Le parole che non ti dico

Qualche domanda per gli amici e compagni scandalizzati dalla timidezza giornalistica nel definire “fascista” l’assassino di Emmanuel. Dove eravate fino ad ora?

Perché non ho mai sentito una parola ogni volta che gli attentati a Tel Aviv e altrove in Israele vengono derubricati a meri fatti di cronaca? Quando i boia vengono chiamati assalitori, criminali e mai con il loro vero nome: terroristi? (poi sarebbe bello, per completezza, vedere anche ogni tanto usati gli aggettivi Islamici o Palestinesi associati a terroristi, me nel nostro mondo politicamente corretto e anti sionista sarebbe oggettivamente chiedere troppo).

Non è osceno, definire come Colone invece che bimba la povera Hillel Yaffe Ariel assassinata la settimana scorsa da un terrorista palestinese? Perché si sa, con il termine colone è facile lavarsi la coscienza. Alla fine quel vocabolo, nel nostro immaginario collettivo quasi giustifica l’attentato. In fondo si sa: sono in una terra non loro, sono razzisti, l’apartheid et cetera. Al contrario, chiamare una vittima di tredici anni con il suo nome, bambina, indubbiamente non gioverebbe alla causa.

Non trovate che sia un po’ ipocrita scagliarsi oggi contro i seminatori d’odio e poi incensare Abu Mazen ogni volta che apre bocca, come un gran portatore di pace?

Le parole vanno usate bene, sempre. Altrimenti rischiate di essere un po’ poco credibili amici miei.

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