Là dove i golpe non sono il male assoluto

L’esercito, in Turchia, ha una funzione strana.

Non si occupa solo di difendere il Paese dalle minacce militari, difende anche il Paese da sé stesso. Più di una volta, infatti, i militari turchi hanno preso il potere per porre rimedio a situazioni di gravi crisi, economica e politica, o di accentramento del potere e riforme illiberali ed eccessivamente islamiste. E questo è il dato interessante: difendevano le riforme messe in atto dal fondatore della moderna nazione turca e suo primo presidente, Mustafa Kemal Ataturk. Non cercavano di prendere il potere per sé, sul modello delle famigerate dittature sudamericane degli anni della guerra fredda; infatti, dopo ciascuno dei tre colpi di Stato (1960, 1971, 1980) il controllo della nazione è stato restituito ai civili nell’arco di un paio d’anni, se non meno.

Il fallito golpe del 15 luglio era certamente ispirato ai suoi precedenti (sebbene una pessima organizzazione e il mancato supporto popolare ne abbiano minato l’esito). Recep Tayyip Erdogan, infatti, non è che un dittatore, che reprime il dissenso e la libertà di stampa, foraggia lo Stato Islamico permettendogli di contrabbandare petrolio attraverso le sue frontiere e bombarda i curdi, che combattono per la giusta causa dell’autodeterminazione del loro popolo, senza pietà.

Ciò non vuol dire che l’esercito turco sia un cavaliere senza macchia, anzi. Col passare dei golpe ha rafforzato il suo peso politico nell’ordinamento turco, tanto che oggi si può affermare che in Turchia esistono due governi paralleli, quello civile e quello militare, il cui potere viene esercitato attraverso il Consiglio di Sicurezza Nazionale (anche se il controllo civile sui militari è stato rafforzato con le riforme dei primi anni 2000, volte a rendere la costituzione turca del 1982 più conforme ai principi europei, per poter richiedere l’ingresso nell’UE).

E qui si apre il dibattito: l’azione dei militari è da condannare o da biasimare?

Ovviamente, in un moderno Stato liberale e democratico, che aspira ad entrare a far parte dell’Unione Europea, le crisi non vengono risolte dai colpi di mano ma dai meccanismi democratici, quali la sfiducia e le elezioni anticipate. Tuttavia, la Turchia non è né liberale né democratica, in buona parte grazie a Erdogan, quindi i nostri metri di giudizio non sono ottimali per valutare la situazione.

Poi, dal punto di vista della realpolitik, Erdogan è diventato un grosso problema per il mondo occidentale: come detto, aiuta sottobanco l’ISIS, mantenendolo artificialmente in vita e costringendo noi e gli americani a spendere soldi e a impiegare uomini per combatterlo. Inoltre, le sue politiche anti-curde non fanno che esasperare un conflitto che ha già portato a qualcosa come 40.000 morti. Tutto questo, infine, pesa parecchio e rallenta il processo di pace in Siria, che potrebbe essere notevolmente aiutato dalla mediazione positiva di una delle potenze regionali principali, quale è appunto la Turchia.

Il popolo turco ha diritto a fare le sue scelte. La legittimità di Erdogan, infatti, non è contestabile. Ma se queste scelte sono costantemente manipolate e portano a conseguenze terribili per la stabilità della regione, possiamo noi condannare un golpe “costituzionale”?

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