Il Brexit che è in ognuno di noi

Brexit ha sorpreso mercati, analisti, politici e osservatori di tutto il mondo. Chi avrebbe scommesso veramente sull’uscita del Regno Unito dall’Europa? Come al solito, dicevano le élite europee, il popolo avrà paura lì nell’urna (Dio ti vede, Boris Johnson no), o forse, alla fin fine, si pensava, alle persone non interessa poi così tanto andare a votare. E fai e triga e pensaci su che ti vince il Brexit.

Prima lettura: giovani vs vecchi. È stata smentita dai dati, con affluenza al 34% circa di giovani (18-24), 50% circa nelle fasce di età superiori e 84% tra veci. Quindi no, non è una lotta generazionale; o meglio, lo sarebbe, ma i giovani non credono nella politica e non vanno a votare – e i risultati sono quelli che sono. Seconda lettura: non si può affidare all’ignorante scelte complesse. Concordo, e su questo c’è poco da aggiungere: la democrazia rappresentativa esiste proprio perché non tutti possono pretendere di prendere scelte razionali e sensate per il futuro del Paese, permanenza in Europa compresa.

Brexit non è un segnale all’Europa, ma alle élite europee. Brexit non ci sta dicendo “Abbasso l’Europa perché ci fa viver male”, ma “Abbasso le élite e le burocrazie perché io sto peggio di dieci anni fa”. Brexit è la pancia, l’irrazionale lettura di un mondo frammentato da un flusso incontenibile di informazioni di qualunque tipo (tecniche, bufale, propaganda, notizie), in cui (in questo mondo) qualcuno ha colpa del malessere, della stagnazione economica, della perdita del lavoro, della disoccupazione giovanile. Colpe ce ne sono, numerose; ma additare un nemico è facile, comodo e toglie parecchi problemi dalla testa del cittadino (problemi quali: come votare una classe dirigente degna di questo nome?). Pensare e argomentare è penoso e difficile, votare con acume e un pensiero fondato su dati e convinzioni ragionate è faticoso: molto meglio additare il Nemico Pubblico (l’Europa, la casta plutocratica, i politici tradizionali) e darci contro. “Tanto peggio di così”, vero?

Il Movimento 5 Stelle vincerà le elezioni, forse già nel 2017/2018 (a seconda di troppe variabili), e il primo Governo Di Maio si instaurerà in Italia. È inevitabile, perché così come c’è una Brexit dentro ognuno di noi, lì trova posto anche un grillino, rappresentante perfetto non tanto della protesta, quanto dei peggiori vizi italiani. Pressapochismo, qualunquismo, popolarismo, pauperismo e tanta tanta tanta eticità di facciata: non vi ricorda qualcuno, forse il vostro vicino di scrivania al lavoro o il negoziante da cui comprate le caramelle? Il fenomeno Brexit condivide con tutti i movimenti populisti d’Europa e d’Oltreoceano la dirompente voglia di catarsi e rivincita (e non riscatto) rispetto a chi è passato avanti, una voglia legata (o forse causata) dal più grande mutamento storico degli equilibri mondiali, quel travasamento ineluttabile della ricchezza cumulata in Occidente negli ultimi 200 anni verso nuovi lidi orientali. Vi sembra poco? Io ho le vertigini mentre lo scrivo.

C’è del Brexit dentro ognuno di noi perché nessuno è immune alla risposta facile, al sillogismo dalle ipotesi viziate, all’individuazione del Nemico (esempio: la prof. mi ha dato solo 6 perché è stronza/mi ha lasciato perché non mi merita) per giustificare le proprie mancanze, gli errori o i cambiamenti in negativo. E davanti al più grande mutamento demografico, economico e politico della storia dell’uomo, abbiamo tre possibilità: chiuderci a riccio sperando che la bufera passi e non ci colga; svegliarci dal torpore e riscattare un Occidente squassato dalla paura; rilassarci e goderci lo spettacolo come fece Plinio il Vecchio davanti all’eruzione del Vesuvio.

 

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