Oltre la Siria, le guerre dimenticate

Gli ultimi tragici avvenimenti di Aleppo hanno scosso profondamente la comunità internazionale e catturato prepotentemente l’opinione pubblica di mezzo mondo. Le immagini delle terribili devastazioni subite dalla città e le ancor peggiori violenze patite di civili stanno riempiendo ormai quotidianamente telegiornali e social networks. Per quanto drammatica ed onnipresente nello spazio dell’informazione la guerra in Siria non è però altro che la punta dell’iceberg dei tanti, troppi conflitti dei nostri giorni.

Ben più lontana dalla ribalta è la guerra civile che insanguina da ormai oltre due anni lo Yemen, uno scontro che, contrariamente a quanto viene spesso detto, non costituisce una proxy war tra Arabia Saudita ed Iran, ma al contrario un conflitto dovuto a dinamiche interne. Tutto ebbe inizio con l’ennesima ribellione degli sciiti Houthi nell’estate 2014 cui seguì l’ennesimo accordo di pace in autunno. Contrariamente alle esperienze precedenti però questa volta la situazione prese una strada totalmente inaspettata: nel gennaio 2015 i ribelli Houthi, alleati con il loro ex nemico Ali Abdullah Saleh, portarono a termine un colpo di stato contro il governo nazionale costituitosi nel frattempo. Da quel momento in Yemen è stato aperto il vaso di Pandora. Ad un iniziale conflitto tra centro e periferia si sono sovrapposti ben presto scontri tra fazioni religiose (sciiti e sunniti), dinamiche etniche e tribali ed istanze secessioniste di diverse aree del Paese. Partendo fa questi elementi i è poi arrivati al coinvolgimento dei principali attori della regione, Teheran e Riyad, divenuti via via sempre più determinanti nei rispettivi schieramenti al punto che ora nessuna prospettiva di pace in Yemen può prescindere da un accordo fra i due. Pace che però appare lontanissima, mentre la catastrofe umanitaria diventa ogni giorno più grave, con ormai oltre 14 milioni di persone in piena emergenza alimentare.

Se lo Yemen ci appare un Paese lontano lo stesso non si può certo dire dell’Ucraina, dove, nonostante ci sia stata una significativa riduzione nell’intensità dei combattimenti la crisi è ancora tutt’altro che risolta. Le due repubbliche autoproclamate di Luhansk e Donetsk esistono ancora e ancora ricevono ingenti aiuti militari da Mosca, che sembra  non avere alcuna intenzione di allentare la sua morsa e continua ad ammassare truppe e mezzi corazzati a poche decine di chilometri dal confine. L’obiettivo di Putin sembra infatti essere quello di non voler raggiungere alcun accordo definitivo, ma di mantenere congelato un conflitto che potrebbe esplodere da un momento all’altro, tenendo così sotto costante minaccia il governo di Kiev. Difficile dire come possa evolvere la situazione, ma la Russia resta l’unico giocatore in grado di fare la propria partita, grazie soprattutto alle tante divisioni interne a NATO ed UE.

A Sud dell’Ucraina vi è un altro Paese vicino ai confini europei teatro di pericolosi scontri : la Turchia. Dopo il fallito colpo di stato dello scorso luglio e le successive misure repressive messe in campo da Erdogan le mai sopite tensioni fra Ankara e separatisti curdi sono nuovamente divampate. Nello scorso mese si sono intensificati gli attentati terroristici contro militari e poliziotti turchi, raggiungendo un livello che in molti speravano appartenesse definitivamente al passato. Le autobombe di Istanbul e Kayseri degli scorsi giorni sono solo gli ultimi due episodi di una lunga scia di sangue che punta dritta verso il PKK, cui fa da contraltare l’altrettanto brutale repressione governativa nelle ragioni del Sud. Il dato più preoccupante non è però tanto la rinnovata intensità dello scontro quanto la netta impressione che entrambi i contendenti abbiano dimenticato completamente qualunque prospettiva di dialogo, tornando ad un confronto aperto che fa regredire la Turchia di oltre una decina d’anni.

Tra Egitto, Libia e Tunisia infine neppure la costa meridionale del Mediterraneo può dirsi risparmiata da dilanianti conflitti, seppure in quest’ultima regione la situazione generale può lasciare spazio ad un timido ottimismo. La democrazia tunisina, nonostante continui ad essere vittima di attentati sta dimostrando una tenuta solida sia da parte delle istituzioni statali che della società civile. In Libia gli estremisti islamici, non ancora sconfitti, appaiono in ritirata su tutti i fronti e l’Egitto di Al-Sisi sta resistendo con efficacia ai vari gruppi armati operanti nel territorio, specialmente del Sinai. Il prezzo da pagare per la sicurezza interna appare però troppo elevato: nei deserti, nella piazze del Cairo ed all’ombra delle Piramidi la democrazia resta un miraggio.

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