L’élite e l’orgoglio

Capire chi costituisce quell’80% di No tra i Millenials richiede una dolorosa attività di indagine: immedesimarsi, leggere i loro blog, ascoltare la loro musica di ribellione. Rovazzi, idolo di questo 2016 che ricorderemo come “l’anno della post-verità”, usa basi electro di dieci anni fa ed esprime lo scazzo di qualunque persona dotata ancora di un minimo di cervello che ha il coraggio di ribellarsi alla dittatura dei social. Un po’ poco per ritenerlo un genio, a meno che voi non riteneste un genio il compagno di classe che copiava dal libro di testo durante i compiti in classe e prendeva un 6 striminzito.

Ascolti le nuove stelle, tipo Sfera Ebbasta, e sorridi di fronte a frasi fatte che ascolti da almeno vent’anni (da quando hai iniziato ad appassionarti di rap); Salmo che si è costruito un’immagine da duro buono per tutte le stagioni “Ho più fucili di Chiraq e Chicago / E ad ogni mio nemico gli apro il cranio e ci cago (Oh!)”, e altri regazzì che parlano di quanti bong si fanno (Jamil) o quant* X più di te hanno (Guè Pequeno) (con X si legga: donne, coca, risse).

Ma al peggio non c’è mai fine: ascoltiamo insieme la profondità e la poesia delle parole di Fedez, un’accozzaglia di luoghi comuni sulla dannazione, in bocca a uno che si è venduto qualunque cosa per arrivare dov’è, che, chissà perché, suonano un po’ falsi. “Ho scelto la beatitudine dell’eterna dannazione” (la profondità sfida le encicliche di Benedetto XVI), “Indelebile c’è solo un destino segnato” (qui il riferimento è alla teoria della grazia di Lutero, senza dubbio), “Si potesse cancellare tutto il male lo berrei come assenzio” (il problema della teodicea, Leibniz spostati!). E poi, in due frasi, la sintesi di una generazione di falliti: “E quante volte avrei voluto urlare ma sono rimasto in silenzio […] Ad immaginare fosse diverso”. Tradotto per i Millennials: “ho sempre fatto quello che volevo e ora la vita mi chiede il conto. Uffa. Posterò un insulto contro #renzimerda”.

Ai miei tempi chi cantava di depressione si sparava in bocca o moriva per un’overdose, la musica non era fatta in studio a tavolino. Prima di me i musicisti erano impegnati, forse ingenui, ma di straordinaria cultura critica e creatività – scusatemi se non faccio un’ennesima celebrazione degli anni 70 ma è solo perché non ne sono esperto. Però a Rino Gaetano, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Fabrizio De André, Franco Battiato ci sono arrivato anch’io.

Ogni cultura produce i politici di domani. La serie TV Gomorra strizza l’occhiolino alla virilità vecchia scuola, riduce lo Stato a una comparsa sottopagata e promuove la vita da camorrista meglio di un’agenzia turistica. Provate a vedere Narcos e capirete di che cosa parlo (lì ci sono politici e militari che muoiono per salvare il proprio paese e, alla fine, vincono).

Il rap non è una scelta casuale. E’ un genere che amo (se volete conoscere i miei gusti ve li posto nei commenti) e che esprime rabbia in ogni lingua del mondo. E’ il genere scelto tragicamente dal Movimento 5 Stelle che, quanto a marketing, ha solo da insegnarci. Qui il primo inno dell’autoproclamato “popolo del web” – ossia quelli che si informano su UN blog a fronte di miliardi di siti accessibili. Per fortuna c’è già un nuovo inno, ricco di profonda politica economica (purtroppo hanno abbandonato il rap): “Noi finanziamo le piccole imprese, loro le fottono con la politica”, “Noi lavoriamo anche quando è Natale” però vogliamo chiudere i negozi alla domenica…

Poi mi parlano di democrazia, che ha trionfato con il NO al Referendum. E io gli rispondo “te la devi meritare questa democrazia!” e mi fermo qui – ma potete immaginare come li apostrofo. Signori miei, basta con la comprensione, la tolleranza, il buonismo, i non-confronti, la pedagogia molle, il postmoderno e il buono tutto. Il degrado si nasconde nelle abitudini: le feste di compleanno dei bambini delle elementari che costano come uno stipendio nel call center, le maestre prese d’assalto da genitori che si informano su internet sulla migliore pedagogia per i propri bambini indaco talentuosi, i medici che non possono vaccinare, i sismologi che devono dare l’intensità delle scosse in base a Twitter, gli scienziati che non possono sperimentare sugli OGM, gli ingegneri che devono smetterla con i motori a scoppio.

Ho così tanto rispetto per chi prova a fare delle battaglie sensate in difesa dei lavoratori e dei migranti, dei diritti delle minoranze, che devo chiarire che le critiche che seguono NON sono rivolte a loro, a questa sinistra magari nostalgica ma, pur sempre, decorosamente dalla parte dei deboli e ricca di spirito di sacrificio. Parlo a giovani leghisti – razzisti, nati per culo dalla parte giusta del mondo, parlo ai pentastellati. E qui vi declamo il mio programma per conquistarmeli:

  1. Se siete degli ignoranti dovete stare zitti, e ascoltare chi ne sa di più.
  2. Se vi sentite fighi perché avete una laurea in mano mi dispiace dirvi che la qualità dell’università italiana è sensibilmente calata. Sappiate poi che una laurea in giurisprudenza non vi fa medici o sismologi, né una laurea in scienze della comunicazione farà di voi degli esperti di green economy.
  3. Se non trovate lavoro potrebbe non essere solo colpa della “Crisi”, del capitalismo cattivo e della globalizzazione selvaggia; nell’ordine, potreste essere troppo pigri, lenti, impreparati, insicuri, perché una persona voglia rischiare di assumervi.
  4. Compratevi dei libri e dei quotidiani e, se serve, imparate di nuovo a leggere. All’inizio ci metterete un po’.
  5. Trattate i vostri figli come degli adulti, pretendete da loro rispetto e capacità di ubbidire al “dovere”.

Parafrasando il Papa buono: “Tornando a casa, troverete i bambini, date una sculacciata ai vostri bambini e dite: questa è la sculacciata del libero mercato. Troverete qualche lacrima da asciugare: dite una parola razionale ed evitate di blandirli con leggende metropolitane”.

E chi si riconosce in un’élite progressista, colta, transnazionale e laica, deve evitare di raccontarsela su e scendere sul campo di battaglia con tutta la rabbia che riesce a trovare. Perché la guerra è totale: culturale, etica, politica, epistemologica, sociale, economica. I barbari sono alle porte e non li rimanderemo nelle loro cyberpraterie a suon di social-innovation, resilienza e e-democracy. I greci cacciarono i persiani facendo la falange: o impareremo ad appoggiare la nostra lancia sulle spalle del nostro compagno, cooperando e coordinandoci, o il soprannumero ci prenderà alla fine – e ci intesteremo le nostre Termopili.

Qui sotto chiarisco chi  sono i nostri avversari: volendo non sono impossibili da sconfiggere.

patatine_acqua

E qui un futuro elettore:

babbo

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