5 stelle, 3 morali, nessuna democrazia

Con la comunicazione della sospensione dal Movimento 5 stelle a Pizzarotti non si è soltanto consumato l’ultimo atto di un divorzio da tempo annunciato tra il partito di Beppe Grillo e il sindaco di Parma, da sempre critico su molte scelte del movimento cui appartiene. Si sono anche spente definitivamente le ultime speranze di democrazia e trasparenza per i 5 stelle, oltre che mostrata la totale mancanza di una morale.
Anzi no, di morali ce ne sono diverse: addirittura tre.

La prima morale è quella che riguarda gli avversari politici.
Se un amministratore, un consigliere o un parlamentare di un partito avversario è destinatario di una misura giudiziaria viene immediatamente bollato come delinquente e il partito di cui è membro, con un sillogismo aristotelico di facile comprensione (ma ben privo di logica), diventa automaticamente un ricettacolo di ladri. Questo quando sono gentili, altrimenti diventano mafiosi, camorristi o servi delle lobby e di svariati (per lo più immaginari) interessi illeciti. Poco importa la natura del provvedimento giudiziario, nonostante ci sia una notevole differenza fra un avviso di garanzia e una condanna, anche solo in primo grado. Nel primo caso infatti si tratta di un provvedimento non necessariamente causato da forti sospetti di colpevolezza, a volte si tratta di un atto dovuto, mentre il secondo è il frutto di un processo, per il quale sono state concluse le indagini, sono state presentate le prove e l’imputato ha avuto la possibilità di difendersi e tutte le garanzie necessarie.

Tutto ciò vale però solo per gli altri partiti. Quando ad essere oggetto della misura è un esponente del movimento tutto cambia. Loro sono infatti persone oneste che si sono sporcate le mani per risolvere dei problemi, che vengono colpiti perchè hanno danneggiato gli interessi illeciti di cui sopra e si battono per la verità. Gli avvisi di garanzia, considerati delle prove della delinquenza degli avversari, sono invece pretesti e azioni politiche quando colpiscono il movimento. E subito arrivano le dimostrazioni di vicinanza del partito ai tutti i suoi esponenti in difficoltà, come testimonia la telefonata di Grillo al sindaco di Livorno Nogarin, indagato per concorso in bancarotta fraudolenta.

Ma la solidarietà non arriva proprio a tutti. A Parma al posto delle telefonate di supporto arrivano mail firmate “lo staff di Beppe Grillo” che ingiungono sospensione e richiesta di tutti i documenti collegati all’indagine. Il sindaco di Parma è indagato, esattamente come quello di Livorno, ma ad essere sospeso è solo uno dei due. La motivazione pretestuosa sarebbe quella di non aver comunicato allo staff del movimento la ricezione dell’avviso di garanzia e di averlo reso pubblico solo in un secondo momento. Ma a chi lo avrebbe dovuto comunicare Pizzarotti? Ad uno staff che non ha mai risposto a mail, messaggi e telefonate che il sindaco di Parma continuamente inviava ed effettuava?
La vera colpa di Pizzarotti è stata quella di aver molte volte messo in dubbio i diktat dei vertici del movimento, di aver espresso critiche ed essersi discostato dalle linee guida del perfetto grillino: in poche parole è colpevole di libertà di espressione.

L’aspetto più preoccupante dell’intera vicenda non è però la tripla morale del movimento, ma la sua totale mancanza di democrazia. Lo staff di Beppe Grillo non è un organo ufficiale del movimento, Grillo non svolge alcun ruolo all’interno del partito: non è segretario e non è membro del direttorio (che però ha de facto nominato lui). Eppure questo staff ha ugualmente potere di vita o di morte su tutti gli iscritti al movimento, uno staff che nessuno ha eletto. Quando un gruppo di persone non certo scelte dal popolo, che pure sostengono di rappresentare, ha mani completamente libere nella gestione di un’entità politica non si chiama democrazia, ma dittatura. Gli eletti poi, persone che si trovano a ricoprire cariche pubbliche, non devono rispondere alla legge, ma ad un anonimo staff, selezionato da un’azienda privata di Milano, contro il quale (a differenza della legge) non sono possibile verifiche o ricorsi.

In Germania secondo la Legge Fondamentale (Grundgesetz): “I partiti concorrono alla formazione della volontà politica del popolo. La loro fondazione è libera. Il loro ordinamento interno deve essere conforme ai principi fondamentali della democrazia”.
Il Movimento 5 Stelle, il cui ordinamento interno è tutto tranne che democratico, non potrebbe partecipare alle elezioni tedesche. In Italia urge una legge sui partiti politici, altrimenti rischiamo di essere governati da persone responsabili verso staff anonimi e non, come dovrebbe essere in una democrazia, verso la legge e gli elettori.

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