Il fattore Trump nella politica estera USA

Ormai è successo: Donald Trump sarà il 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Il 20 gennaio del prossimo anno subentrerà all’attuale inquilino della Casa Bianca e questa è di fatto l’unica certezza della sua presidenza. Se infatti la sua avversaria si era presentata con un programma piuttosto articolato per gli USA dell’epoca post-Obama nel caso di Trump siamo di fronte al vuoto quasi assoluto, specialmente riguardo alla politica estera. Durante la sua campagna elettorale non è mai andato oltre poche frasi ad effetto, senza mai precisare quali fossero le sue priorità per la scena internazionale o su quali linee intendesse impostare l’azione degli USA sulla scena globale. Gli uniche due linee guida che sono apparse costanti durante la sua corsa alla Casa Bianca sono un forte richiamo al protezionismo ed una vocazione isolazionista.

Fin da subito Trump si è scagliato contro molti accordi di libero scambio sottoscritti in passato dagli Stati Uniti, accusandoli spesso di favorire gli interessi di altri Paesi e di non difendere in maniera adeguata quelli americani. Una dei primi destinatari delle sue critiche è stato il NAFTA (l’accordo commerciale con Canada e Messico), ritenuto da lui responsabile della crisi del settore manifatturiero americano, e intende rinegoziarlo per larga parte una volta alla Casa Bianca. Sembra però assai difficile che gli altri due partner internazionali accolgano con favore una simile proposta e siano disposti ad accettare una modifica delle condizioni che andrebbe a loro svantaggio, soprattutto Justin Trudeau, che ha fatto dell’apertura commerciale e sociale la sua bandiera. Una vittima più facile potrebbe essere il nascituro Trans Pacific Partnership (TPP), il trattato su regolamentazioni ed investimenti con diversi Paesi di Asia e Pacifico (Cina esclusa) voluto da Barack Obama. Il testo è ancora in attesa di una ratifica che potrebbe non arrivare mai, ma in questo caso gli Stati Uniti si priverebbero di un importantissimo strumento di soft power per contenere l’espansione cinese, con il rischio di un aumento delle tensioni nell’area anche in ambito militare.

Ancora più danni del protezionismo potrebbe farne l’isolazionismo americano. Secondo Trump infatti gli USA dovrebbero tornare a concentrarsi su loro stessi e disimpegnarsi in molte regioni. Il neo-eletto presidente ha più volte ribadito la volontà di ridurre il contributo americano nella NATO ed in altri sistemi di alleanze. Se nel caso europeo forse vi è almeno un elemento positivo, dato che una riduzione della partecipazione americana potrebbe infatti rappresentare un forte incentivo per l’Europa ad imparare finalmente a difendersi da sola (leggasi esercito comune europeo), per il resto il quadro appare piuttosto preoccupante. In Medio Oriente un generale ritiro della presenza americana rischia di creare un vuoto che verrebbe facilmente riempito dalla Russia di Putin, il cui disastroso contributo alla guerra civile siriana al fianco di Assad abbiamo avuto tutti modo di osservare. Anche l’accordo sul nucleare iraniano, probabilmente il capolavoro della politica estera di Obama, potrebbe saltare con la presidenza di Trump, che lo ha criticato pesantemente in campagna elettorale, auspicando un ritorno delle sanzioni contro Teheran. Anche senza voler scomodare il grande Kenneth Waltz sulla questione nucleare iraniana (con il quale sono completamente d’accordo) risulta semplice capire che si tratterebbe di una mossa ben poco saggia: quell’accordo rappresenta forse l’unico punto fermo in Medio Oriente sul quale l’intera comunità internazionale (o almeno i suoi membri preminenti) si trova concorde, cancellarlo vorrebbe dire aprire un vaso di Pandora nella regione geopoliticamente più problematica del mondo.

Oltre al Medio Oriente anche lo scenario pacifico rischia di venire pesantemente deteriorato da un disimpegno americano. La strategia del Pivot to Asia, grande anche se tardiva intuizione di Barack Obama, è fondamentale per porre dei paletti all’incontrollata espansione cinese e per tranquillizzare gli altri starti dell’area. Essi infatti possono pensare di mettere in atto strategie efficaci di bilanciamento solo con il supporto degli USA, essendo infatti privi di sufficienti risorse proprie da mettere in campo. Privati del TPP  e dell’appoggio americano sul quale facevano affidamento,  Giappone, Australia, Corea del Sud, Thailandia e Malesia non avrebbero altra scelta che rassegnarsi a vedere il mare che li separa trasformarsi lentamente in uno stagno cinese. A ciò si aggiungerebbe inoltre un drastico calo della fiducia nelle varie alleanze con gli USA, che rappresentano uno dei principali collanti sia tra i membri dell’Asia Group che dell’ASEAN, con un conseguente indebolimento dei sistemi di alleanze nell’area.

Dopo aver delineato uno scenario così tragico occorre però tenere presente che si tratta di proiezioni basate sui discorsi di una campagna elettorale, data la totale assenza di un vero e proprio programma, e che molto dipenderà dalle persone che Trump sceglierà come consiglieri. Ronald Reagan, che come Trump non possedeva la minima nozione di politica estera, ebbe il buonsenso di circondarsi di persone che, per quanto avessero idee spesso discutibili, per lo meno erano sicuramente competenti, e di seguirne i consigli. Difficile dire se il futuro 45esimo Presidente farà lo stesso, sicuramente ad oggi non ha lasciato trasparire un carattere particolarmente umile e disponibile ad ascoltare i pareri altrui.

Non ci resta che attendere per scoprirlo…

 

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