Renzi vs Zagrebelsky: vizi riformisti e comuniste virtù

Dopo un giovedì sera di bagordi e ubriachezza, mi son regalato un venerdì sera piuttosto sfigato: ho visto il derby Renzi-Zagrebelsky. A tratti pure spumeggiante, il confronto mi è parso abbondantemente vinto dal Presidente del Consiglio, sicuramente più preparato a stare in televisione, visto che ha saputo sovente guidare il Professore verso la sua narrazione: a tratti Zagrebelsky è sembrato un signor No incoerente (spettacolare il colpo di Renzi sull’articolo di Repubblica di tre anni fa in cui il costituzionalista sosteneva il ballattoggio per il premio di maggioranza).

Non si può imputare a un professore universitario di non saper dibattere in televisione, forse è più grave che abbia firmato appelli che lamentano una “deriva autoritaria” del governo del Paese – deriva che, nel confronto, non è mai emersa, perché non è scritta da nessuna parte della Riforma (non si passa al presidenzialismo né vengono modificati i poteri del Presidente del Consiglio) e che il costituzionalista ha cercato di dimostrare in un palleggio tra aspetti formali e sostanziali delle norme, senza mai riuscire ad andare in rete.

A Zagrebelsky è mancata la zampata, ha addirittura commesso una clamorosa autorete, quando ha affermato che un Governo che dura 5 anni è una dittatura, e che non sia democratico che si sappia chi governa la sera delle elezioni – nel discutere della nuova legge elettorale. Qualche piccola scorrettezza, si è lasciato cadere in un paio di contatti, quando per esempio ha sostenuto che, nelle votazioni del Presidente della Repubblica, alla VII le opposizioni possono uscire consegnando la maggioranza a chi rimane a votare. Da ammonizione anche l’insistenza sul Parlamento di nominati a fronte delle replica del Presidente del Consiglio che gli faceva notare la presenza di 240 eletti con preferenza e 100 nominati nel partito di maggioranza. 

Pare che i sostenitori del NO abbiano un particolare culto dei contrappesi, delle garanzie, delle soglie di maggioranza, che si traducono in sabbia da buttare nei già lenti ingranaggi pubblici. Un atteggiamento peraltro totalmente incoerente con la propria passione per il socialismo. Anche un bambino di cinque anni capirebbe che se vuoi ri-statalizzare l’economia avresti bisogno di uno stato che funzionasse, fosse rapido nelle decisioni ed efficace. Ma il bambino di cinque anni ci arriva perché non è cresciuto a pane e Manifesto…

Oppure è una strategia seguita con rigore: la creazione del caos, del “hanno vinto tutti”, del “nessun responsabile”. Il caos serve per poter contare, perché nel caos si muovono i rapporti di amicizia, nelle maggioranze risicate si spostano pochi voti per vincere, dopo essersi spartiti i posti giusti, con equilibrio, perché tutti devono mangiare. Nel caos è più facile nascondersi, mandare avanti un Presidente del Consiglio ma governare alle sue spalle – perché la maggioranza che lo sostiene in Parlamente l’avete costruita voi, con promesse, con accordi, con promozioni. Ricorda la Prima Repubblica e una figura piuttosto chiacchierata e potente?

E’ perfetto in un sistema in cui non si è in grado di conquistare il consenso democratico, si è minoranza, ma si vuole contare comunque. Il riflesso del concetto di egemonia, il suo tradimento, in realtà, perché l’egemonia si giocava nella cultura, non in magistratura (un esempio a caso). Delegittimare la politica impedendo ai politici di assumersi nette responsabilità di fronte agli elettori e bloccandoli con le sentenze: anche per questo è importante approvare la Riforma che propone il giudizio di costituzionalità prima della promulgazione della legge. La struttura della nostra giustizia mantiene tutti sospesi per anni e paghiamo questi blocchi nella competitività internazionale.  

Non sfuggirà, infine, a chi ha un minimo di capacità emotiva, che si respira spesso tra gli autorevoli costituzionalisti del fronte del No un discreto astio da invidia, da perdita di potere, un rancoretto che mi ricorda quando si facevano le squadre a calcetto e non mi sceglievano per primo (ero un difensore, arrivavo come secondo/terzo, ma bastava per spezzare un po’ di gambe).

Zagrebelsky è stato sincero, è infatti una persona onesta e rispettabile, e ha esplicitato il proprio personale dispiacere di non essere stato direttamente coinvolto dalla Ministra Boschi nella Riforma. Altri suoi compari sono più subdoli, ma il gioco, in fondo, è tutto qui. Per lui, per Rodotà, l’essere stati a lungo nel potere e l’essere stati rottamati, non essere più corteggiati come un tempo, è angosciante e deprimente.

Allora ci si inventa un comitato, si coinvolgono i vecchi amici di sempre, si riprende ad andare in giro a sostenere ragioni classiche e amate (deriva autoritaria, poteri forti, finanza) e c’è una folla di antigovernativi che li osanna, li incensa, come ai bei vecchi tempi.

Nel variopinto popolo dei NO (sia chiaro, non parlo di tutti i sostenitori del NO) si ritrova la pochezza di una sinistra che ha preso sempre gli schiaffi da Berlusconi eppure si è sentita superiore. Di una sinistra che pretende di regolare l’economia, e non sa distinguere azioni, obbligazioni e derivati, difende la scuola pubblica e fa i master all’estero pagati da papino, odia Checco Zalone e difende la propria visione di arte incomprensibile e impopolare. Una sinistra confusa, combatte i 5 Stelle ma, sotto sotto, ne condivide alcune tesi estreme: i vaccini servono alle multinazionali, gli OGM fanno male, l’olio di palma è in realtà olio di satana, Renzi è figlio di Berlusconi ecc.

Leggono libri sconclusionati (per lo più di postmoderni francesi e decrescisti) e assumono posizioni politiche estreme perché sono vittime, più di noi, di quell’individualismo che criticano aspramente e li costringe a costruirsi un’identità; sono felici di ammantarsi di guide particolarmente sagge, illuminate, capaci di enormi finezze che i sostenitori del Sì, per lo più analfabeti, televenditori, prodotti del berlusconismo, non sono in grado di cogliere.

E’ vero, io sono diventato renziano quella volta in cui Dejan Savicevic fece il terzo goal in finale col Barcellona ad Atene, ma non ho bisogno di pubblicare sul mio profilo la foto di un partigiano per far capire agli altri che amo difendere la libertà. Non ho bisogno di avere idoli per sentire saldi i miei valori né devo infarcire di citazioni i miei discorsi. Ieri sera, leggendo i commenti in rete, ho visto i semi di un atteggiamento che mi spaventa.

Di fronte all’evidente crollo qualitativo della politica, al dilagare dell’ignoranza più crassa e paranoide, una parte del paese sta reagendo come ha sempre fatto: odiando, elevandosi a modello positivo di fronte alla barbarie, cercando le nostre manine sporche e popolari per bacchettarci “tu povco renziano, tu non hai studiato al classico, capva!”.

Alla barbarie si reagisce con le argomentazioni, con lo studio, con il sacrificio, con un contatto continuo con chi ha problemi nella vita di tutti i giorni. Sono loro che ci chiedono di salvare il Paese, riformandolo, non sono i raccomandati che se la caveranno comunque. Mi pare una ragione sufficientemente forte per continuare la nostra battaglia liberale. 

 

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