Pensiero mattutino: sulla semplificazione (o l’impoverimento) del linguaggio politico.

Francesco Alberici*

“Semplificazione” è un termine molto in voga ultimamente; tuttavia proporrei un sinonimo, imperfetto perché comporta un lieve spostamento semantico, ma funzionale a questo discorso: “impoverimento”. La semplificazione (o l’impoverimento) del linguaggio, in tutti i campi del discorso pubblico, in Italia è un dato interessante. In particolare vorrei concentrarmi sul discorso politico.

Una qualsiasi dichiarazione o intervista rilasciata da un personaggio disgustoso come Marine Le Pen , messa a confronto con gli interventi del suo omonimo politico Salvini o anche del nuovo (ormai definitivamente avanzato) premier Renzi, parrà una lettera dal carcere di Gramsci.

L’accusa che, ormai da tempo, viene rivolta a chi ancora si azzarda ad adottare un linguaggio lievemente più complesso è quella di risultare fumoso e incomprensibile, di non aderire al reale, di peccare di spocchia e aristocratismo, di essere comunicativamente fragile e irrilevante tout court. L’equazione predominante nella vulgata comune è la seguente: se io (indipendentemente dal mio tasso di alfabetizzazione) non capisco, allora il politico che sta parlando non è capace di comunicare, si considera superiore a me, e in fondo non ha nulla di interessante da dirmi.

In sintesi, la regola vigente è questa: se io non capisco, chi mi sta parlando non possiede gli strumenti adeguati per comunicare con me. Mai che si valuti un’inversione del ragionamento: se io non capisco ciò che ascolto, forse io non ho (ancora) gli strumenti adeguati per comprendere appieno il discorso.

Dubito che i discorsi di Togliatti o De Gasperi risultassero pienamente comprensibili al loro elettorato di riferimento, anche considerato il tasso di alfabetizzazione decisamente più basso di quel periodo. Tuttavia penso che vigesse una sana forma di vergogna legata al non capire, una vergogna sociale della propria condizione, che permetteva di creare una tensione volta a ridurre le distanze, una tensione culturale evolutiva. L’emancipazione delle classi meno alfabetizzate (di coloro che non avevano potuto studiare) sarebbe dovuta avvenire tramite l’acquisizione di conoscenza, tramite lo studio, tramite la piena alfabetizzazione.

Oggi il discorso si è pienamente ribaltato: questa vergogna si è trasformata in fierezza. La fierezza di essere ignoranti, di non sapere e non capire. Pare che l’emancipazione sia avvenuta (ma lo è davvero?) in termini inversi: la vergogna (e forse un certo senso di colpa) sono venuti totalmente meno e si sono anzi trasformati in una rabbiosa rivendicazione della propria condizione di non conoscenza.

Questo dato è piuttosto sconcertante, considerando la maggiore possibilità di studiare e il più ampio accesso alla conoscenza che c’è oggi e il tasso di alfabetizzazione decisamente più alto rispetto al passato.

Il discorso pubblico, dunque, si è abbassato. Qualcun altro parlerebbe di una sana semplificazione, io credo si tratti di un impoverimento invece. Parlando di semplificazione si fa riferimento a una questione prettamente formale: è cambiata la modalità, si dice.
Invece, io credo, sono cambiati, di conseguenza, anche i contenuti.

Il discorso pubblico ha perso in complessità, quindi anche nella sua possibilità di essere articolato, ricco; ha perso la possibilità di andare oltre la pura constatazione del reale, di essere corrosivo e di rielaborare e ripensare il reale; ha perso la possibilità di essere incisivo. Assieme è svanita l’occasione di una crescita intellettuale e culturale del paese, ovvero ciò che mi sembra si avvicini di più all’idea di progresso.

E ora una metastasi!

 

* Sono nato a Milano nel 1988. Terminati gli studi bocconiani, ho iniziato a lavorare in teatro come interprete, drammaturgo e regista. Da alcuni anni ho creato e gestisco, assieme ai miei due soci Claudia e Daniele, l’etichetta artistica FRIGOPRODUZIONI. Lavoro con altre compagnie che amo molto, una su tutte Deflorian/Tagliarini.

 

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