No second chance

In occasione delle elezioni presidenziali austriache di ieri e oggi, e della conseguente palpitazione e condivisione del pathos, Daniele Reano (Neos) e Leonardo Veneziani (Liberali da Strapazzo), compagni di ideali nonché amici, hanno deciso di scrivere a quattro mani un articolo sulla quasi sconfitta degli ideali europei, di cui gli autori sono grandi sostenitori.

I giorni del 22 e del 23 maggio 2016 saranno ricordati come i giorni, almeno per gli appassionati di elezioni ed Europa, in cui si è rischiato grosso, e tanto. In questi due giorni si sono tenute le elezioni presidenziali in Austria: un paese che, per quanto piccolo ma simbolico, ha rischiato di sconquassare le fondamenta del progetto europeo.

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Alexander Van der Bellen (a sinistra) e Norbert Hofer (a destra)

Queste elezioni entreranno nella storia della politica austriaca per ben diversi motivi, uno fra tutti è che, per la prima volta nella storia contemporanea austriaca, il Presidente federale non sarà appoggiato da nessuno dei due partiti tradizionali al governo, ÖVP (popolari) e SPÖ (socialisti), i cui candidati si sono fermati entrambi al primo turno. A determinare la sconfitta dei due partiti tradizionali al governo sono stati il tema dell’immigrazione, con il governo austriaco che ha minacciato il ripristino dei controlli alle frontiere e di alzare una barriera al Brennero, ed il rapporto tra il nord e il sud dell’Europa. Vincitore di questa competizione è Alexander Van der Bellen (indipendente nelle liste dei Verdi). Ma questo risultato non è stato così scontato: infatti il candidato indipendente, di origini russe, olandesi ed estoni, che ha definito sé stesso “figlio di profughi” ha prevaricato sull’altro candidato di appena 31026 voti (50.4% a 49.7%).

Candidati a succedere ad Heinz Fischer (socialdemocratico), vi erano Alexander Van der Bellen, professore universitario, e Norbert Hofer, terzo vicepresidente della Camera austriaca, passati al secondo turno dopo un primo turno in cui Hofer ottenne oltre il 35% delle preferenze. Mentre Van der Bellen è stato un esponente del partito dei Verdi austriaco, Hofer è leader e volto giovane del Freiheitliche Partei Österreichs (Partito della Libertà austriaco), partito che ha iniziato la sua strada come rappresentate dei liberal-conservatori e finito a diventare un partito di estrema destra, paragonabile alla Lega Nord ed al Front National, tanto da diventarne alleato.

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Il secondo turno di queste elezioni, tenutosi fra ieri ed oggi, è stata una competizione elettorale molto combattuta ed eccitante, caratterizzata da un continuo testa a testa fra i due candidati: mentre il primo exit poll (17.30) dava Hofer leggermente in vantaggio su Van der Bellen (50.2% a 49.8%), col passare delle ore la forbice fra Hofer e Van der Bellen si è leggermente allargata (51.9% a 49.1%), facendo sperare nei voti espressi via posta (circa 800mila persone, il 14% del totale), che, secondo le proiezioni, avrebbero dovuto disegnare uno scenario di perfetta parità: 50%-50%. Inutile dire che i voti postali avrebbero deciso tutto.

A contendersi un ruolo come il Presidente dell’Austria erano non solo due persone diverse, ma anche due concezioni ed ideologie abissalmente differenti: da una parte, l’europeismo, le posizioni pro-immigrazione di Van der Bellen, dall’altro l’euroscetticismo e l’anti-immigrazione fanatica di Hofer. Il dibattito politico, infatti, è stato costantemente concentrato su una tematica: l’immigrazione. In particolare, entrambi i candidati arrivati al ballottaggio avevano criticato il governo federale sul suo approccio alla crisi dei migranti, anche se per motivi opposti: Van der Bellen ha criticato il governo per le sue posizioni troppo dure, mentre al contrario Hofer ha sostenuto che servono maggiori controlli e restrizioni.

Come tutti ben sanno, l’Austria ha adottato ultimamente delle politiche atte a frenare il flusso migratorio proveniente dall’Est Europa e, in particolare, da paesi in conflitto eterno come Siria ed Iraq, ed era inevitabile che specialmente il candidato di estrema destra facesse leva su tale argomento. Queste elezioni hanno dato un chiaro segnale non solo all’Austria stessa, ma all’Europa come continente, e come entità politica: o vengono cambiate le regole relative all’economia, all’immigrazione a livello europeo oppure rischiamo, prima o poi, davvero di trovarci un estremista di destra come Capo di Stato di un paese appartenente ai 28 dell’Unione.

Come successo pochi mesi fa in Francia per le elezioni regionali, anche l’Austria evita per un soffio di cedere cariche istituzionali ad euroscettici con posizioni nazionaliste e xenofobe grazie alla mobilitazione di porzioni di elettorato che al primo turno si erano dispersi tra più candidati dei partiti storici, cosa confermata anche dall’alta affluenza al secondo turno.a2

Quali dati emergono da queste combattute elezioni al cardiopalma?

Prima di tutto basta osservare la cartina pubblicata dal ministero degli interni austriaco per rendersi conto dell’evidente dicotomia tra il voto di coloro che risiedono nelle campagne e coloro che invece abitano in città.

Nulla di particolarmente eclatante o sbalorditivo, tanto da affondare le sue radici nei postumi della rivoluzione francese, con l’opposizione tra le grandi città dove erano più attive le forze giacobine (Parigi in primis) e le zone rurali della Francia dove le forze controrivoluzionarie e clericali attecchirono rapidamente (basti pensare alla Vandea).

Pare ben visibile come a Vienna, Salisburgo e a Innsbruck il professore si sia attestato su percentuali anche superiori al 60% mentre nei distretti provinciali lontano dai conglomerati urbani è il candidato della destra populista ad aver raggiunto percentuali quasi bulgare.

Le motivazioni di questa spaccatura sono molteplici: l’elettorato rurale tendenzialmente più tradizionalista di quello urbano, l’elemento storico delle città che nel passato continua ancora oggi ad avere dei riverberi, i temi ambientali più sentiti nelle aree urbane, dove è maggiore l’inquinamento da combustibili fossili e le città come luoghi di integrazione dove il nuovo viene assimilato più facilmente e dove le tendenze xenofobe hanno meno presa sugli elettori.

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Una divisione altrettanto netta si è nella composizione del corpo elettorale. Secondo i dati pubblicati dal quotidiano DerStandard ben il 58% degli uomini ha scelto Hofer, così come l’86% degli operai (dove il consenso di Van Der Bellen ha ottenuto il risultato peggiore, convincendo appena il 14%). Vero e proprio plebiscito per il candidato indipendente tra le donne (67% contro il 33% per il candidato del FPO) e tra gli studenti universitari, dove il suo consenso si è attestato all’81% contro il magro 19% di Hofer.

Quali sono le motivazioni che hanno spinto l’elettorato verso i due candidati? Il 27% degli elettori di Hofer dichiara di averlo scelto perché simpatico e il 23% perché il candidato si oppone a Van der Bellen. Tra i sostenitore di quest’ultimo ben il 40% ha garantito a lui il voto perché candidato opposto alle politiche del nazionalista e per il 15% perché ritenuto competente e il migliore in grado di gestire il ruolo della presidenza. Deve essere sottolineato come circa un quarto degli elettori che nel 2013 avevano scelto di sostenere la SPO (il partito socialdemocratico, che al momento esprime il cancelliere) hanno sostenuto Hofer. Questo, insieme al pessimo risultato ottenuto dal suo candidato alla presidenza e ai magri risultati di formazioni politiche analoghe in tutta Europa, dovrebbe far riflettere i partiti aderenti al Partito Socialista Europeo in merito alla propria capacità di offerta politica nei confronti dei cittadini.

Daniele Reano – Neos
Leonardo Veneziani – Liberali da Strapazzo

 

L’articolo è apparso anche su Neos

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