L’Europa si specchia nell’ipocrisia di Orban

Per alcuni l’uomo forte Orban, alla prova dei fatti, risulta convincente quanto uno schizoparanoide persuaso di incarnare Napoleone; meglio ancora il Duca di Wellington, data l’apparente convinzione del leader ungherese di avere alle spalle un peso pari a quello del Regno Unito.

Certo, non è un paragone che Orban ha mai palesato esplicitamente, ma altrimenti come spiegare la straordinaria spavalderia con cui il Primo Ministro interagisce con l’Unione, nella convinzione di poterla addirittura “salvare da sè stessa”?
C’è forse un’altra via, molto più semplice e verosimile: Orban potrebbe non essere effettivamente un folle in preda al delirio, bensì banalmente il rappresentante di una classe politica ungherese bugiarda, ipocrita e parassita.

Si dovrebbe cominciare con l’evidenziare quanto gli ungheresi abbiano a cuore la propria indipendenza: basti pensare ai 150 anni di dominio ottomano, seguiti da quasi un secolo sotto l’Impero Austro-Ungarico e, infine, dal periodo sovietico terminato soltanto nei primi anni ’90.

Sfortunatamente per la Nazione e finalmente libera di auto-determinarsi, il mondo al di fuori dei confini territoriali non ha usato a loro, come a molti altri paesi dell’ex blocco sovietico, la cortesia di attendere ancora qualche decennio per permettergli di godersi un esercizio totale di sovranità, sempre a patto che dopo Westfalia questo sia stato mai possibile.

In altre parole: il mondo è ormai un tessuto interdipendente e l’Europa per prima ne è la testimonianza storica e politica. Rifuggere una simile realtà equivale a nascondersi in un mondo di fantasia che danneggia i rapporti concreti e mina la credibilità di chi lo rivendica, proprio come accade nei rapporti umani tra singoli individui.

Il re è nudo, senza dubbio, ma è un furbacchione e non un pazzo.

Orban è orgoglioso di essere il primo a formalizzare la questione dell’opposizione al quota system tramite l’esercizio della democrazia diretta, arrivando ad augurarsi che questo scateni proprio l’effetto domino che l’UE teme, ma che nella visione del Primo Ministro d’Ungheria è proprio ciò che finirebbe per strapparla all’amaro destino dell’essere seppellita dal politically correct. Un pattern per nulla originale, comune a tutti i populisti d’Europa.

L’opposizione, dentro e fuori i confini nazionali, fa giustamente notare che l’Ungheria dovrebbe concentrare le proprie risorse anche in un piano per salvare se stessa dalla corruzione ai vertici dello Stato, dalla disoccupazione giovanile al 28%, dagli scandali nella gestione della spesa pubblica (in particolare nel settore sanitario) e da molti altri problemi che anche noi, in Italia, abbiamo imparato a conoscere piuttosto bene.

Così, mentre il novello Duca di Wellington sfila in mutande, tutti i ministri del suo Governo sanno -ma nessuno dice- che il Fiorino Ungherese vale circa 0,003 euro; per sopravvivere alla banale speculazione sulla valuta l’Ungheria è costretta in ogni caso a fare pegging sull’Eurozona, cioè a legare il valore della propria valuta (ie i tassi d’interesse) ad una banda di fluttuazione attorno all’Euro.

La BCE, piaccia o meno, resterebbe dunque l’agenda-setter indiretto della politica economica di Budapest anche qualora l’Ungheria arrivasse addirittura ad abbandonare l’UE, invece di tentare di salvarla come Orban sostiene di voler fare.

Ne è appunto una prova il tasso d’interesse sul Fiorino Ungherese, che in questo momento termina una discesa durata anni, via via assestandosi verso lo zero in linea con la politica della BCE sui movimenti di capitale. Condizione necessaria alla permanenza nell’Unione, come da termini contrattuali? Certo, ma prima ancora condizione necessaria alla sopravvivenza ungherese.

Un osservatore attento riconoscerà ancora una volta un pattern tipico di quei paesi periferici dell’Eurozona, o che all’Eurozona sono legati: l’Europe à la carte, spesso perseguita dai più mentre fingono di giocarsi una mano di poker all in, con tanto di arie di eroica ed ostinata saggezza come nel noto caso Le Pen.

La premessa maggiore è dunque che il Premier ungherese voglia salvare l’Europa da sè stessa. In base a ciò, il suo Governo ammette circa 260 rifugiati su 200.000 application, tiene l’interesse sul Fiorino allo 0.9% nella speranza di stimolare la domanda aggregata ancora per qualche mese (ma per quello serve anche la buona governance), rinvia a data incerta l’adozione della moneta unica per 12 anni, piega Schengen prendendo accordi bilaterali sul movimento di merci e persone; il tutto avviene, ben inteso, senza un autentico potere contrattuale.

Il punto più basso, però, Orban lo ha toccato nella giornata di oggi, quando ha annunciato di voler dare conseguenze giuridiche ad un “no” anche se il quorum non venisse raggiunto.

Fuori dai tavoli negoziali questa strategia si chiama parassitismo, policy effettivamente contemplata in buona fede dalla stessa UE, che vive nel timore di spaventare gli stati lontani dal centro, in particolare quelli ex-sovietici ed ex-jugoslavi che orbitano attorno all’Eurozona.

Così l’intesa con membri quali Ungheria, Romania, Croazia e Bulgaria si risolve -pur in maniera molto diversa da uno all’altro- in una formula che, tradotta praticamente, dipinge una “UE-ombrello” al riparo della quale crescere fino a quando si è pronti ad assumersi le proprie responsabilità.

L’Europa si fonda infatti, nel bene e nel male, sul concetto tipicamente liberal di time consistency, ovvero di continuità. Mantenere una continuità nell’agenda politica può voler dire soffrire nel breve periodo per trarne vantaggio sul lungo -com’è accaduto in Italia o accade oggi con maggiore gravità in Grecia- oppure, nel caso dell’UE come ombrello di crescita, può tradursi nella libertà di godere di alcuni vantaggi in favore di una crescita congiunturale, con l’impegno ad assestarsi sul lungo termine.

Purtroppo, con idee ed identità estremamente frammentate sul panorama europeo, l’UE ha in parte dovuto fare un salto nel buio: non era possibile, infatti, allargare l’Unione, investire sul suo potenziale e nel contempo assicurare saldamente una time consistency, poiché ciò avrebbe comportato vincoli ancora maggiori del tanto vituperato patto di stabilità e crescita, cosa che le periferie in particolare non avrebbero mai accettato.

Un errore dell’UE? Forse no: l’Unione andava ampliata subito, sfruttando una finestra temporale di calma relativa, perché gli analisti degli ultimi anni ’90 avevano già gli strumenti per intuire che negli anni ’10 e ’20 sarebbero stati rimessi in discussione i principi fondanti stessi del nostro Ordine Internazionale, tra cui l’egemonia Americana, l’assetto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ed i già precari equilibri geo-politici e geo-economici in Medio Oriente ed America Latina.

Che sia o meno condivisibile, questa visione strategica ci ha portati alla situazione odierna in cui tanti piccoli populisti vestiti di niente acquistano lo spazio per fare il bello e il cattivo tempo in Europa. Persino uno come Tsipras, autore di una delle più grandi “circonvenzioni d’incapace di massa” a memoria d’uomo, ha avuto lo spazio per giocare brevemente a “1-2-3-stella” con i gasdotti di Putin.

E’ facile dimenticarsi il currency snake del 1972, il sospiro di sollievo alla firma del Trattato di Roma, la tensione nei gangli dello Stato quando si faceva blame-shifting sulle istituzioni europee per applicare misure impopolari ma necessarie; è facile dimenticare quanto si è sudato per arrivare fino a qui. Ce lo si scorda con populisti come la Le Pen o Salvini nei paesi fondatori dell’UE, figuriamoci quanto è semplice farlo se la memoria storica parte soltanto da quando si è saltati sul carrozzone tra la fine degli anni ’90 e la seconda metà degli anni ’10.

Adesso la vera lotta da condurre è sul piano culturale, sia attraverso i gangli delle istituzioni che tramite le associazioni o ONG di volontariato europeo, promozione politica et similia. Oggi la comunicazione ha un valore fondamentale nella creazione di un’identità europea, che si approccia ad una speranza federale aggrappandosi al bistrattato e frainteso Altiero Spinelli, ma che deve costruire un rapporto top-down con la base di consenso facendo cardine sull’onestà intellettuale, come da anni insegna Guy Verhovstadt (qui citato come esempio di chiarezza comunicativa, senza esprimere in merito a questi un giudizio politico).

Siamo infatti nel pieno di un processo di late state-building, sulla lunga e incerta via per diventare ciò che Sergio Fabbrini ha definito compound democracy, ovvero un compromesso federale basato sulla separazione dei poteri ed un sistema di checks and balances che può arrivare a ricordare quello adottato negli USA.

In sintesi, per massimizzare la probabilità di avvicinarsi nel lungo periodo al sopraccitato modello, l’Unione Europea ha dovuto muovere passi necessari su un terreno incerto, creando le condizioni per l’emersione di tendenze euroscettiche prive di basi solide come Orban in Ungheria, Duda e Szydlo in Polonia ed il fenomeno Tsipras in Grecia, ormai esauritosi di fronte alla forza dirompente della realtà.

Diffondere la cultura dell’UE e dell’assoluta necessità del sistema-Europa è dunque compito di chi, attraverso lo studio e l’analisi, è arrivato oggi alla stessa conclusione di milioni di europei, che con il loro voto e la loro advocacy cercano di traghettare questo progetto attraverso uno Stige fumoso di difficoltà e bugie elettorali, nella speranza che prima o poi un rigurgito d’insofferenza bottom-up mandi a casa gli Orban, i Duda, gli Tsipras, le Le Pen ed i Salvini di tutta Europa.

L’alternativa è la triste sorte del Cabinet britannico: un Boris Johnson qualunque al Ministero degli Esteri.

Federico Zamparelli

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