggio delle minoranze interne, che finiscono per dettare la linea distorcendo il peso dato loro dagli elettori.

“Ma con l’uninominale non siamo affatto messi meglio: se non hai un forte radicamento sul territorio, rischi di avere un numero di seggi irrisorio rispetto al totale dei tuoi voti a livello nazionale”.

Questa è l’innegabile falla nel sistema, che tuttavia presenta altri pregi peculiari, riassumibili dall’acume con cui l’uninominale si svincola da certe derive impositive degli altri sistemi maggioritari, ottenendo però risultati analoghi.

In primo luogo, questo sistema non dà premi di maggioranza a tavolino.

In secondo luogo, garantisce il rapporto di rappresentanza tra elettore ed eletto senza introdurre il vincolo di mandato. Infatti, il candidato uscente deve tornare nel suo collegio per farsi rieleggere, quindi è incentivato a non tradire il mandato popolare durante la legislatura, benché non gli sia vietato di farlo. Inoltre, è più facile che la qualità dei candidati messi in campo sia alta in quanto ognuno deve convincere la popolazione del suo collegio, mentre in altri sistemi accade che dietro un capolista bloccato molto carismatico seguano una sfilza di tirapiedi, yesman e giullari di corte indegni del ruolo che giungono infine a ricoprire.

Entrambe le due succitate caratteristiche fanno sì che l’uninominale rispetti alla lettera il dettame espresso dalla Corte Costituzionale in occasione della pronuncia sulla legge Calderoli.

Dunque, se il problema dei suoi oppositori è la riduzione degli spazi democratici, allora essi o non sanno di cosa parlano o sono in malafede.

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