Le bugie che ci confortano

“Capisci che la situazione è grave quando ti ritrovi a sperare che siano stati i nazisti” (Spinoza.it). C’è del tragico e del vero in una battuta di una riga, ed è la speranza che tutti noi nutriamo di poter reinserire il caos che investe l’Europa nei vecchi, cari schemi della politica nostrana. Pazzi, depressi, nazisti. Nazisti soprattutto.

Dire che un eccidio è opera di un nazista – o di un folle – è facile, ci consola e coccola le nostre ossessioni auto-accusatorie: la belva che è in noi, l’Occidente e le sue colpe, l’individualismo generato dal neoliberismo e via dicendo. Un nazista è facile da individuare: prendete Anders Breivik, più di 80 morti sulla coscienza, una follia omicida studiata e premeditata, un massacro senza precedenti di un gruppo di giovani attivisti su un’isola norvegese. Quello è il Cattivo, ma è anche un Cattivo che recita una parte precisa in un copione che conosciamo: il pazzo di estrema destra che uccide a sangue freddo un gruppo di giovani di colore politico opposto. Questo è parte di una narrativa che ci consola, e lo accettiamo.

“Ti sembro davvero il tipo da fare piani? Lo sai cosa sono? Sono un cane che insegue le macchine. Non saprei che farmene se le prendessi! Ecco… io agisco e basta. La mafia ha dei piani. La polizia ha dei piani. Gordon ha dei piani. Loro sono degli opportunisti. Opportunisti che cercano di controllare i loro piccoli mondi. Io non sono un opportunista. Io cerco di dimostrare agli opportunisti quanto siano patetici i loro tentativi di controllare le cose. […] Guarda cosa ho fatto a questa città con qualche bidone di benzina e un paio di pallottole. Hm? Ho notato che nessuno entra nel panico quando le cose vanno secondo i piani… anche se i piani sono mostruosi. Se domani dico alla stampa che un teppista da strapazzo verrà ammazzato o che un camion pieno di soldati esploderà, nessuno va nel panico, perché fa tutto parte del piano. Ma quando dico che un solo piccolo sindaco morirà… allora tutti perdono la testa! Se introduci un po’ di anarchia… se stravolgi l’ordine prestabilito… tutto diventa improvvisamente caos. Sono un agente del caos. E sai qual è il bello del caos? È equo.” (Joker, The Dark Knight).

A volte, quasi inconsapevolmente, la cultura pop regala spunti imprevisti e piccole pillole di riflessione sulle angosce e paure delle nostre società: il caos non è, nel nostro caso, anarchia, ma pura angoscia di fronte a quel che non vogliamo dirci, un sottaciuto insieme di timori spazzati prima sotto il tappeto del politically correct, e riemerso, a tratti, per essere subito accantonato.

C’è una narrativa insistente, quella che ci dice che non è il multiculturalismo a essere fallito – anzi, se lo dici o ti azzardi a pensarlo, o anche solo sei colto dai dubbi, sei un po’ razzista, leghista e lepenista – ma è il nostro modo di vivere che stride con chi non riesce a integrarsi (lettura 1: colpa nostra) o chi è affetto da pazzie varie (lettura 2: anche noi abbiamo i nostri pazzi). La matrice islamista è messa in secondo piano (“si è radicalizzato da poco”) o è considerata caratteristica di secondo livello. Pensate a quel che si diceva dell’attentatore di Nizza: beveva (sic), mangiava carne di maiale (sic) e andava a donne, e anche uomini a volte (sic); insomma, non era per niente islamico, era divorziato (quindi depresso), bisessuale (come se fosse una caratteristica rilevante) e aveva palesi problemi psicologici. Come se chi ammazza persone innocenti su un lungomare investendole con un Tir lanciato a 80 km/h può farci venire dubbi sulla sua razionalità, fiducia nel progresso e nell’umanità, emotività verso il prossimo e lucidità.

Il pazzo ci conforta, perché è ricacciabile dentro una categoria, in questo caso medica, e ci consente di spostare l’attenzione dal vero radicamento dei problemi. Così come il nazista e l’omicida isolato (“non radicalizzato”), il pazzo ci fa dire che poi, in fondo in fondo, siamo un po’ tutti colpevoli, perché anche noi siamo omicidi, anche noi siamo folli, anche noi abbiamo i nostri casi di massacri di innocenti (nei campus americani, o nelle nostre stesse case), per non parlare delle guerre neocoloniali e imperialiste di un modello marcio (ovviamente il capitalismo) che ha portato solo schiavitù, povertà e disperazione (sic).

Propongo una riflessione da Europei: se per integrazione intendiamo l’inserimento del “diverso”, dell’ “altro”, all’interno della nostra società, con conseguente accettazione dei valori del secolarismo e del laicismo post-settecentesco da parte dell’ “altro”, noi, adesso, stiamo portando avanti una vera integrazione? E il fatto che noi non stiamo integrando, ma forzando la convivenza tra culture (per forza di cose) diverse, all’interno di una società con una cultura già ben radicalizzata (che si voglia o no, figlia del Cristianesimo, dell’Illuminismo, del Positivismo e dell’Occidentalismo liberal-democratico), non ci viene il dubbio, seppure minimo, che forse forse dovremmo ripensare il nostro approccio nei confronti di una società in evoluzione sotto la pressione demografica di un mondo in disfacimento? Partendo, ad esempio, dal non raccontarci bugie come fossero piccole pillole di antidepressivi.

 

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