Ma che cazzo è successo?

Quando alle 4:40 ti sveglia un messaggio dicendoti: “qui la situazione si mette male!”. Quando di corsa apri Twitter e vedi i (pochi) commentatori conservatori che segui che gongolano, le persone normali attonite o disperate e Trump che vince l’impossibile. Ecco, quando ti rendi conto che solo due ore prima ti eri addormentato e la gara procedeva come doveva procedere, serrata si, ma tutto sommato senza grandi sorprese e ora una valanga repubblicana sta sommergendo stati che in teoria non avrebbe dovuto neanche toccare, Michigan, Wisconsin, Minnesota, cosa puoi pensare se non: “Ma che cazzo sta succedendo?”.

E così questa mattina ci siamo svegliati con il peggior candidato che sarebbe mai potuto approdare alla Casa Bianca. Maschilista, sbruffone, nazionalista, un emerito imbecille. Come è potuto accadere tutto ciò?

Le spiegazioni sono tante, molteplici, infinte, basta aprire un qualsiasi social network e leggere le certezze granitiche dei fortunati che sono disponibili a darci il loro parere. Io che purtroppo non sono così informato, mi devo limitare a un paio di considerazioni personali. E penso di avere perso due volte stanotte.

Innanzitutto perché per me gli Stati Uniti non sono un paese qualsiasi. Sono il posto in cui  vissuto per più tempo dopo l’Italia. Da teenager invaghito di qualsiasi cosa potesse essere lontanamente americana, non persi tempo, durante le superiori, a fare domanda per poter passare un anno scolastico là. Pensavo che alla fine fosse tutto semplice, lineare, come i media ci mostravano: school bus, armadietti, la scuola con le cheer-leaders e la squadra di football.

Tutto verissimo, per carità. Ma come ogni cosa, una volta che la tocchi con mano si rivela molto più complessa e sfaccettata. Rimasi quindi attonito nello scoprire una cultura che mai avrei immaginato. Materialistica ma spirituale al tempo stesso, competitiva per qualsiasi cosa ma al contempo desiderosa di cooperare per uscire insieme dalle difficoltà. Una cultura politica secondo la quale lo stato non deve interferire nelle vite dei cittadini, ma  prevede la pena di morte. Diritti acquisiti che in Europa diamo per scontati, come la sanità, che lì sono oggetto di un aspro contendere politico.

Troppe cose non quadravano. Incolpavo la mia giovane età, la mia leggerezza, non potevo non capire una cultura a noi così vicina. C’era qualcosa che non tornava, un filo conduttore che doveva per forza unire tutto. Non riuscivo a capacitarmene. Dovevo ritornare.

E così l’estate scorsa, tre mesi di stage nella capitale, Washington DC. Qui, crocevia di questo paese immenso, potrò finalmente ultimare le mie ricerche, colmare la mia curiosità. E così è stato, in parte. Ho capito che forse, per quanto la vita di ogni americano sia estremamente standardizzata, o forse proprio a causa di ciò, vige una sorta di anarchia di fondo, da accettare incondizionatamente. Ho capito che questa terra non la si può comprendere, la si può solo sopportare. La si sopporta in maniera maggiore o minore, ma americani non si diventa, al più si nasce.

E detto tutto ciò, mi ero fatto l’idea che effettivamente si, molte persone, a causa di questa forma mentis così schematica e semplificatrice, potessero seguire ciecamente un leader e le sue proposte assurde. Ma, al contempo, come è sempre successo dal 1776 in poi, esistesse anche un’altra, forse la maggiore delle contraddizioni americane: una maggioranza silenziosa che evita al paese scelte scriteriate e disastrose. Che accompagna le sue istituzioni durante le frasi più critiche della sua storia, guerre, scandali elezioni.

Questa certezza è improvvisamente crollata da un giorno all’altro. Che la maggioranza silenziosa sia stata troppo silenziosa questa volta? O forse che ancora una volta, non ho capito nulla io, le cose non sono come sembrano; forse al di là delle apparenza, Trump e le sue stranezze non sono necessariamente il male per l’America.

La seconda certezza crollata nel giro di poche ore è il primato della scienza come metodo di indagine. Certo, di previsioni sbagliate ne avevamo viste tante, non si chiamerebbero neanche previsioni, se fossero sempre certe. Ma cavolo, migliaia di sondaggi, effettuati in tutti e cinquanta gli stati, e nessuno che si sia mai avvicinato a prevedere una debacle simile per i Democratici?

Ci troviamo davanti a un radicale cambio di paradigma per quanto riguarda l’indagine statistica, o al contrario, alla prova che la scienza non può tutto? Che certi fenomeni non siano semplicemente analizzabili, e di ciò dovremo prima o poi farcene una ragione?

Tante altre sono le domande che mi affollano i pensieri; che ne sarà della dottrina Atlantista, a me tanto cara? Della NATO, del Medio Oriente, delle relazioni con la Russia? Che ne sarà dell’economia americana? Nel giro di dieci anni, potremo ancora considerare gli USA una potenza globale o al più regionale?

Dopo tante domande, almeno una certezza l’ho raggiunta. Se in un momento in cui solo il pensare ai “tuoi” Stati Uniti ti fa venire la nausea e mentre ti interroghi se esista ancora il Sogno Americano, stai leggendo un romanzo che parla proprio di questi argomenti e nonostante tutto non riesci a posarlo schifato, ma continui avidamente a sfogliarlo pagina dopo pagina… Vuol dire che quel romanzo è davvero un capolavoro; Pastorale Americana di Philip Roth appartiene a questa categoria.

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