Rassegnarci per vincere

Il vile attentato di ieri sera ci ha portati in una nuova fase della lotta con il terrorismo islamista?

Se dopo i fatti di Madrid, Londra, Parigi potevamo asserire, più o meno convintamente che il problema era la mancanza di coordinamento delle intelligence europee, e che con maggiore controllo e collaborazione questi attentati potevano essere fermati, questa volta non è più così.

Questa volta abbiamo visto  commandi addestrati, azioni spettacolari preparate con chissà quale anticipo e un dispiego incredibile di uomini e risorse. È bastato un camion e pochi terroristi per compiere una strage di dimensioni epocali.

Nell’evidenza che tali attacchi non possono praticamente essere predetti ne fermati, che ci resta da fare? Rassegnarci?

Probabilmente si. Dobbiamo andare in giro, viaggiare, ascoltare concerti e più in generale vivere in pieno le tante possibilità che le nostre democrazie occidentali ci offrono, mettendo in conto la possibilità che in qualsiasi momento un islamista si possa lanciare su di noi. E che né noi né tantomeno i servizi di intelligence e di sicurezza possano fare alcunché. È una prospettiva spaventosa, lo so.

Nel lungo periodo, tuttavia, quasi non ci accorgeremo più di ciò. Sarà tipo viaggiare in macchina o fumare: tutti conoscono benissimo i rischi ai quali vanno in contro, tuttavia le persone fanno entrambe le cose. Perché dovrebbe essere diverso con il terrorismo?

Ma il fatto di vivere le nostre vite come se nulla fosse, fregandocene del terrore che loro vogliono generare, non è forse l’unica maniera per vincere questa guerra?

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5 pensieri su “Rassegnarci per vincere

  1. In uno degli ultimi numeri di Limes (precisamente quello di Giugno 2016) si è discusso di una tematica molto interessante: le periferie. Nei diversi articoli si è trattato di come, nelle diverse capitali europee e non, il concetto di periferia si sia concretamente sviluppato in modi e tempi differenti a seconda di tutta una serie di variabili che, in tale sede, non elencherò. Uno degli aspetti più interessanti è che- oggi- le città paiono essere costituite di diverse sezioni (definibili anche come quartieri e o zone) che molto spesso non “comunicano” tra loro e non si sentono parte di un insieme (quale la città). Alla base di ciò vi sono tre elementi: 1) le diverse classi sociali che vivono nei quartieri 2) l’etnia 3) la dimensione della città (quando è rilevante). Legato a questo disagio vi è sicuramente una questione di tensioni locali (date dalla criminalità e dal razzismo) non indifferente. In un clima così particolare è facile che si creino delle cellule terroristiche. Vengo al dunque. Arrendersi alla imprevedibilità degli attentati terroristici non è-a mio parere- una giusta decisione. Credere che la sicurezza sia solo legata alle azioni delle intelligence pare quasi un modo per togliersi di dosso quelle responsabilità che, nella nostra Europa “democratica”, ci vengono affidate dal concetto di cittadinanza. Un concetto che dovrebbe spingerci a combattere verso quel senso d’abbandono e disagio che velocemente si propaga nelle nostre città. Quindi più che per “vincere”, la rassegnazione mi pare utile solo per “perdere”. Un saluto

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    1. Daniele Rietti

      Analisi interessante, ma che non condivido in pieno. Se le disuguaglianze e il disagio sociale possono essere effettivamente un driver del terrorismo, esulare dalla dimensione religiosa può solo portare ad analisi incomplete e per ciò limitate. Per questo servono i servizi di intelligence e una riflessione seria su integrazione e valori culturali.
      In ogni caso oggi è uscito un report ISPI su questo argomento, ho letto solo l’abstract per ora. http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/jihadist-hotbeds-understanding-local-radicalization-processes-15418

      P.S.
      Ma sei quel Gabriele Manici? 🙂

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