Aut aut

Assumiamo per ipotesi che il referendum sia solo una consultazione sulla Costituzione. Evitiamo quindi di considerare scenari di (probabile) crisi di governo e di incompetenza al potere, ma analizziamo la questione “all else equal”.

Il compito che si propone agli Italiani nel giorno (ancora ignoto) in cui verrà indetto il referendum non è certo dei più semplici, perché da un lato si ha finalmente la possibilità di archiviare quel monstrum che è il bicameralismo perfetto, ma dall’altro si approverebbe nella sua interezza una riforma sulla cui bontà ci sono dei dubbi in tre aspetti principali.

In primo luogo, non convince la nuova composizione del Senato, che in un Paese campanilista come il nostro finirebbe per istituzionalizzare sperequazioni territoriali. Come è noto, la proposta prevede che esso sia formato da un numero di Consiglieri regionali i quali, rispetto alla popolazione, sotto-rappresentano alcune Regioni (Lombardia, Lazio, Emilia, Sicilia) e ne sovra-rappresentano altre (Trentino, Alto Adige e Valle d’Aosta su tutti).

Per quanto riguarda le competenze, sarebbe  un bene se il nuovo Senato fosse soltanto una camera delle rappresentanze locali che si occupa di questioni coerenti con esse. Invece conserverà ancora dei poteri non indifferenti, rimanendogli in capo le competenze in materia di legge finanziaria, ratifica dei trattati internazionali, elezione del Presidente della Repubblica e rettifiche costituzionali.

Proprio su quest’ultimo punto si potrebbe costruire una critica nei confronti di chi sostiene che la riforma è imperfetta ma va approvata comunque perché sarebbe migliorabile in futuro. Infatti, il principale vulnus del ddl Boschi è che permette a una classe di amministratori dimostratasi fallimentare, quella dei Consiglieri regionali (tra cui non si contano gli inquisiti e i condannati), di partecipare al processo legislativo nazionale. Ora, se il Senato avrà competenza sulle future rettifiche costituzionali e se si vorrà correggere questa distorsione, come si può pensare che i Consiglieri regionali votino in futuro una proposta che cambi la composizione o i poteri della camera in cui loro stessi saranno seduti?

In sostanza, la riforma rischia di fossilizzare i privilegi politici degli amministratori, pur togliendo spazi di manovra agli enti regionali.

Quest’ultimo elemento problematico  chiama in causa la parte della riforma sul titolo V, che spartisce le competenze tra Stato e Regioni. Se da un lato l’eliminazione delle competenze concorrenti e la clausola di supremazia statale per progetti d’interesse nazionale sono proposte efficienti, dall’altro si toglie potere ai territori delle Regioni a statuto ordinario senza toccare alcuni statuti speciali che permettono a enti locali come l’Alto Adige e il Trentino di versare all’erario nazionale solo il 10% delle imposte raccolte, e ciononostante di essere rispettivamente al primo e al secondo posto per trasferimenti pro-capite da Roma (Ragioneria Generale dello Stato, gennaio 2016)

In conclusione, una riforma va fatta, ma questa, accanto a sacrosanti ammodernamenti del sistema italiano, presenta degli aspetti che paiono decisamente migliorabili. Siamo sicuri che questi miglioramenti si potranno vedere dopo la vittoria del sì?

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