Nel paese della Controriforma senza Riforma

E’ notizia dell’altro giorno che in Sardegna si voterà in Primavera per il rinnovo dei consigli provinciali. Una legge regionale, in seguito a referendum, aveva renzianissimamente provveduto a rottamarli. Senonché il 4 Dicembre c’è stato un referendum più referendum degli altri e quella legge è oggi carta straccia. Il risultato è che avremo 4 enti territoriali differenti: Regione, Province/Città Metropolitane, Unione dei Comuni, Comuni. Costo stimato: 320 milioni l’anno. Probabilmente reperibili dalla RC auto, quota che in teoria dovrebbe andare loro ma ad oggi iscritta a bilancio dallo Stato. Faremo a debito, come sempre.

Bentornate, care Province.

Nel frattempo, la situazione a Palazzo è grave ma non seria. Restano due Camere con uguali funzioni ma leggi elettorali agli antipodi. Alla Camera vige l’iper-maggioritario Italicum. Al Senato (bentornato, “inutile doppione”: così lo definiva Mortati, padre costituente) l’iper-proporzionale Consultellum, ossia il Porcellum emendato dalla Consulta. La quale vaglierà anche l’Italicum, fra un mese e mezzo, e chissà cosa ne uscirà: roba da bookmakers.

Bentornato, Caos.

In tutto questo marasma il politico paludato ci sguazza a meraviglia. La sconfitta è un rischio che chi investe soldi in dispendiose campagne elettorali non può permettersi. Non ci sarà mai, come paventava Zagrebelsky, un vincitore il giorno delle urne. Todos caballeros, pronti ad accordarsi in seguito. A ciascuno il suo, secondo Manuale Cencelli.

Bentornata, Prima Repubblica.

E infine, bentornato, CNEL.

Noi sostenitori del Sì capiamo come doveva sentirsi un bonapartista durante il Congresso di Vienna. Mentre Rodotà annuncia al Fatto che è tempo di ripristinare l’articolo 18 e D’Alema sghignazza in tv, la mente è subito assalita da fantasmi ancien régime: codini, facce incipriate, mobilia Bidermeier, Demita e Pomicino.

Come allora, tutto sembra perduto. Chi mai s’azzarderà a darci una Costituzione, si diceva ieri. Chi mai s’azzarderà a riformarla dopo due sonori spernacchiamenti, diciamo oggi.

Ma, oggi come allora, una nota di speranza c’è concessa.

Il NO, parafrasando John Lennon, è solo un concetto attraverso cui frotte eterogenee di sconfitti dalla globalizzazione misurano il proprio dolore (tralascio una parte statisticamente non significativa di persone che si erano lette la riforma). Il 41% dell’elettorato, assai più omogeneo, crede invece che sia ora di finirla col nichilismo passivo del “tutto va male”. Basta rimpianti di tempi che non torneranno, il mondo gira veloce, globalizzazione e digitalizzazione impongono nuovi ritmi e sta a noi tenerne conto, rigettandone alcuni aspetti, mitigandone altri, senza tuttavia metter giù la testa come struzzi.

Quel 41% dell’elettorato sa che bisogna cambiare. Lo sapevano anche quelli dello Spielberg, che in tempi molto più grami di questi coltivarono il germe rivoluzionario gettato in Italia dalle incursioni napoleoniche e poi sopito, ma non soffocato, nei saloni di Schönbrunn.

Non sarà facile, ma forse un giorno abbracceremo anche noi la Riforma. I cristiani ci impiegarono circa 1500 anni. Noi, bicameralismo paritario permettendo, speriamo un po’ meno.

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