Faq sulla riforma costituzionale

Dopo questo mio articolo ho ricevuto diversi commenti sulla mia pagina Facebook. Ho provato a raccogliere i più interessanti e a discuterli qui.

 

Che c’entra il bicameralismo paritario con la scarsa durata dei governi?

Se la fiducia viene votata da entrambe le camere il problema si pone perché le leggi elettorali che le votano sono diverse e potrebbero portare a esiti incompatibili: la Camera è eletta a suffragio universale diretto (art. 56), il Senato su base regionale (art. 57) e da elettori che hanno compiuto i 25 anni di età. Lo scarto tra il numero di elettori è contenuto (nelle ultime pari a 3,4 milioni di elettori, su 34 milioni di votanti per la Camera, un 10%) ma non del tutto irrilevante, come ha dimostrato il successo del Movimento 5 Stelle tra i più giovani.

In un caso recente questo problema è stato evidente, elezioni del 2006, secondo Governo Prodi, dove il Centro destra ha vinto a livello regionale e la maggioranza in Senato è stata garantita al Governo dai senatori eletti all’estero. Peccato fosse risicatissima e Berlusconi, per farla cadere, tra le altre cose comprò il senatore De Gregorio.

Questo non potrà più riaccadere, la maggioranza alla Camera sarà sufficientemente solida per evitarlo e ridurre, di base, la convenienza dei cambi di casacca.

Naturalmente, nel passato, la ragione della scarsa durata dei governi era principalmente un’altra: la base parlamentare della nostra Repubblica. Non si è mai votato un Presidente del Consiglio, in passato un partito e ora una coalizione. Il proporzionale funzionò perché la DC aveva solide maggioranze e si appoggiava con furbizia ad altri partiti che mai divennero abbastanza forti da ambire al governo – salvo il PSI nei tempi di Craxi (anche Spadolini, repubblicano, fu Presidente del Consiglio).

Ma la situazione politica attuale è diversa e il futuro, a meno di un’improvvisa liquefazione dell’elettorato 5Stelle, prevede il tripolarismo. Ci sono, a rigor di logica, due soluzioni: l’Italicum (proporzionale con premio di maggioranza + ballottaggio) oppure i collegi uninominali. Nessuna forza politica è favorevole all’uninominale oggi – né è un meccanismo che pare favorire rappresentatività ed eterogeneità (in UK esistono sempre gli stessi partiti e l’UKIP, pur avendo un 12% di votanti, ha un unico rappresentante in Parlamento – per fortuna, in questo caso). Quindi, per evitare situazioni come quella spagnola, mi pare accettabile scegliere l’Italicum, meglio se emendato con alcune proposte viste circolare in questi giorni.

 

Non vedo miglioramenti per la sanità pubblica

Matteo Renzi, in occasione dell’incontro con Gustavo Zagrebelsky, ha detto che l’approvazione della Riforma consentirà di uniformare i trattamenti sanitari; mi è stato chiesto in che modo.

Una modifica dell’art. 117 (comma m) consegna alla legislazione statale la “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale; disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare”. Approfondendo la lettura del medesimo art. 117, si scopre però che “Spetta alle Regioni la potestà legislativa in materia di rappresentanza delle minoranze linguistiche, di pianificazione del territorio regionale e mobilità al suo interno, di dotazione infrastrutturale, di programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali.”

Non sono coerenti tra loro? Non saprei. La mia interpretazione è la seguente: lo Stato determina i livelli ma spetta alle regioni organizzare (si può parlare di “soft power”?); nel caso le regioni non organizzino, lo Stato può sempre utilizzare la clausola prevista dal nuovo 117, molto forte: “su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale.”

 

Il Trentino Alto Adige avrà in proporzione più senatori della Lombardia

Considerando che il Trentino avrà 4 senatori, in proporzione ne avrà più della Lombardia, che al massimo potrebbe averne 6-7; è semplice aritmetica: ogni regione non potrà avere meno di 2 senatori, le regioni sono 20 e la ripartizione si fa su 95 senatori; tolti i 4 trentini, i 91 divisi per 19 danno circa 4-5 senatori a regione. Qualche regione sarà sotto media (Val d’Aosta, Molise, Friuli), qualcuna sopra (Lazio, Lombardia, Campania). A mio parere non è la fine del mondo, se concettualizziamo correttamente il ruolo del nuovo Senato: più consultivo che legislativo, una specie di Anci, un luogo più di confronto o condivisione che di tattica politica. Si siederanno persone che lavorano nella macchina amministrativa e hanno interesse a farla funzionare, per esempio per quanto riguardano i finanziamenti europei.

 

La deriva autoritaria dal combinato disposto legge elettorale e Riforma

Elezione del presidente della Repubblica: proviamo a fare i conti.

Prima della riforma, all’elezione del P.d.R concorrono 630 deputati, 315 senatori, 58 rappresentanti regionali, totale: 1003

Maggioranza prime due elezioni (2/3): 669

Maggioranza dal terzo scrutinio (assoluta): 502

Gli ultimi due presidenti sono stati eletti unicamente dal Centro sinistra, evidentemente la deriva autoritaria ha già avuto luogo. Mi ricordo, e se lo ricorderanno gli elettori del Centrodestra, quando nel 2006 venne eletto Giorgio Napolitano e governò Romano Prodi: se ci fu un golpe, non me ne accorsi proprio.

Con la riforma la maggioranza è costituita da 630 deputati più 100 senatori.

Maggioranza prime tre votazioni: (2/3) = 487 (i 340 camera non bastano)

Maggioranza dal quarto scrutinio (3/5 assemblea) = 438 (rispetto ai 340 della Camera ne mancano quasi 100, funziona se tutti i senatori sono del medesimo partito, circostanza che accadeva nelle democrazie dell’Est).

Dal settimo: 3/5 votanti = 438 se votano tutti, meno se ci sono astensioni.

Premesso che non c’è ragione per pensare che le opposizioni rinuncino al voto a priori, mi viene in mente che questa maggioranza possa permettere ad alcune forze politiche di consentire ad altre forze l’elezione del PdR astenendosi. Un po’ come avvenne con la “non sfiducia” nel caso del Terzo Governo Andreotti. Un’opzione tutto sommato non così malvagia.

Passiamo all’elezione dei giudici costituzionali, art. 135.

5 vengono eletti dal Presidente della Repubblica. Andrebbe chiarito ai sostenitori del NO che i giudici della Suprema Corte rimangono in carica nove anni. Non è pertanto facile che a eleggerne 10 su 15 ci pensino il medesimo Parlamento (eletto ogni cinque anni) e il Presidente della Repubblica (in carica per sette anni) che il Parlamento ha eletto. Oppure li uccidono tutti, ma a quel punto non credo sia un problema di Riforma Costituzionale… In secondo luogo, pensare che un Presidente del Consiglio onnipotente sia in grado di imporre tutte queste diverse cariche a propri uomini fidati e che le stesse si rivelino agnellini o yes men mi pare un po’ fantascientifico: non c’è politico in Italia che non provi ad approfittare della propria carica per cercare di crearsi nuovo consenso. Lo stesso Renzi ha “approfittato” (o si è messo in luce?) della propria posizione di Sindaco di Firenze. Ex politici di primo piano del PD continuano a sfruttare la propria popolarità pur non ricoprendo alcuna carica di rilievo, nemmeno locale: davvero immaginate che il Presidente della Repubblica, potendolo, non vada contro il PdC per proprio ritorno di immagine?

Tornando ai dettagli sull’elezione dei Giudici costituzionali, il terzo eletto dal Parlamento non viene eletto più in seduta comune: in tal modo la maggioranza solida della Camera non si può imporre. Vengono eletti tre giudici dalla Camera e due dal Senato. Per quanto molti sostenitori del NO siano convinti che la Riforma sia stata scritta male, quando cerco nel testo le risposte alle critiche le trovo puntualmente: probabilmente un po’ è stata pensata. Sarà che alcune prime considerazioni sulle modifiche costituzionali risalgono agli anni 60, sarà per il numero di Assemblee bicamerali che si sono seguite negli anni; da leggere assolutamente questa pagina di Wikipedia per averne almeno uno spaccato. Qualcuno ha anche ripescato il Programma di governo del PD nel 2013 e lo ha confrontato con la Riforma poi attuata.

In merito al paventato “Parlamento di nominati”, io personalmente sono per le preferenze, e auspico che vi sia un uso intelligente delle primarie nel mio Partito, ma sono consapevole anche dell’uso distorto e clientelare fatto negli anni delle succitate preferenze. Così come ricordo perfettamente che la maggioranza degli elettori non usava le preferenze e venivano comunque distribuiti i voti ai capilista. Ora, improvvisamente, 48 milioni di italiani imparano a usare correttamente le preferenze, informandosi sul proprio candidato, e noi glielo impediamo perché siamo fascisti.

 

La vera sinistra vota NO! Anche nel PD

In questo video Bersani sosteneva il Sì, pur con alcune riserve. Poi avrà visto i sondaggi, l’aumentata probabilità che vinca il No, e avrà pensato: nel PD sono ancora influente, se non altro perché sono l’ultimo Segretario prima di Renzi. Devo prepararmi alla sua caduta. Tanto gli elettori si saranno dimenticati del 25% che ho preso nel 2013, e della mia totale incapacità di arginare il Movimento 5 Stelle. Se avete letto il confronto di cui sopra tra il programma elettorale del PD e il testo della Riforma temo vi verrà qualche dubbio ulteriore sulla buona fede della “ditta”. Se ancora non siete persuasi, leggete qui.

L’altra vera sinistra, D’Alema, fa eventi con un arco parlamentare ampio e sospetto, con gli amici di sempre (Fini, Brunetta), con la classe politica che si sta cercando, a fatica, di mandare a casa. Non vorrei rosicasse ancora per il fallimento della sua Bicamerale…

 

Perché i renziani non si indignano per le pubblicità populiste del Sì?

Vedo molto scalpore in rete per le pubblicità per il Sì che puntano a comunicare la diminuzione dei parlamentari. Provo a dare un’interpretazione non particolarmente originale della strategia utilizzata dal Presidente del Consiglio; penso solo che la comunicazione politica si sia sempre fatta su molti livelli di messaggio e significato: i comunisti cantavano “fascisti, borghesi, ancora pochi mesi”, la DC si ergeva contro i “senza Dio”, slogan, banalizzazioni, estremizzazioni.

L’elettorato è molto eterogeneo come cultura e livello di alfabetizzazione, mi pare normale semplificare il messaggio, dato che magari non tutti coglierebbero o apprezzerebbero i dettagli sulla storia della Riforma, sull’iter legislativo, sul bilanciamento dei poteri.

Si semplifica? Certamente. Ma non si fa solo semplificazione: in rete ci sono diversi livelli di argomentazione a disposizione per i palati più raffinati. E mi pare che ci sia una rilevante differenza tra il fare mera propaganda e il diversificare la propria comunicazione politica.

A fronte di alcune campagne provenienti dal fronte del NO (il Fatto vi regala pure un mese di abbonamento) vorrei proprio dire, a chi è senza peccato, di scagliare la prima pietra.

 

Ma quindi tu stai con i poteri forti?

I sostenitori del NO affermano che la Riforma è dettata dai poteri forti. Ci sono le prove, JP Morgan scrisse nel 2013 un paper sullo stato dell’Unione Europea, qui ne leggete un estratto. Pare che la stessa dannata banca voglia salvare il nostro sistema bancario – ovviamente guadagnandoci.

Come faccio a non svegliarmi?!?!

Immaginate di essere una multinazionale che vuole investire una somma considerevole in Italia per costruire un impianto produttivo, aprire un centro di ricerca o formazione, comprare quote in nostre società. Nel primo caso l’investimento è di alcune centinaia di milioni di euro. Preparate un piano strategico a medio termine, per capire se vi conviene e in quanto tempo rientrate dell’investimento, alla luce dei ricavi attesi. Quali sono le condizioni necessarie per investire? Che non cambino nel frattempo le tasse, il costo del lavoro, il costo dell’energia, che non cali la qualità del capitale umano. Perché queste pretese antidemocratiche? Perché i margini nel manifatturiero sono piuttosto scarsi: 2/3%, questo significa che un aumento della pressione fiscale o dell’energia può annullare i guadagni, e nessun imprenditore lavora per pura passione. Beninteso, esistono diversi incentivi per invitare grandi aziende a produrre occupazione, e prevedono spesso di bloccare opportunamente alcuni costi. Nulla però ci garantisce che un cambio di governo non possa rendere nulle le condizioni precedenti.

Non sono pochi i progetti di rigassificatori bocciati che hanno allontanato gli investitori. Per molti può essere un bene: no a progetti pericolosi o a basso valore aggiunto, ma è rischioso dare segnali che possono estendersi anche ad altri investimenti. Perché a Termini Imerese non si sono trovati ancora investitori?

Come si ottiene la stabilità necessaria ad attirare investimenti milionari? Attraverso un governo stabile, prodotto da una maggioranza chiara, con un programma omogeneo. E che non possa essere ricattato da una minoranza furba, né da un consiglio regionale il cui governatore stia lottando per emergere su scala nazionale (ogni riferimento a persone reali è puramente voluto). Vi siete già dimenticati delle proteste per l’estensione dell’aeroporto Dal Molin, dove il Governo Prodi era da entrambe le parti della barricata?

Non ci sono ragioni auto-evidenti per investire in Italia: il buon clima c’è anche in Spagna, il capitale umano in diversi paesi dell’Est, o in India e Cina. L’energia costa meno negli States. Il mondo è competitivo e noi stiamo a farci la guerra per affondare del tutto a colpi di “Riforma scritta male, articolo 70 troppo lungo, deriva autoritaria, ignoranza dei renziani”.

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