Comunque vada sarà un disastro

Oggi, mentre lavoravo, sentivo alcuni miei colleghi lamentarsi degli italiani creduloni che si bevono le balle del Presidente del Consiglio. Io pensavo che i creduloni fossero più loro, che sostengono che nel fronte del NO non ci siano interessi politici o che i saggi costituzionalisti siano mossi solo dalla propria enorme competenza. Certo, in questi mesi ci sono stati anche confronti di qualità, basati  sulla lettura del testo, ma rimango con la sensazione che lo scontro sia principalmente tra tifoserie che si rispettano poco e si ritengono portatrici di qualche segreta verità che sfugge agli altri. Io, che sostengo il Sì, non mi sono accorto di come Matteo Renzi sia un manipolatore, un “televenditore” per alcuni, comandato dai poteri forti. I sostenitori del No sono evidentemente schiavi di una retorica negativa, di un conservatorismo che blocca il Paese da decenni.

Nel provare a capire che cosa ci sia dietro la genesi delle tifoserie mi sono ricordato di uno scambio avuto con Vincenzo Moretti sul lavoro ben fatto.  Credo che il ragionamento fatto all’epoca si possa recuperare con il tifoso politico: l’italiano si comporta da furbo anche in politica. Cerca la scorciatoia, cede al pensiero assoluto, totale, ed evita di perdere tempo nei dettagli. Perché cercare di comprendere il famigerato articolo 70, illeggibile per il No, dettagliato per il Sì (al fine di evitare ambiguità e nuove sentenze della Corte)? Provo a immaginare uno di questi elettori:  “Renzi è un massone, se anche dice cose corrette è comunque da eliminare per difendere la libertà. Io l’ho capito perché sono più furbo della media dei miei concittadini, è evidente. Ho imparato la furbizia a scuola, quando copiavo i compiti in classe e me la cavavo con la sufficienza. Poi c’ho messo tempo a laurearmi, era tutto difficile e le sessioni di esame erano troppo poche. Non ho trovato subito lavoro, non ne avevo tutta ‘sta voglia; me la sono cavata con i miei, che mi hanno mantenuto a lungo, accusando la crisi economica, i cattivi addetti alle risorse umane, le richieste poco rispettose di capi crudeli: i giornali sono ancora pieni di statistiche e storie, era tutto credibile. Ho da poco trovato lavoro, e cerco naturalmente di risparmiare energie: ci sono colleghi stakanovisti che lavorano sempre, fino a tardi: ma fatevi una vita! Io approfitto delle leggi e dei diritti: la 104, i permessi sindacali. Se mi danno un lavoro che non so fare lo sbologno al collega che vuole mettersi in mostra, il leccapiedi tipico che si sente qualcuno solo perché si è laureato bene. Il capo l’ha capito di che pasta sono fatto! Mi dà poco da fare e ci sta bene così. Vivo il lavoro senza stress e ho energie da dedicare alle mie passioni: il calcio, i videogiochi, le birre con gli amici.”

Che rapporto con la politica ci possiamo aspettare da chi scansa le difficoltà e fa il minimo indispensabile? Quanto potrà approfondire le tematiche più delicate? Poco, perché farà affidamento sul suo “intuito”, sulle sue paranoie complottiste e sul sentito dire. Se l’è cavata fino ad oggi col pressapochismo, perché dovrebbe cambiare? Non avendo imparato quasi nulla nella sua vita – non si impara copiando o scansando i problemi, è evidente – non si rende nemmeno conto dei propri limiti enormi, non capisce che possono esistere vite diverse, basate sull’impegno, sul sacrificio, sullo studio incessante. Non vede i propri limiti cognitivi perché, come scansa le difficoltà, scansa anche le persone che lo mettono in difficoltà: “si dà arie da uno che ha studiato”, “perde tempo a leggere libri”, “quanto è pesante” sono le espressioni tipiche. Questo elettore quindi vive solo con i propri simili, che ragionano come lui e rinforzano vicendevolmente la percezione di essere dalla parte giusta: la bolla di Facebook è sempre esistita perché i rapporti umani sono un costo che non tutti vogliono o possono pagare.

Che cosa abbiamo fatto per meritarci questo? Noi che lavoriamo, che crediamo nelle cose che facciamo, che approfondiamo anche l’etichetta dell’acqua minerale? Diciamocelo, il pigro-furbo è una figura che è probabilmente sempre esistita, che non si limita ai soli dipendenti, perché anche l’imprenditore che paga in nero a 180 giorni ed evade le tasse campa solo per furbizia, non per bravura; è una specie proliferata grazie al benessere e a sindacati accondiscendenti, a politiche di distruzione della produttività basate sui soldi a pioggia, sulla compravendita di voti, sullo scambio permanente di favori alimentato con debito pubblico. A livello socio-politico una grande colpa ce l’ha avuta un’elite che ha abbandonato la politica e le rivendicazioni sociali, accontentandosi pigramente di riprodursi e di piazzare i propri figliocci onnipotenti; il benessere ha fatto sì che il pigro-furbo non dovesse più frequentare le sedi di partito per esprimere il proprio disagio, la crisi di Mani pulite ha iniziato a divulgare l’equazione politica=ladri, allontanando, così, tanti onesti. In questa situazione si è trovato a proprio agio Berlusconi, leader demagogico capace di vendersi come imprenditore di successo, in realtà un furbo indebitato che con la politica si è sistemato o ha approfittato di situazioni di concorrenza falsata. Non posso, infine, non prendermela con chi appartiene all’elite intellettuale e tratta ogni situazione come titanico scontra il bene e il male, utilizzando a proprio uso e consumo valori come la libertà contro la tirannia o il rispetto della legalità, valori che dovrebbero essere appannaggio di tutto il Paese e non solo di una parte politica “eletta”. Per ogni intellettuale narcisista abbiamo generato migliaia di furbetti che scavalcano i problemi concreti con disinvoltura e si sentono pure dalla parte giusta – e quindi non ascoltano punti di vista diversi. Riprendersi da questa distruzione della ragione non sarà facile, indipendentemente da chi vincerà domenica notte.

 

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